iTunes: 12 anni di storia

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Per voi, una cronistoria di un cambiamento epocale!

Da pochi giorni è uscito iTunes 11 e in questo articolo viene ripercorsa la storia di questo importante software sviluppato da Apple.  La notizia è stata ripresa da ArsTechnica.

iTunes 1.0: il jukebox

iTunes è stato rilasciato per la prima volta nel gennaio del 2001, con Apple che pubblicizzò questo software come il più incredibile jukebox che il mondo abbia mai visto. Questo perchè iTunes consentiva di rippare CD in MP3 e di organizzare la musica al suo interno, tramite un’interfaccia semplice e intuitiva. “Rip. Mix. Burn.”, questo era il motto scelto da Apple per il primo iTunes. Il software consentiva anche l’operazione inversa, cioè di masterizzare un CD audio partendo dagli MP3 salvati in iTunes. Quando venne rilasciata la versione 1.0, l’iPod non era ancora stato commercializzato, per cui gli MP3 potevano essere caricati su altri lettori multimediali, come il Creative Labs o il Rio. Ad una settimana dal lancio, iTunes era stato scaricato da 275.000 utenti Mac.

iTunes 2.0: arriva l’iPod

La seconda versione di iTunes arrivò a 10 mesi dal primo rilascio, quanto Apple presentò il suo primo iPod. Questa versione venne pubblicizzata come software di integrazione con il nuovo lettore Mp3 che, tra le altre cose, consentiva di sincronizzare brani e playlist in modo automatico anche tramite porta FireWire. Apple aggiunse anche un equalizzatore e la funzione di dissolvenza incrociata nel passaggio tra un brano all’altro. iTunes 2.0 consentì anche di masterizzare CD con all’interno Mp3, e non solo CD di tipo tradizionale, consentendo all’utente di inserirvi molti più brani.

iTunes 3.0: le smart playlist

iTunes 3 è stato rilasciato nel luglio del 2002. La novità più importante era l’introduzione delle smart playlist, che consentivano all’utente di creare playlist intelligenti in base ai parametri da lui scelti. Ad esempio, era possibile creare una playlist con i 20 brani più ascoltati nell’ultimo mese o con i soli brani aggiunti da una certa data in poi. iTunes 3 ha introdotto anche il Sound Check, una funzione in grado di regolare automaticamente il volume di tutti i brani inseriti in una playlist e mantenerlo quindi costante. Infine, venne aggiunto il supporto per l’ascolto degli audiolibri da Audible.com.

iTunes 4.0: Music Store

iTunes 4 è stato rilasciato nel mese di aprile 2003, portando con sè la prima versione dell’iTunes Music Store. Come si può immaginare, questo è stato uno dei momenti più importanti della storia della musica, dato che sancì l’inizio dell’era digitale che avrebbe portato al progressivo abbandono dei classici CD. Steve Jobs lottò molto con le case discografiche per trovare questo accordo e vi riuscì dopo mesi di trattative: la novità più interessante era data dalla possibilità di acquistare un singolo brano al prezzo di 0,99$. Insieme al Music Store, arrivò anche il formato proprietario FairPlay DRM, che consentiva agli utenti di masterizzare un numero illimitato di CD con i brani acquistati su iTunes e di sincronizzarli con quanti iPod voleva, ma dava la possibilità di riprodurre i file su un massimo di 3 Mac. Il formato fairPlay DRM è rimasto invariato fino al 2009, quanto Apple ha introdotto le tracce DRM Free.

iTunes 5.0: iPod nano e podcast

iTunes 5 è stato introdotto nell’autunno del 2005, dopo la presentazione dell’iPod nano. Oltre alla compatibilità con il nuovo lettore MP3, Apple aggiunse anche nuove funzioni come Smart Shuffle, per migliorare la riproduzione casuale dei brani) e la possibilità per gli utenti Windows di sincronizzare i contatti Outlook e i calendari sui propri iPod. La versione Windows di iTunes, infatti, venne rilasciata poche settimane prima di questo update. Ancora, iTunes 5 introdusse anche il supporto per i podcast e la riproduzione dei video, la funzione AitTunes (che poi sarebbe diventata AirPlay) e il supporto per il telefono cellulare Motorola ROKR E1, primo dispositivo cellulare ad integrarsi con iTunes.

