Capodanno N° 1

postato in: Personale | 0

Ed eccoci qui, ad uno scoppio dal Capodanno 2013, che poi è anche il primo Capodanno di “Mi SMarco”.

Sono pochi mesi che sto scrivendo e postando in questo blog e vi assicuro che, tempo permettendo, è piacevole avere una casa virtuale da “arredare” con foto, notizie, pensieri, balzelli, giravolte e quant’altro riguardi il mio mondo.

Sicuramente ci saranno delle evoluzioni in questo neo nato spazio web, ma di una cosa sono certo: adesso che ho iniziato, non credo riesca più a fermarmi.

Buon 2013!

Perché si dice Merry Christmas?

postato in: Attualità | 0

Su molti biglietti d’auguri, non solo nei paesi in cui si parla inglese, oggi appaiono due parole:Merry Christmas. Per quanto il senso sia immediatamente chiaro – Buon Natale – il Natale è probabilmente l’unico momento dell’anno in cui l’aggettivo merry conosce questa diffusione e popolarità, tanto da essere ormai associato quasi esclusivamente alla parola Christmas. Ma perché si dice Merry Christmas e non, come potrebbe sembrare più naturale, Happy Christmas? In inglese, infatti, si dice per esempio Happy New Year o Happy Thanksgiving. La spiegazione la riporta, tra gli altri, Matthew Schmitz sul sito della rivista religiosa First Things (ma è largamente diffusa su Internet).

L’espressione Merry Christmas nasce naturalmente in Regno Unito, anche se oggi è diffusa soprattutto negli Stati Uniti e in Nord America. In inglese antico la parola merry significavapiacevole più che felice o gioioso, ma già nel Cinquecento veniva utilizzata di tanto in tanto per augurare buon Natale. La prima attestazione dell’espressione risale al 1565 ed è contenuta nel manoscritto municipale della cittadina inglese Hereford: «And thus I comytt you to God, who send you a mery Christmas» («Vi raccomando a Dio, che vi mandi un Buon Natale»). Nel 1843 fu ilCanto di Natale di Charles Dickens a renderla popolare e modificare il suo significato, associandola più a gioviale e festoso: nel romanzo Ebenezer Scrooge irride il Natale dicendo «If I could work my will… every idiot who goes about with ‘Merry Christmas’ on his lips should be boiled with his own pudding» («Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto ‘allegro Natale’ in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola», nella traduzione italiana più diffusa). Oltre alla grande popolarità dell’opera di Dickens, contribuì alla fortuna del termine anche il primo biglietto di auguri preparato per Natale (stampato a sua volta nel 1843) che conteneva l’espressione A Merry Christmas and a Happy New Year to You. L’aggettivo merry venne sempre più diffuso, venendo associato a un clima festoso e particolarmente sopra le righe.

Già dal Medioevo l’aggettivo aveva assunto questo significato, indicando in particolare l’ubriachezza. Sia la Bibbia di Wycliffe (una traduzione della Bibbia in inglese medievale risalente al 1382-1395) e la Bibbia di re Giacomo (una traduzione in inglese della Bibbia completata nel 1611) usavano il termine in tal senso, nella descrizione di una festa organizzata dal ricco Nabal: «He held a feast in his house, like the feast of a king; and Nabal’s heart was merry within him, for he was very drunken» («Tenne una festa a casa sua, una festa da re; e il suo cuore era allegro perché era molto ubriaco»).

Nell’Ottocento questo significato si rafforzò, finendo per indicare i festeggiamenti brilli e sfrenati delle classi più basse. Negli Stati Uniti la parola merry continuò a venire usata e a diffondersi nel corso dell’Ottocento, finendo per soppiantare il termine happy. Lo attesta per esempio la storia della poesia A Visit from St. Nicholas, una delle più popolari degli Stati Uniti, cha ha plasmato la figura di Babbo Natale come la conosciamo oggi. La versione originale, scritta dal poeta americano Clement Moore nel 1823, si chiudeva con l’augurio di Happy Christmas to all, che in molte edizioni successive venne sostituita con la più popolare Merry Christmas to all.

