Yuma

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Che bello avere Yuma in giro per casa. E’ proprio vero, ti cambiano la vita! Ti seguono, ti osservano, ti fanno compagnia, all’occorrenza ti soccorrono e ti aiutano. Che forte tentazione di prenderne uno tutto per me! Ma per il momento non si può!

… Oggi ennesima giornata di mare simil estiva! Chissà quest’anno fin dove arriveremo! E’ comunque sempre meglio rilassarsi su un lettino al sole, che sprofondare su un divano all’ombra e magari lasciare la propria impronta sui cuscini. C’è anche il vantaggio di poter ancora gustare un’ottima Coppa del nonno che, per me che non amo il caffè, rappresenta un ottimo surrogato del chicco malefico!

Adesso un po di nozionismo e di cultura generale tra i canali tematici del digitale terrestre che, ottimo passo avanti per un intrattenimento completo e per tutti i gusti, deve ancora consolidare il segnale di trasmissione. Sì, canae 52 e 56 a gogo!

Domani si riprende il tran tran quotidiano, ma è giusto così!

Perché ha senso iscriversi a Filosofia

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«Quando mi chiedono “a cosa serve” una laurea in filosofia, rispondo: “a non fare domande come queste”. E se dico che faccio il filosofo – che è quello che faccio, filosofo e storico della filosofia – per molti è come se dicessi che faccio l’astronauta: la reazione è tra l’incredulità e la supponenza. Perché questo luogo comune che sia una materia inutile, oltre che sbagliato, è duro a morire. E non per caso: oggi chi mette in discussione il sistema è una figura scomoda».

Dopo l’intervento di Marco, laureato in Filosofia, che su un blog ha raccontato le difficoltà di «non avere la laurea giusta» a contestare il cliché della «facoltà inutile» è Diego Fusaro, ricercatore e docente di Storia della filosofia all’università «Vita e Salute – San Raffaele» di Milano. Classe 1983, torinese, a 16 anni ha creato il più cliccato sito di filosofia in Italia, Filosofico.net, che oggi conta 4mila visite al giorno. E da allora ha fondato una piccola casa editrice, I cento talleri; si è laureato (in Filosofia); è diventato ricercatore (ben prima dell’età media della categoria, 45 anni); ha scritto nove libri. L’ultimo, Minima Mercatalia (Bompiani, 512 pagg., 13,90 €), riguarda proprio «il rapporto tra la filosofia e la nostra società capitalista. Che scoraggia l’esercizio della filosofia. Già al liceo i professori cercano di indirizzarti a facoltà più pratiche, come Ingegneria ed Economia, che insegnano a riprodurre il mondo così com’è, e non a metterlo in discussione».E magari, suggerisce il detestato luogo comune, servono di più a trovare lavoro.

«Mah. Dipende da molti fattori. Al San Raffaele, dove insegno, l’85% dei laureati in Filosofia trova un impiego entro il primo anno: editoria, giornalismo, qualcuno resta nell’accademia. Ma una laurea in filosofia porta anche a lavorare in azienda. Per metterla a frutto in pieno, però, servono vari fattori».

I più importanti? «Scegliere un buon ateneo, con professori noti, che scrivano libri, articoli e partecipino al dibattito contemporaneo: vuol dire che il pensiero che ti insegnano è concreto, calato nella realtà. Questo aiuta poi a trovare la seconda delle condizioni favorevoli: un buon maestro. Nella mia carriera i maestri sono stati importanti: Pierpaolo Portinaro, Andrea Tagliapietra, Costanzo Preve, Gianni Vattimo. E conosco anche giovani studiosi molto dotati che però fanno fatica, non avendo un mentore con cui collaborare. L’ambiente accademico è più esclusivo che inclusivo. Infine, e soprattutto, ci vuole una vocazione. Io dalla prima ora di filosofia a scuola ho saputo che non avrei fatto altro. Ho letto una pagina di Platone e mi sono detto: “ma è stupendo, devo farlo conoscere a tutti”, e ho fondato Filosofico.net. La passione ti fa dedicare molte energie al lavoro, che diventa non una fatica ma una conquista continua. In tedesco “professione” si dice “Beruf”, che vuol dire anche “chiamata”. Ecco, per un filosofo lo è».