iTunes 6.0: video musicali

iTunes 6 arriva a solo un mese di distanza dal rilascio di iTunes 5. In questa versione troviamo l’aggiunta dei video musicali in iTunes Store e, per la prima volta, l’inserimento di alcuni spettacoli televisivi come Lost, Desperate Housewives e Night Stalker, che potevano essere acquistati al prezzo di 1,99$ ad episodio. Si tratta della prima integrazione tra iTunes e TV. La versione 6 introdusse anche la possibilità di acquistare alcuni cortometraggi della Pixar, sempre al prezzo di 1,99$ l’uno, anticipando di fatto l’imminente rilascio di film tramite iTunes.

iTunes 7.0: film, film, film

Nel settembre del 2006, Apple ha presentato iTunes 7 come il “miglioramento più significativo del jukebox musicale più famoso al mondo e del negozio on-line di musica e video più utilizzato”. In effetti, le novità erano diverse, come l’inserimento della modalità di visualizzazione Cover Flow, che consentiva di sfogliare virtualmente le copertine degli album presenti in iTunes. Inoltre, per la prima volta era possibile acquistare film direttamente da iTunes: inizialmente ne erano presenti 75, di studi quali Disney, Pixar, Miramax e Touchstone. I film potevano essere sincronizzati con l’iPod o essere visti con l’imminente Apple TV. iTunes 7 venne realizzato sia per Mac PowerPC che Intel e introdusse il supporto a Nike+ per gestire le proprie performance sportive tramite iPod. iTunes 7 è stata anche la prima versione a consentire la sincronizzazione, da iPod a un computer autorizzato, della musica acquistata.

iTunes 8.0: arriva il Genius

iTunes 8 è stato rilasciato nel settembre del 2008, due anni dopo il rilascio di iTunes 7. La caratteristica principale era il nuovo algoritmo Genius per le playlist, grazie al quale era possibile generare playlist automatiche in base ad una singola canzone, in modo da avere una lista di brani simili da poter ascoltare. Il Genius lavorava anche su iTunes Store, suggerendo i brani che potrebbero piacere all’utente in base ai propri gusti. Furono aggiunti anche il supporto agli spettacoli TV in HD e all’attivazione dell’iPhone (cosa già inserita in una versione minore di iTunes 7). iTunes 8 consentiva anche di scaricare film o spettacoli TV su una Apple TV o su un computer, consentendo agli utenti di effettuare un backup dei file multimediali che erano stati acquistati su diversi dispositivi

iTunes 9.0: la condivisione

Rilasciato nel settembre del 2009, iTunes 9 porta con sè diverse novità. Troviamo ad esempio la nuova funzionalità Home Sharing, che consente agli utenti di condividere la musica iTunes senza DRM nella stessa rete, ma anche il supporto per il noleggio di film ad alta risoluzione, la funzione Party Mix per consentire agli utenti di scegliere i brani da ascoltare, magari durante una festa, usando i proprio iPod o iPhone, e la possibilità di organizzare le app installate su iPhone direttamente da iTunes.

iTunes 10: Ping chi?

Il primo tentativo di portare una rete sociale su iTunes è datato 2010, quando Apple decise di implementare il proprio social network “Ping” in iTunes 10. Con questo Ping, gli utenti potevano utilizzare il proprio account iTunes per consigliare brani, comunicare con gli artisti e seguire le loro pagine per essere aggiornati sulle novità, applicare il “mi piace” ad un brano e così via. Successo pari a 0, tanto che ora Apple ha disattivato tale funzione. iTunes 10 introduce anche AirPlay, che consente di effettuare lo streaming video e audio da Mac, iPhone e iPad verso dispositivi compatibili. Infine, l’altra novità è l’inserimento di iTunes Match, un servizio a pagamento che consente agli utenti di avere sulla nuvola tutti i propri brani, anche se non scaricati da iTunes.

iTunes 11: un nuovo inizio

iTunes 11 promette di essere uno dei maggiori update degli ultimi anni. Il rilascio è stato posticipato a fine novembre, per cui entro pochi giorni dovrebbe finalmente essere disponibile per il download. Tra le novità più importanti avremo una interfaccia completamente rinnovata e più “minimal”, una maggiore integrazione con iCloud e alcune funzioni aggiuntive per la riproduzione dei film. Infine, avremo una barra del player multimediale, e sarà sempre possibile seguire le pagine degli artisti,  mentre la condivisione dei “mi piace” sui singoli brani e album (o film) avverrà tramite Twitter e Facebook.

www.slidetomac.com

“Potenziale rischio per la democrazia”

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Il presidente di Telecom attacca le grandi aziende come Facebook e Google, diventate monopolistiche e non in grado di garantire la privacy degli utenti: “C’è una totale assenza di regole”. E arriva al paragone con il nazismo.