In Gran Bretagna e Irlanda invece, la parola merry venne via via abbandonata dalle classi medio-alte dell’epoca vittoriana, caratterizzate da puritanesimo e da una forte volontà moralizzatrice. Mentre il termine merry indicava le feste dei ceti bassi, dissennate e alcolizzate, la parola happysuggeriva invece festeggiamenti più sobri, dove la contentezza derivava da una vita virtuosa e dal duro lavoro. Ancora adesso in Regno Unito la formula più diffusa è Happy Christmas: e non è un caso che sia quella preferita dalla regina Elisabetta, che la utilizza ogni anno per fare gli auguri ai sudditi nel tradizionale discorso di Natale.

www.ilpost.it

Non uccidete Babbo Natale

postato in: Attualità | 0

È il protagonista indiscusso della notte di Natale per la maggior parte dei bimbi del mondo. Una magia condita dall’attesa trepidante e al mattino presto dalla corsa per scoprire i doni lasciati sotto l’albero. Un mito che non sbiadisce quello di Babbo Natale, ma è giusto dire la verità ai propri figli, relegando nella soffitta della fantasia il proprietario di renne, slitta e laboratorio di giocattoli? Un dilemma che non pochi genitori si pongono e sul quale sono state condotte addirittura ricerche psicologiche approfondite. «La risposta – riassume Massimo Di Giannantonio, docente di Psichiatria all’università D’Annunzio di Chieti – non è univoca. Sicuramente una discriminante valida è l’età».

 In genere, secondo gli esperti, il bambino realizza da solo e senza bisogno di una chiara presa di posizione dei genitori che il leggendario Santa Claus è appunto un’illusione fantastica, che non c’è un vecchietto in Lapponia in grado di far arrivare a destinazione nel tempo record di una notte i regali chiesti da miliardi di bimbi. Un’impresa più da supereroi che da uomini panciuti e in là con l’età. L’addio a Babbo Natale avviene più o meno intorno ai 5-7 anni, concordano gli scienziati, perché fino ad allora i più piccoli sono sostenuti dal pensiero magico. Il consiglio dunque, continua Di Giannantonio è «non bruciare le tappe e lasciare che il rito dei regali che si materializzano sotto l’albero si ripeta.

Il dibattito sul momento più giusto e sull’opportunità di sfrattare Babbo Natale è aperto. Si può però dire con certezza che bisogna porsi il problema di rivelare la non esistenza di Babbo Natale quando il bambino ha raggiunto un’età in cui diventa difficile continuare a credere senza incorrere nello scherno o nelle critiche dei propri compagni di giochi. Il rischio è che dietro questa ostinazione nel difendere il mito di Babbo Natale ci sia la voglia di rimanere ancorati alla fantasia, rimandando il confronto con la realtà». L’età spartiacque? Di Giannantonio spiega che «superati i 9 anni» la persistenza della magia di Babbo Natale «diventa un segnale di infantilizzazione, immaturità, educazione incompleta».

Insomma, va bene «usare simboli nella sfera affettiva, ma con un timing preciso, facendo attenzione a quando la cosa è opportuna». Lo psichiatra definisce Babbo Natale «un referente simbolico interessante e utile a rafforzare l’atmosfera emotiva del Natale per il bambino e la sua famiglia». E il consiglio per i genitori è: «evitate bruschi scontri con la realtà. Non si mandano i sogni di un bimbo in frantumi soprattutto quando, fino a quel momento, si è fatto credere con grande intensità a una fantasmagorica figura di tipo trascendentale, metafisico e metapsicologico». In altre parole tanto più il piccolo è attaccato alla figura di Babbo Natale, «tanto più il trauma di una brusca verità causerà contraccolpi a livello emozionale». Il suggerimento è dunque di usare «prudenza e morbidezza in questi casi». Se, invece, nell’ambiente familiare si è sempre dato poco peso al mito di Santa Claus «il trauma sarà minore. È comunque importante – conclude l’esperto – che i bimbi realizzino da soli qual è la verità. Nell’attesa, meglio non creare situazioni conflittuali in cui un genitore offre una visione realistica e l’altro prolunga il sogno di un mondo abitato da elfi, renne e un caro vecchietto carico di regali».