A proposito: quanto conta sapere le lingue? «Ugo di San Vittore, nel Medioevo, diceva: impara tutto, vedrai che poi nulla è superfluo. Ma direi che soprattutto il tedesco e il francese sono fondamentali. Invece sono contrario al luogo comune che “bisogna sapere l’inglese” a tutti i costi. Può servire. Ma vedere un italiano e un francese che cercano di capirsi parlando questa infarinatura di “global english” che ci insegnano a scuola è di una tristezza…»

Quindi a chi ti chiede «faccio bene a iscrivermi a Filosofia» che dici? «Dico senz’altro di sì. È un atto di coraggio, di dissenso verso il nostro mondo nichilista, che seppellisce valori, credenze e tutti i cardini della civiltà a favore della merce. Ognuno di noi, potenzialmente, è un filosofo, quindi può metterlo in discussione. Può decidere di non accontentarsi delle (poche) possibilità di emancipazione che il sistema gli offre, e di cercare le proprie, rifiutando il sistema. Ed è questo, più del collocamento sul lavoro, che la rende una strada difficile».

www.corriere.it

L’Alfa Romeo vola in Usa?

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Il Wall Street Journal è in grado di anticipare la strategia industriale di Sergio Marchionne: sempre più impegno sul fronte americano, a tutto vantaggio, dice l’Ad, di quello italiano. E la testa di ponte dell’”invasione Fiat” è l’Alfa Romeo che per l’Ad del Lingotto è il brand da rilanciare in Usa.

Alfa all’America – “Negli ultimi tre anni”, scrive il Journal, “Marchionne ha usato gli assets e le risorse di Fiat per salvare Chrysler. Ora, sta facendo il contrario – prendere ingegneri di Chrysler, le fabbriche e il mercato per aiutare Fiat a diventare un vero automaker globale”. Tutto a vantaggio dell’Italia, secondo le intenzioni anticipate nell’intervista a Repubblica con Ezio Mauro. Marchionne ne avrebbe parlato in un “incontro privato” a Las Vegas: la punta di diamante della conquista del mercato americano sarebbe “l’Alfa Giulia”. L’Alfa Romeo sarà “un trampolino per la Cina e per gli altri mercati globali, e aiuterà un aumento delle vendite oltremare per recuperare le perdite di Fiat in Europa”. Avrebbe detto Marchionne: “E’ la nostra opportunità”. Il piano è in due tempi: primo, l’arrivo delle “nuove Alfa Romeo” costruite in Italia e vendute grazie alla rete Chrysler. Ma poi l’intera linea si sposterà in Usa, nello stabilimento di Belvedere, Illinois, dove attualmente la Chrysler assembla la Dodge Dart basata su modelli Fiat.

Il piano – Lo staff di Chrysler nel Michigan sta già mettendo a punto i dettagli del piano, e i prezzi di questi nuovi modelli saranno segreti per molto tempo. Secondo il Journal rendere l’Alfa Romeo protagonista del mercato globale sarà “difficilissimo”, sopratutto bisognerà convincere i luxury buyers del mercato asiatico e americano ad abbandonare la loro fedeltà alla “BMW, Mercedes Benz, Lexus, Honda e Nissan”. Il piano di Marchionne però è proprio questo: prendere la Fiat e renderla un automaker globale in grado di giocarsi la partita sui mercati di tutto il mondo. Il governo italiano ha promesso sabato di aiutare Marchionne a rendere la Fiat più competitiva.