Franco Bernabè si dice “preoccupato per la totale assenza di regole del mondo di Internet”. Il presidente della principale azienda italiana di telecomunicazioni è spaventato dal basso livello di privacy presente in Rete. Intervenuto al convegno “Ripensare Internet” all’Università Bocconi, il numero uno di Telecom, ha messo in guardia dai rischi presenti nel mondo dei social network. E lo ha fatto lanciandosi in un paragone impegnativo: ”Il mondo non sarà sempre pacifico, se una nazione civile come la Germania ha fatto quello che ha fatto” con il nazismo “allora il tema della privacy non può essere sottovalutato”.

“Il nazismo ci ha messo due anni a fare ‘il cluster’ delle persone a cui ha dedicato le sue attenzioni – dice Bernabé -, oggi basta un click per farlo”. Facebook, dunque, potrebbe essere uno strumento di deriva anti-democratica, se non sarà regolato in maniera adeguata. “Mi chiedo quando se e quando il potere dei social network determinerà delle scelte politiche e quanto questo sarà compatibile con la democrazia”, ha detto il presidente di Telecom in chiusura del suo intervento. Secondo Bernabè, Facebook “consente una intrusività straordinaria nella vita delle persone: ha un miliardo di utenti e 400 miliardi di foto. I giovani non fanno attenzione, pensano di vivere in un mondo pacifico in cui non può succedere quello che è successo negli anni 20 e 30″.

Bernabé ricorda che negli Stati Uniti, dove le società di Internet prolificano, “la privacy non è un diritto fondamentale del cittadino, non è un diritto costituzionale come da noi, ma è una semplice tutela del consumatore“. Una situazione che può portare “benefici straordinari alle imprese americane”, in tema di accesso ai dati personali.

Una tendenza difficile da invertire, dal momento che – ricorda il manager – la Rete non è così aperta alla concorrenza come potrebbe sembrare: “Grazie all’effetto rete di internet le aziende Over the top sono cresciute rapidamente diventando monopoli. Ma in ciascun segmento di mercato sono monopolisti o quasi. E non è vero che ognuna di queste società esprime il massimo. Se prendiamo altri motori di ricerca indipendenti, fanno tutto quel che fa Google salvo prelevare i vostri dati. E non diventeranno mai leader perché il mercato è dominato per più del 90% da Google. Questa è una libertà per i clienti? Quella che è stata una libertà per i clienti, cioè la possibilità di passare da un gestore di telecomunicazioni all’altro, non succede in rete: non puoi migrare i profili da una piattaforma come Facebook a un’altra”.