Adn-Kronos-Salute

Tutto questo è Natale

postato in: Personale | 0

La capanna, le luminarie, babbo Natale, i regali, il torrone, la beneficienza, la malinconia, l’albero addobbato, i mercatini, il calore della famiglia, la messa di mezzanotte, gli zampognari, il panettone, le renne, il vischio, gli auguri, le candele, il profumo dei pini, gli addobbi … questo e tanto altro per augurare a tutti, Buon Natale!

Le cose rimaste sulla Luna

postato in: Viaggi | 0

Lunedì 17 dicembre due sonde spaziali della missione Gravity Recovery and Interior Laboratory (GRAIL) della NASA si sono schiantate, non molto fragorosamente, sulla Luna. Non si è trattato di un incidente o di qualche calcolo sbagliato dell’orbita da percorrere: le due sonde sono state fatte volontariamente precipitare e disintegrare sul polo nord lunare dopo avere terminato la loro missione, durata poco più di un anno. Il lancio era avvenuto il 10 settembre 2011 e verso la fine dello stesso anno erano entrate nell’orbita lunare a circa 50 chilometri di distanza dal nostro satellite naturale. La fase scientifica della missione è durata pochi mesi ed è servita per raccogliere dati sul campo gravitazionale della Luna per capire meglio quale sia la sua composizione interna.

La fine delle due sonde di GRAIL può apparire un po’ drammatica, per gli appassionati di cose spaziali, ma quella di fare schiantare sonde e satelliti quando non servono più e hanno esaurito il loro ciclo di vita è una pratica molto comune per le agenzie spaziali. Periodicamente i satelliti che non servono più, e che orbitano intorno alla Terra, vengono fatti schiantare contro l’atmosfera terrestre così da ridurre l’affollamento di questi sistemi là fuori. La stessa pratica viene seguita per le sonde che gli enti spaziali hanno inviato negli anni verso i pianeti del Sistema Solare e verso il Sole.

Per ragioni di vicinanza e di interesse scientifico, sulla Luna a partire dalla seconda metà del Novecento si sono quindi accumulate grandi quantità di “rifiuti” spaziali. Secondo le stime più recenti, tra viaggi con umani a bordo per le missioni Apollo e missioni con sonde automatiche, sulla superficie della Luna ci sono oggetti e detriti realizzati dall’uomo per una massa complessiva di circa 181,4 tonnellate. Ci sono i resti di una settantina di veicoli spaziali, centinaia di piccoli oggetti e migliaia di frammenti e detriti. I primi due uomini a camminare sulla superficie lunare, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, lasciarono circa 100 oggetti diversi nel punto dove allunarono nel Mare della Tranquillità.

Megan Garber dell’Atlantic ha trovato e pubblicato un elenco parziale, ma che rende l’idea, delle cose che ancora oggi si trovano sulla Luna. In molti casi, è bene ricordarlo, non si tratta di rifiuti, ma di oggetti che sono stati lasciati volutamente sulla Luna per segnare lo storico (e a pensarci ancora oggi, pazzesco) passaggio dell’uomo su un corpo celeste diverso da quello che lo ha da sempre ospitato. La lista comprende:

– Oltre 70 veicoli spaziali tra moduli lunari, sonde e rover utilizzati per muoversi più velocemente sulla superficie della Luna;

– 5 bandiere statunitensi su sei portate sulla Luna da altrettante missioni Apollo;

– 2 palline da golf,

– 12 paia di stivali;

– Un numero non quantificato di telecamere;

– Pellicole per cineprese;

– 96 sacche contenenti urine, feci e vomito;

– Diverse macchine fotografiche con relativi accessori;

– Strumenti da lavoro come martelli, pale, pinze e rastrelli;

– Zaini;

– Coperte termiche;

– Strofinacci e fazzoletti inumiditi;

– Kit per igiene personale;

– Contenitori di cibo per viaggi spaziali;

– Una fotografia della famiglia dell’astronauta Charle Duke (Apollo 16);

– Una piuma di Baggin, il falco mascotte dall’Accademia dell’aviazione militare statunitense, usata per l’esperimento di caduta di un martello e di una piuma durante la missione Apollo 15;

– Una piccola scultura di alluminio in ricordo degli astronauti e dei cosmonauti morti durante i primi anni dell’era spaziale, lasciata sulla Luna dall’Apollo 15;