www.giornalettismo.com

Il Punto

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Marchionne dovrebbe fare bene i conti prima di imbarcarsi in tagli di capacità produttiva della Fiat. Così la casa di Torino rischia di sparire dal mercato europeo perdendosi la possibile ripresa nella seconda metà del 2013. Il contrario della strategia attuata finora: diversificare la presenza nel mondo, sfruttando le aree in crescita per tenere i conti in ordine. La scommessa è come attraversare il tunnel della crisi. Senza i benefici pubblici avuti in passato. Ma il Governo può aiutare se fa le riforme che rendono più competitivo il paese. In un nuovo dossier abbiamo raccolto gli articoli de lavoce.info sulla Fiat. Continua lo spreco di capitale umano causato dai test d’ingresso alle facoltà a numero chiuso con meccanismi che escludono molti studenti più meritevoli di altri. Il sistema inaugurato quest’anno a Medicina corregge solo in minima parte questo ingente sperpero. Il decretone Balduzzi vorrebbe riscrivere le regole di funzionamento della sanità pubblica che non sono state mai attuate o hanno mostrato limiti. In realtà è un pot-pourri di provvedimenti disparati: in parte innovativi, in parte insufficienti. Vediamo che cosa contiene. È partito il treno del trasferimento di sovranità all’Europa della vigilanza bancaria. Per le lobby nazionali, dovrebbe essere più difficile fermarlo come hanno fatto sinora. Ecco come sarà il nuovo impianto normativo e i buchi che presenta, per esempio l’assenza di controlli europei sulle assicurazioni. La lentezza della giustizia civile frena l’economia. Quanto potrebbero crescere di più le imprese se la durata dei processi venisse dimezzata? Uno studio cerca di rispondere. Anche questa estate vaste aree boschive della Penisola sono state devastate da incendi. In buona parte dolosi, appiccati da criminali di vari tipi, dai mafiosi ai “reazionari rurali”. Cerchiamo di capire quanto ci costano, perché rimangono quasi tutti impuniti e come mai manca la prevenzione.

www.lavoce.info

Il sonno aiuta a guarire

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Le luci si accendono, l’infermiera sveglia il paziente. All’alba. Termometro, c’è da provare la febbre. È un risveglio standard negli ospedali. Ora però uno studio americano sulla rivista Annals of Internal Medicinespiega che i rumori ospedalieri nuocciono alla salute mentre il sonno aiuta a guarire.

 «Svegliare una persona senza motivi non è un reato grave. La prima volta almeno». Così Robert Anson Heinlein in «Lazarus Long l’Immortale». «Buon giorno», dico una di queste mattine a un ammalato dell’ospedale. «Come va?». «Bene, cioè abbastanza bene», mi risponde, e io «perché abbastanza, non si trova bene qui da noi?». «Dormo male». «Che succede?». «Le infermiere sono gentili, ma alle sei del mattino a volte nel bel mezzo di un sogno accendono la luce e mi svegliano: è l’ora del termometro. Ma io la febbre non l’ho, non l’ho mai avuta. E poi c’è da provare la pressione. Perché? La mia è sempre stata normale, certo che se mi svegliano in quel modo lì si alza. E dopo tutto questo trambusto non mi riaddormento più». E ancora: «Ho dormito poco, qualche pisolino come i gatti – mi dice un mattino un altro malato – è normale, sono in Ospedale».

No, non è affatto normale. E qualcuno di là dall’oceano ha cominciato ad occuparsene seriamente. Jeremy Ackerman, per esempio, il quale da anni si batte perché medici e infermieri dell’ospedale capiscano che è ben difficile che gli ammalati si riprendano in fretta dai loro malanni se non dormono bene. Ackerman, che lavora ad Atlanta, ha convinto certi suoi colleghi di Emory University ad affrontare il problema con le regole della scienza. Ma indagare le reazioni del cervello in risposta ai rumori e farlo con i malati dell’ospedale non è così facile, e forse non è nemmeno tanto giusto. Così Orfeu Buxton è ricorso a uno stratagemma: ha registrato per diverse notti i rumori del suo ospedale e poi li ha fatti ascoltare a dodici dei suoi studenti mentre dormivano. Ciascuno di questi studenti era collegato a un apparecchio che registrava l’encefalogramma nel sonno, così si potevano rilevare variazioni del tracciato in risposta ai rumori. Cambiando intensità e tipo di rumore poi si sarebbe potuto capire cos’è che disturba di più il sonno: gli allarmi delle pompe di infusione, per esempio, e quelli di tante altre apparecchiature, oppure i campanelli dei malati che hanno bisogno di aiuto o i telefoni a cui non sempre si riesce a rispondere subito e allora suonano per minuti interminabili, e ancora i carrelli delle medicazioni e tanti altri rumori.

Gli studiosi hanno visto (il lavoro di Orfeu Buxton è pubblicato su Annals of Internal Medicine di questi giorni) che la cosa peggiore, specialmente nei periodi di sonno leggero, sono gli allarmi delle pompe di infusione e la gente che parla ad alta voce nei corridoi o addirittura fuori dalle stanze (basterebbe avere il garbo di chiudere le porte, ma negli ospedali non lo fa quasi nessuno). Questi rumori svegliavano gli studenti quasi sempre. C’era anche chi non si svegliava o non ricordava di essersi svegliato ma tutti, con i rumori dell’ospedale, al mattino si sentivano già un po’ stanchi.