www.ilfattoquotidiano.it

InTOino, un’app per inventare

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Ordinare ad un sensore di inviarci un tweet quando una pianta ha bisogno d’acqua, far partire una mail se la temperatura in casa si abbassa troppo, far squillare il cellulare quando nell’altra stanza ci sono rumori indesiderati. In poche parole, costruire degli oggetti che rispondano alle nostre necessità: e farlo senza sapere nulla di programmazione, grazie a una semplice app.
“Tutti possono essere inventori” è il motto di InTOino), la startup torinese selezionata tra le sedici più interessanti nel panorama europeo da Le Web, la conferenza parigina che si terrà a dicembre e che rappresenta uno degli eventi più importanti del settore nel continente.
“InTOino è un’applicazione che permette anche ai meno esperti di creare oggetti intelligenti senza saper programmare”, spiega Marco Bestonzo, fondatore e Ceo della società, “Basta collegare con una nostra antenna una scheda Arduino al tablet e poi, attraverso l’applicazione, si possono ‘montare’ gli oggetti associando semplici icone”.
L’app torinese punta così a rendere ancora più semplice l’utilizzo di Arduino, l’hardware open source made in Italy amato da una vasta comunità internazionale e “cuore” di migliaia di utilizzi creativi nel mondo. Se infatti Arduino ha già semplificato significativamente la creazione di oggetti “smart”, resta ancora una piattaforma ostica per chi non è a suo agio con il codice di programmazione.
Ed è proprio il lato del codice che InTOino cerca di superare proponendo una dinamica simile a quella dell’App store, con grandi icone con comandi semplici da “assemblare” tra di loro per far fare ai propri oggetti quanto desiderato.
“Abbiamo tradotto il codice in specifiche esigenze della vita. Partiremo con un centinaio di comandi funzionanti e concentrandoci su tre campi: la domotica, i dispositivi per interagire con il cellulare e quelli per il mobile health. Ma la nostra piattaforma resta aperta al codice della community”.
Proprio la comunità vuole essere la chiave del successo di InTOino, grazie a un’apertura totale alle idee degli utenti e a una forma di collaborazione commerciale tra la piattaforma e i suoi utilizzatori. “Le idee più interessanti che arriveranno dalla comunità diventeranno degli oggetti veri e propri, acquistabili nei negozi, e il cui ricavato sarà diviso tra InTOino e gli inventori”. Attraverso la commercializzazione dei prodotti, e la vendita delle antenne per mettere in comunicazione la app e le schede Arduino, la startup conta di generare profitti.
Dietro la nuova azienda piemontese c’è la storia di un gruppo di “cervelli rientrati” dall’estero, ragazzi intorno alla trentina che hanno scommesso tutto sulla loro idea. “InTOino è nata appena quattro mesi fa”, ci spiega Bestonzo, “Io rientravo a Torino da un master in Svezia e il giorno dopo il mio arrivo si teneva lo Startup Weekend, un evento per lanciare la tua impresa in appena 54 ore. Con gli altri membri del team avevamo questa idea in testa e in due giorni la abbiamo trasformata in un prototipo funzionante. Durante l’evento siamo stati votati come seconda migliore idea dalla giuria e primi per il pubblico”. Ad oggi la squadra di InTOino è composta da quattro soci fondatori più altri cinque ragazzi, ma con il solo Bestonzo a lavorare full time sul progetto, ospitato dall’incubatore di imprese innovative del Politecnico di Torino TreatAbit.
“Le Web ci permetterà di presentarci a una platea più vasta e cercare un primo finanziamento per permettere agli altri membri del team di lavorare in via esclusiva a questo progetto”, conclude Bestonzo, convinto che il nostro paese possa essere protagonista nel campo dell’internet delle cose. “In Italia abbiamo tutto il talento che serve. Possiamo farcela”.

www.repubblica.it

«The Hobbit»

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WELLINGTON – Il mega orologio che troneggia sull’Embassy Theatre scandisce le ore che dividono dalla prima di «The Hobbit – An Unexpected Journey» e sono in molti a trattenere il respiro. Il bellissimo cinema art-deco di Wellington che mercoledì ospiterà la première del primo episodio legato alla saga di Tolkien vedrà l’ingresso di molte star internazionali come Martin Freeman (dell’acclamata serie Tv «The Office») che interpreta Bilbo Baggins, Elijah Wood, il Frodo Baggins della trilogia del «Signore degli anelli» e la stella australiana Cate Blanchett (Galadriel). Ci sono gli ingredienti perché venga replicato il grande successo della trionfale prima de «Il ritorno del re» nel 2003. Tuttavia, una serie di incidenti di percorso hanno funestato la produzione del film, tanto da far coniare il termine «la maledizione dell’Hobbit». Guardando ansiosamente alle previsioni del tempo, in una città famosa per la pioggia e i fortissimi venti, e temendo manifestazioni di protesta di associazioni di animalisti che hanno accusato la produzione di aver maltrattato animali sul set (accuse decisamente negate dal regista Peter Jackson), sono in molti ora a temere che qualcosa possa andare storto all’ultimo momento.