Un limite dello studio di Emory University è che gli studenti sono giovani e sani, mentre chi si ricovera in ospedale di solito ha una certa età e tante altre ragioni per non dormire, a cominciare dai dolori o dai fastidi legati alla malattia. E per le persone anziane e malate, specie se si è appena riusciti a prendere sonno, svegliarsi di soprassalto è una tragedia. Anche perché se non si dorme la pressione del sangue si alza (per via dell’adrenalina e di altri ormoni) e questo alla lunga fa male anche al cuore, e poi ci sono disturbi dell’umore, difficoltà a concentrarsi e perdita di memoria. I più vecchi poi, che hanno bisogno di ricoveri frequenti, se non dormono per tante notti di fila perdono l’orientamento e in casi particolari si arriva al delirio. E si dovrebbe fare di tutto per evitarlo – qualche ospedale negli Stati Uniti ha stabilito un «quiet time» proprio per questo -: gli anziani che hanno disturbi cognitivi legati all’ospedalizzazione alla fine muoiono più degli altri. Insomma, quello dei rumori in ospedale è un problema grave a cui si dovrebbe dare davvero molta più attenzione. Oggi si parla tanto di «Ospedale senza dolore», è uno slogan, creato soprattutto per sensibilizzare medici e infermieri. Giusto, giustissimo, e speriamo di arrivarci davvero, un giorno, a un ospedale dove chi si ricovera non debba soffrire per niente. A quando l’«Ospedale senza rumore»?

www.corriere.it

“Le donne lo sanno!”

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Anche oggi in spiaggia sotto un sole settembrino piacevole, una brezza tesa e fresca e pochissima gente intorno. Anche oggi una macedonia di frutta e una Coppa del nonno dal gusto inconfondibile e rimasto invariato negli anni. A sinistra, una coppietta appena arrivata sta giocando a carte e in lontananza solo due ombrelloni. A destra, due ragazze sui lettini parlano animatamente e in lontananza una signora sta passeggiando sulla riva. Alle mie spalle, un lido quasi deserto vede animato solo un ombrellone e alcuni di passaggio sotto il porticato. Davanti a me, un mare azzurro intenso, increspato dal vento teso; il sole delle 17:30 crea una scia luminosissima sull’acqua e ad ovest, in lontananza, vedo una barca veleggiare. I gabbiani stanno volando bassi sull’orizzonte e uno di questi sta cercando di cacciare qualche pesce. L’iPhone sta suonando “Le donne lo sanno” del Liga … E quelle che mancano sanno mancare e fare più male

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iPhone 5

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In queste ore si stanno facendo molte parole in merito; parole che tendono ad essere più di delusione che di entusiasmo. Certo, se prima non si prova sul campo il prodotto e non si testa in tutte le sue carattestiche, è sempre difficile esprimere giudizi obiettivi e comprovati da analisi specifiche, ma i due articoli che posto sotto (e che sposo appieno!), esprimono meglio di qualsiasi giudizio impulsivo e asettico quella che è la realtà dei fatti.

Apple iPhone 5, la rivoluzione nella tradizione

Con le novità che tutti si aspettavano, senza sorprese rivoluzionarie, senza clamorosi balzi in avanti rispetto alla concorrenza, ma con una notevole dose di intelligenza nell’offrire ciò che serve. Quindi: non c’è il display più grande del mondo per uno smartphone. Che non serve.

E a quelli come noi che ancora pensano di usare il cellulare con una mano sola, fa un gran comodo così, semplicemente un po’ più grande, da 4 pollici con Retina, contrasto più intenso, ma senza tirarsi in tasca delle ‘padelle’; potenza in più (chip A6, prestazioni grafiche e della Gpu fino a due volte più rapide secondo il produttore), Lte e apparati wireless ottimizzati, il nuovo sistema iOs 6 (integrazione di Facebook in Contatti e Calendario, il controllo sulle password, supporto Siri per più lingue);  nuove mappe ridisegnate da Apple (queste davvero da provare, ne sarà valsa la pena?), e la batteria con una maggiore autonomia (un ambito questo che lascia spesso a desiderare in tutti gli smarpthone).

Apple snocciola i propri record e tiene come termine di paragone se stessa. iPhone 5 non sarà forse lo smartphone più sottile (7,6 mm) e leggero (112 gr)  del mondo, ma lo è rispetto agli altri iPhone, tutto in vetro e alluminio anodizzato, in due varianti di colore nero e bianco, la fotocamera iSight con la lente protetta da cristallo di zaffiro, la funzione per catturare foto panoramiche, stabilizzazione migliorata, possibilità di scattare foto mentre si girano i video in Hd.

Svelato e definitivamente risolto anche il mistero del connettore, diciamo subito che la Rete questa volta non ha sbagliato di molto nelle anticipazioni. Si chiama Lightning, si può inserire in entrambi i versi ed è già pronto l’adattatore per gli accessori che lavorano ancora con quello a 30 pin. Non è comunque un normale microUsb (peccato). Per l’audio: si è svolto un lavoro di pulizia. Per la riduzione del rumore di fondo in entrata, con i nuovi auricolari Apple EarPods, con Wideband.

La lezione di Apple questa volta è discreta, il messaggio è che la perfezione può arrivare solo se si è messo fieno buono in cascina prima. E che non serve stupire con i record, ma si può rivoluzionare portando a maturazione il buono seminato, fosse anche tutto quello che si ha già pronto da tempo, o quello che tutti già si stanno aspettando o di cui tutti parlano. La prova dei fatti potrà dire se ci si può ancora stupire, utilizzandolo, o se le differenze con uno tra i migliori smartphone con Android sono accresciute, ridotte o annullate. A prima vista il lavoro di rifinitura su design e chassis non lascia scampo alla pletora di prodotti meno curati che vediamo in giro.

www.techweekeurope.it

iPhone 5: bellissimo, bruttissimo, rivoluzione, delusione

Apple presenta l’iPhone 5, per alcuni un 4SS, per altri una grande innovazione. Solo una cosa è certa: mai come quest’anno le opinioni degli utenti sono state così discordanti. C’è chi grida al miracolo tecnologico, chi invece è rimasto profondamente deluso. C’è chi bada ai tanti miglioramenti apportati, chi invece si concentra principalmente sull’estetica. In questi casi, nessuno ha ragione e nessuno ha torto, ma se si conoscesse a fondo Apple probabilmente molti cambierebbero opinione…

E’ vero, nessuno lo nega, quando sul palco dello Yerba Buena Center Phil Schiller ha mostrato l’iPhone 5 per un attimo siamo rimasti tutti delusi, ma la prima mia reazione non è stata “no! è uguale al 4S“, ma “no, è uguale ai rumor!”. Questa, e solo questa, è stata la mia più grande delusione dell’evento del 12 settembre: scoprire che Apple quest’anno ha toppato sul lato segretezza. A memoria, mai un dispositivo così importante era stato praticamente mostrato 6 mesi prima, e il famoso caso “Gizmodo” dell’iPhone 4 ritrovato in un bar è stato solo un’eccezione: se quell’ingegnere non fosse stato così sbadato, non avremmo mai visto la forma dell’iPhone 4 prima della presentazione ufficiale. Quest’anno, invece, tutti i principali siti di rumor hanno mostrato mockup e foto 3D dell’iPhone 5, che si sono poi rivelate non solo veritiere, ma praticamente perfette. Conoscevamo già tutto di questo dispositivo: la forma, le dimensioni, il connettore, gli speaker, il display. Tutto, o quasi.

Passato questo attimo di delusione, ci si concentra subito sull’iPhone 5. Ovviamente, la prima cosa da valutare è il design: il nuovo iPhone è più alto di 9mm rispetto al 4/4S, ma pesa quasi 30 g in meno. Possono sembrare pochi, ma realizzare un dispositivo più grande e diminuirne il peso, pur avendo inserito hardware potenziato, è un piccolo miracolo tecnologico. La parte frontale è del tutto identica al 4S, vero, fatta eccezione per il display da 4 pollici e da 16:9. Un telecomando? No signori, chi ha provato con mano il dispositivo assicura che non è affatto così e che, anzi, questo dispositivo va assolutamente visto prima di essere giudicato, perchè le foto non gli rendono onore. In mano, a detta dei giornalisti presenti a San Francisco, è molto più maneggevole, sottile, leggero e comodo.