Sono state molte le vicissitudini che hanno vivacizzato la produzione di «The Hobbit». Prima di tutto una serie di estenuanti trattative con gli studios americani che hanno posticipato l’inizio delle riprese e portato un esasperato Guillermo del Toro a rinunciare alla poltrona di regista. Quindi l’ulcera perforante che ha mandato Peter Jackson, 49 anni, in ospedale agli inizi dell’anno, rallentando ulteriormente le riprese. A rincarare la dose c’è stata anche un’agitazione sindacale da parte degli attori neozelandesi che lamentavano una disparità di trattamento con i colleghi britannici, australiani e americani. Alla minaccia della Warner Bros di trasferire la produzione in Europa dell’Est, è intervenuto il Governo neozelandese che ha concesso alla Warner Bros 30 milioni di dollari neozelandesi in sovvenzioni, che si aggiungevano ai già previsti 65 milioni in detrazioni fiscali. Pur di tenere la produzione in loco Wellington ha persino cambiato le leggi del lavoro in Nuova Zelanda, generando grande risentimento tra i sindacati. Il tutto ha portato Martin Freeman, l’attore britannico protagonista di «The Hobbit» a coniare l’espressione «the curse of the Hobbit». La maledizione dell’Hobbit ha colpito anche recentemente quando un’associazione animalista ha accusato la produzione di maltrattamento degli animali usati per il film e gli eredi di Tolkien hanno portato la Warner Bros in tribunale per violazione dei diritti di merchandising.

Tutti questi avvenimenti hanno avvelenato l’atmosfera intorno al nuovo episodio della saga di J.R.R. Tolkien. Se la première de «Il ritorno del re» nel 2003 era stata celebrata con grande gioia e partecipazione da parte di tutta la popolazione, questa nuova anteprima è vista con meno entusiasmo se non con ostilità da più di qualcuno. I soldi dei contribuenti spesi per mantenere la produzione nel Paese e le numerose concessioni fatte agli studios stranieri hanno alienato molte simpatie. «La trilogia del “Signore degli anelli” è stata fatta in tempi di boom – spiega il commentatore neozelandese di costume Dave Armstrong – e anche se il genere fantasy non era il preferito di tutti, ognuno era pronto ad ammirare gli effetti speciali e a inorgoglirsi del clamoroso successo internazionale dei film». Da allora a oggi è incorsa una crisi economica internazionale che non ha risparmiato il Paese e che rende i cittadini più sensibili a come vengono spesi i soldi pubblici e a vantaggio di chi.

Alla fine, tutte queste vicissitudini potrebbero persino portare bene a «The Hobbit». Anche le riprese di «Titanic» di James Cameron, uno dei maggiori blockbuster di tutti i tempi, erano state rallentate da una serie di incidenti sul set e dalla moltiplicazione delle spese. Molti erano pronti a parlare di un naufragio del film ai botteghini, ma sono stati smentiti. È molto più che probabile che la storia si ripeta. Intanto, le previsioni del tempo per mercoledí preannunciano una bella giornata.

www.corriere.it

Dino, genio informatico che l’Italia ha perduto

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E pensare che al concorso dell’università di Pisa, qualche anno fa, lo avevano bocciato. Non che Dino Distefano, laurea in informatica, non meritasse di entrare nei ranghi della ricerca. Anzi. Ma si sa come funzionano certe cose in Italia. I docenti hanno i loro protetti (qualche volta con le carte in regola) e il risultato è che chi è fuori dal circolo del «barone» deve scansarsi: si partecipa per il gusto di provare e poi si cambia strada.

La soddisfazione di Dino Distefano è di non avere mollato. Tappa numero uno in Olanda e porte aperte. Tappa finale in Inghilterra, porte ancora più aperte. «Se era andata male a Pisa perché non insistere lontano dall’Italia dove le raccomandazioni non contano?». Il risultato è che giovedì sera alla Royal Society di Londra, il gotha della scienza britannica, sarà proprio questo 39enne da Biancavilla (Catania) a salire sul palco per tenere una lezione e per ritirare il «Roger Needdham award», che è una sorta di Nobel dell’informatica (assieme al «Turing award») assegnato a quanti si sono distinti nei dieci anni successivi al conseguimento del dottorato (il Phd).

Dimenticato o respinto dall’Italia. Abbracciato dalla comunità scientifica mondiale e londinese, il nostro genio è diventato professore ordinario alla Queen Mary University. E un motivo c’è. Il computer, Dino Distefano, ha cominciato a maneggiarlo quando «le tecnologie erano ancora nell’età della pietra e ci divertivamo col mitico Commodore». Adesso Dino Distefano, lavorando di equazioni, di logica e di algoritmi, ha inventato e brevettato il «software dei software» che è la «medicina preventiva» per impedire che i grandi sistemi vadano in tilt.