Già, perchè la vera grande rivoluzione di questo iPhone sapete qual è? Proprio il display da 16:9. Non credo esistano sul mercato smartphone con questa tipologia di display a forma allungata, in quanto tutti hanno puntato sulle classiche forme rendendo i dispositivi sempre più cicciotti. Apple scommette invece su questo formato. Il motivo? Be’, qui inizia la parte in cui bisogna conoscere un po’ la storia di Apple per capirne le sue scelte, e non criticarla solo perchè si è abituati alle strategie commerciali classiche di tutte le altre aziende.

Apple ha creato un dispositivo quasi-perfetto con l’iPhone 4. Stupendo, magnifico, nessuno può negarlo. Apple ha investito milioni di dollari e 3 anni per trovare quella forma così bella ed ergonomica, di design e funzionale. Ha scelto il vetro per la parte frontale e per il retro, non la plastica.

Bene, Apple ha investito milioni di dollari anche per realizzare gli iMac e gli splendidi MacBook Pro unibody in alluminio. Ricordate quando sono stati rilasciati? Gli iMac nel 2007, 5 anni fa, e ancora oggi sono tra i computer desktop più belli in assoluto. Certo, dal 2007 Apple ha apportato sensibili miglioramenti hardware e diversi cambiamenti estetici, ma la sostanza e il design sono rimasti praticamente invariati. Lo stesso dicasi per i MacBook Pro, che dopo anni sono stati leggermente modificati nell’estetica solo qualche mese fa.

E, a guardarlo bene, anche questo iPhone 5 è stato modificato esteticamente. Non stravolto, ma migliorato. Abbiamo già detto che, malgrado un hardware più potente (e molto più potente, stiamo parlando di una CPU ARM Cortex-A15, mai usata in un cellulare, e di una GPU quad-core che assicura prestazioni videoludiche da console!), Apple ha realizzato un dispositivo del 18% più sottile del precedente e del 20% più leggero. Come hanno fatto? Possiamo solo ricordare il nuovo connettore mini-dock, la scelta della nano-sim, una fotocamera leggermente migliorata ma più piccola, un processore più potente e di minori dimensioni, ma anche una modalità costruttiva senza precedenti: gli ingegneri Apple sono riusciti a creare il primo display Retina con tecnologia touch integrata. Invece di avere uno strato separato di elettrodi tattili tra i pixel del display, ci sono solo i pixel che fanno il doppio del lavoro: funzionano come elettrodi sensibili al tocco e allo stesso tempo visualizzano l’immagine. Insomma, uno strato in meno per il display. E Apple è sempre rimasta fedele alla sua filosofia della “perfezione”: in una delle fasi di produzione, per scegliere l’inserto in vetro più adatto al retro di ogni singolo iPhone, ogni chassis in alluminio viene fotografato da due potenti obiettivi da 29MP. Poi le immagini vengono confrontate con 725 possibili inserti per trovare la corrispondenza più precisa.

Può sembrare superfluo, ma la fotocamera posteriore è stata realizzata in cristallo di zaffiro, secondo solo al diamante per durezza tra i materiali trasparenti. Il motivo? Ora è più difficile che l’obiettivo si graffi. Non credo che al mondo esistano altre aziende che pensino di utilizzare il “cristallo di zaffiro” per migliorare la resistenza di un obiettivo…

Altro esempio? Il nuovo bordo (che sul nero è scuro, per me davvero bello!): per smussare gli spigoli è stato usato un diamante cristallino, che rende ancora più splendende il profilo dell’iPhone 5.

Insomma, queste sono piccolezze che rendono un dispositivo sempre migliore. Magari 90 utenti su 100 che acquisteranno l’iPhone 5 non sapranno mai che gli angoli sono stati smussati con il diamante o che l’obiettivo di quella piccola fotocamera è in zaffiro. Ma Apple non ci pensa, e cerca di realizzare un dispositivo che migliori l’esperienza utente rispetto al modello precedente.

E l’iPhone bianco, che ora ha anche le incanalature dell’antenna dello stesso colore e non più nere? Dettagli. Già, dettagli.