Qualche applicazione pratica? Se voliamo pretendiamo la massima sicurezza e che i computer di bordo funzionino. Ebbene il «software dei software», chiamato «Infer», va a rilevare i difetti in anticipo, prima che l’elettronica sia installata sugli aerei. Se viaggiamo in auto confidiamo che il sistema dei freni controllato con i chip sia perfetto. «Infer» compie il check prima che il modello sia commercializzato. Se usiamo un personal con un programma particolare ci auguriamo che il video non diventi grigio. «Infer» analizza il sistema operativo e punta diritto alle imperfezioni.

Per una trentina d’anni il «crash» è stato il «problema da un miliardo di dollari». Quasi irrisolvibile. Lo si affrontava (senza certezze) assumendo squadre di matematici e assegnando a loro il compito di una ricerca manuale: il controllo delle complesse equazioni di base e dei linguaggi che governano i sistemi. «La novità è che ora schiacci un pulsante e la macchina svolge autonomamente l’operazione di cura preventiva». Grazie appunto al «software dei software».

Un piccola e importante rivoluzione. Ci giravano attorno parecchi ricercatori e scienziati. Dino Distefano col suo team (Cristiano Calcagno, un altro italiano, Peter O’Hearn e il coreano Hongseak Yang) ha messo il sigillo. «Dopo avere pubblicato le ricerche iniziali sulle riviste accademiche ci siamo accorti che stavano per soffiarci le idee». Dunque, la decisione di brevettare «Infer» e poi di fondare una start-up (la «Monoidcs Limited» con sede nell’Est di Londra), che marcia a gonfie vele.

Alle equazioni dello scienziato italiano e del suo gruppo si sono affidati l’Airbus (per i computer sugli aerei), la Toyota e la Mitsubishi, la Arm (i chip degli iPhone) e la Microsoft. «Sono tanti i ricercatori di altissimo livello in Italia, solo che sono assorbiti dalla didattica, non hanno spazio e risorse per dimostrare il loro valore, la loro fantasia, la loro intelligenza». Hobby? «Girare per i locali londinesi e perdermi con gli amici discutendo di matematica. Ma anche cinema e musica». Nostalgia dell’Italia? Dino Distefano sorride. «Per ora no». La Royal Society di Londra lo applaude e lo premia. Le eccellenze che noi dimentichiamo e perdiamo. Ogni commento è scontato.

www.corriere.it

Open Internet, si schiera anche il Parlamento europeo

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I rappresentanti dell’Unione Europea approvano una risoluzione che vorrebbe mettere fuori gioco i tentativi di regolamentazione della rete telematica mondiale da parte dell’ONU. Le Nazioni Unite non sarebbero la sede adatta.

Dopo l’accorato (e vieppiù interessato) appello di Google in difesa di una rete Internet “libera e aperta”, ora anche il Parlamento europeo si pronuncia in merito ai negoziati a porte chiuse che l’ONU terrà in quel di Dubai nel corso del mese prossimo.
I rappresentati di Bruxelles hanno votato e approvato una risoluzione proposta dalla parlamentare olandese Marietje Schaake, stabilendo che l’ITU (organo ONU che si occupa di telecomunicazioni) o altre istituzioni internazionali non rappresentano “l’organismo appropriato per sostenere una autorità regolatoria sulla rete Internet”.
La posta in gioco è il passaggio dei poteri di controllo, gestione e regolamentazione ora in mano a ICANN e ad altre organizzazioni – alcune delle quali palesemente influenzate dalla politica statunitense – alle Nazioni Uniti, con il rischio, paventato da Google e ora dall’Europa, che i membri meno liberali dell’ONU (Russia, Cina, Iran e via elencando) possano istituire strumenti di censura capaci di mettere a minare la libertà di espressione e di circolazione delle informazioni in rete.

ITU intende aggiornare le regolamentazioni internazionali sulle telecomunicazioni (ITR) redatte in un tempo in cui la Internet di oggi era solo un miraggio lontano, e il Parlamento europeo ha dato mandato all’Unione – i cui 27 stati membri sono tutti firmatari dei suddetti ITR – di assicurarsi che Internet continui a essere “un luogo pubblico, dove i diritti umani e le libertà fondamentali, in particolare la libertà di espressione e di associazione, siano rispettati”. Senza dimenticare, dice ancora la risoluzione, la salvaguardia dei “principi del libero mercato”, della net neutrality e del diritto all’imprenditorialità.