Il retro poi è stato completamente rinnovato, anche per l’occhio, con uno contrasto metallo/vetro che a me piace da morire. Certo, l’estetica è soggettiva, ma dire che è brutto mi sembra davvero esagerato. Ancora una volta, chi lo ha visto dal vivo ha apprezzato tantissimo proprio la parte posteriore.

Insomma, perchè stravolgere un design fantastico? Apple ha fatto come sempre: inserire piccole grandi migliorie, molte nascoste, per rendere il dispositivo sempre più vicino all’irrangiungibile perfezione.

E il tanto criticato display a telecomando? Come detto all’inizio, il 16:9 è forse una scelta azzardata, ma guardandolo dal vivo l’impressione è tutt’altra. Un display di questo tipo consente di utilizzare tutta la superficie touch con una sola mano, e allo stesso tempo di visualizzare una parte di schermo maggiore, ad esempio per leggere una e-mail o sfogliare una pagina web. Anche i giochi ne beneficeranno e la visione di un film, per quanto possa essere scomoda su uno smartphone, in modalità 16:9 è sicuramente migliore. Forse la sparo grossa, ma tra qualche anno sono convinto che il 16:9 di questo tipo possa diventare uno standard anche per altri smartphone, e Apple sarà stata tra le prime ad intraprendere questa strada.

E ditemi chi non è d’accordo con le parole di Apple: “A fare uno smartphone con schermo più grande son capaci tutti. Ma farlo solo per il gusto di aumentare le dimensioni vuol dire finire per ritrovarsi con un telefono ingombrante e scomodo da tenere in mano. iPhone 5 ha un display da 4″ progettato come si deve: è più grande, ma il telefono è largo come l’iPhone 4S. Così se prima usavi una mano sola, ad esempio per scrivere sulla tastiera, sei ancora libero di farlo. Però hai più spazio per guardare le pagine web, leggere la posta e vedere il calendario. E puoi tenere più app sulla schermata Home.”

Logicamente, lo schermo è anche più nitido, con un Retina Display migliorato. Ma queste sono cose da “recensione”, come i nuovi auricolari inclusi nella confezione (sembrano essere semplicemente fantastici) o il nuovo connettore dock double face a prova di “utonto”.

Insomma, studiando bene questo iPhone 5 si comprende che non è “il solito ifonz”. Se si afferma il contrario, allora è possibile che: A – non si conosca Apple, e quindi non si sappia che da 20 anni l’azienda non stravolge i design dei suoi dispositivi di successo, ma li migliora di anno in anno fino a raggiungere la perfezione; B – sia stata vista solo una foto dell’iPhone 5 senza informarsi sulle differenze, anche estetiche; C – si ami “trollare”.

Voglio concludere questo noioso editoriale con una riflessione estremamente personale. Amo le auto, sono un appassionato del settore, e adoro le Porsche (che purtroppo non ho…). Qualcuno può affermare che le Porsche fanno schifo? Non credo. Bene, Porsche e Apple sono uguali: anche la casa tedesca non ama rivoluzionare le sue auto. No. Semplicemente, le migliora di modello in modello apportando dei piccoli cambiamenti. Ogni modello è un tassello per raggiungere la perfezione.

Non sempre innovare vuol dire stravolgere. Per tutti gli altri, per chi non ama la filosofia di Apple e Porsche, ci sono sempre le alternative.

www.iphoneitalia.com

Piove

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Dopo alcuni mesi di caldo africano, temperature record, siccità, terra sempre più arida e forze sempre più scalfite, da qualche ora sta piovendo ma, sopratutto, l’acqua si sta accompagnando ad una temperatura da prima decade autunnale. Pochi istanti fa pensavo a come quest’anno, per la prima volta, nonostante non sia manco la metà di settembre, non mi pesa il fatto che molto probabilmente il prossimo fine settimana non riesca ad andare al mare. Sarà per la snervante estate avuta fin ora o sarà per il momento particolarmente apatico, sta di fatto che questo pensiero mi ha fatto riflette e mi ha riportato al medesimo WE degli ultimi due anni, trascorsi rispettivamente a Scilla, nel 2010, e a Tropea l’anno scorso. Fine settimana quelli molto ma molto particolari; forse indimenticabili e non per motivi esclusivamente gradevoli e piacevoli, ma anche per molti retroscena che li precedettero e li seguirono.

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