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Cucinelli regala l’utile ai suoi dipendenti

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Di questi tempi, è ammirevole tutto questo!

Il re del cachemire ha deciso di destinare i 5 milioni di euro ai lavoratori: sono 6.385 euro a testa. Un vero e proprio regalo di Natale. Che va decisamente in controtendenza rispetto allo stato di salute attuale dell’economia italiana. Il re del cachemire Brunello Cucinelli, appena sbarcato in Borsa, ha deciso di condividere gli utili con i propri dipendenti ed ha preparato un dono da 5 milioni di euro da mettere sotto l’albero per le proprie maestranze. Cifra che, divisa per i 783 dipendenti, significa 6385 euro a testa.

«Questo vuole essere un dono di famiglia, qualcosa che va aldilà dell’azienda che è quotata in Borsa» ha detto Cucinelli. «Abbiamo voluto dare un premio a chi è cresciuto insieme a noi e l’abbiamo comunicato ai dipendenti» ha aggiunto l’imprenditore che ha slegato però il dono ai dipendenti dalle ultime polemiche tra l’azienda umbra e il sindacato, che si lamenta degli ostacoli che verrebbero frapposti dalla proprietà al suo ingresso nell’azienda umbra. «Assolutamente no, – ha detto Cucinelli – è una cosa a cui stavo pensando da tempo».

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Il 20enne siciliano e l’app premiata

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MILANO – Il 20enne siciliano Andrea Giarrizzo ha passato 48 ore da sogno, dopo essersi aggiudicato la competizione Samsung Smart App Challenge 2012 e i 100 mila dollari in premio. La sua applicazione si chiama YouTube Downloader e funziona in modo tanto semplice quanto appetibile: permette di scaricare i video da YouTube e di conservarli sul proprio terminale. La visibilità concessa dal concorso del produttore coreano ha scaraventato l’app di Giarrizzo nell’Olimpo delle più scaricate dal negozio digitale Samsung Apps. Oltre un milione di download. Martedì sera la storia ha trovato spazio anche in prima serata su Rai 3, nel corso di Ballarò, e il giovane nato in provincia di Enna è stato acclamato come promessa dell’innovazione nostrana.

BRUTTA SORPRESA – Ieri la brutta sorpresa: l’applicazione non si può più scaricare dal Samsung Apps store. La pagina esiste ancora, ma l’immagine e le informazioni relative al prodotto sono state rimosse. Curiosamente, però, sul portale del concorso sopravvive ancora il logo di Giarrizzo fra quelli premiati. Cos’è successo? Più facile a chiedersi che a capirsi. Il ragazzo non ha commentato l’accaduto e Samsung non ha fornito alcun chiarimento sui motivi che hanno portato alla cancellazione e, soprattutto, sul destino del premio assegnato. Corriere.it, oltre a Samsung Italia, ha provato a contattare Google Italia per capire se la richiesta di rimozione sia arrivata da Mountain View: Youtube è di proprietà di Google e l’applicazione dello sviluppatore nostrano non rispetta le condizioni del portale, che vietano la copia e la diffusione dei video senza aver ottenuto consenso scritto. Non ci sono prese di posizione ufficiali in merito.

IL PRECEDENTE RYANAIR – Guido Scorza, avvocato esperto di digitale, fa comunque notare a Corriere.it che Youtube «non impone l’accettazione del regolamento a chi naviga fra le sue pagine». Questo aspetto ha permesso al portale di viaggi Opodo di vincere una causa contro Ryanair, che lamentava l’utilizzo dei suoi contenuti e rivendicava di aver chiarito nelle condizioni generale che è vietato. All’epoca dei fatti contestati, era il 2007, chi visitava le pagine della compagnia aerea low cost era però costretto ad accettare le condizioni del sito solo quando stava per completare l’acquisto del biglietto e i giudici di Parigi hanno ritenuto e ribadito in appello che la semplice esplorazione del portale non doveva sottostare al diktat. E che, quindi, Opodo aveva il diritto di pescare a piene mani fra i dati di Ryanair e indicizzarli fra i suoi risultati. Il caso di Giarrizzo, spiega Scorza, si basa sullo stesso principio. Se, ovviamente, venisse fuori che è stato davvero Youtube a contestare l’esistenza (e il successo) dell’app.

www.corriere.it

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