– Uno stemma della missione Apollo 1 che finì prematuramente a causa di un incidente che uccise tre astronauti;

– Un disco di silicio con messaggi di pace da 73 capi di stato lasciato sulla Luna dall’Apollo 11 (per l’Italia il messaggio fu scritto dall’allora presidente Giuseppe Saragat);

– Una spilla d’argento lasciata da Alan Bean durante la missione Apollo 12;

– Una medaglia in onore e in ricordo dei cosmonauti sovietici Vladimir Komarov e Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio;

– Un rametto d’ulivo in oro lasciato dagli astronauti dell’Apollo 11 in segno di pace.

www.ilpost.it

Debutta il 3D ad alta velocità, il cinema è a una svolta

postato in: Spettacolo, Technology | 0

Il cinema sta per cambiare volto con l’arrivo del 3D high frame rates (Hfr), la cosiddetta alta velocità cinematografica? Il debutto del primo capitolo de «Lo Hobbit» il primo film girato e mostrato nelle sale con l’apporto di questa nuova tecnologia ci impone di dare una risposta. Che purtroppo non può essere netta. Diciamo che, in questo momento è: sì e no.  Più precisamente: se ci saranno dei passi avanti nel suo sviluppo l’Hfr diventerà lo standard futuro per ogni tipo di film. Se invece non subirà sviluppi significativi rimarrà lo standard solo di alcuni tipi di film.

HFR – Per chi non lo sapesse spieghiamo subito in cosa consiste l’Hfr. Dall’avvento del sonoro i film sono stati girati generalmente usando un numero di fotogrammi per secondo, 24, pari al minimo indispensabile per sincronizzare l’audio al video. Questo consentiva di risparmiare al massinmo la pellicola necessaria per girare un lungometraggio. Il problema è che il frame rate minimo in cui dovrebbe essere girato un filmato, affinché non si percepiscano sfarfallii e artefatti, si attesta sui 30 fotogrammi per secondo. E che solo a 55 fotogrammi per secondo i frames diventano del tutto indistinguibili separatamente dall’occhio umano (almeno a livello cosciente). Senza contare che per filmare gli oggetti che si muovono molto veloci sullo schermo la velocità dovrebbe anche essere maggiore. Ora però, con lo sviluppo del cinema digitale, è possibile girare film in 48 o 60 fotogrammi per secondo senza che i costi siano eccessivi in quanto non si utilizza più la pellicola e si è in grado di gestire grazie alla computer grafica in maniera efficiente la post-produzione. I vantaggi dell’Hfr dovrebbero essere evidenti: maggiore realismo, niente artefatti, occhi dello spettatore più riposati. Ma è davvero così?

LA RESA SULLO SCHERMO -Cominciamo con una frase ad effetto, ma che è la pura verità. Il 3D hfr presenta una resa sullo schermo diversa da qualunque altra. Chiamerei questa tecnica dell’iperrealismo cinematografico, che consiste nel farci vedere il film come lo vede il regista mentre lo sta girando. Questo significa che in alcune situazioni soprattutto negli esterni, più in generale nelle scene con le alte luci in cui comunque sono presenti le figure umane, l’impressione è quella di assistere ad un documentario in presa diretta. Non ad un film in senso tradizionale. Piuttosto ad una troupe che sta girando un film. Soltanto che quello che ci appare è un mondo che non c’è. E questo è uno dei punti di forza del nuovo formato: la sospensione dell’incredulità. Ciò che reale è ciò computer grafica è indistinguibile. Una scena su tutte: il duello degli indovinelli tra Bilbo e Gollum. Gollum lo abbiamovisto  evolvere nei film tratti da «Il signore degli anelli». Ora è perfetto:  un attore, un essere credibile al 100%. Solo che non esiste. Altra scena. La compagnia dei nani con Gandalf e Bilbo arriva a Granburrone la piazzetta in cui sostano è reale, materica e con esso tutto il contesto del palazzo intorno: che però non esiste. Volti, vestiti, oggetti, sono tutti di un realismo senza pari. Eppure c’è qualcosa che manca. Quel senso di finzione e di distacco che siamo abituati ad associare al cinema. Così la visione diventa in alcuni casi anche disturbante. Però in un contesto quasi documentaristico ci sono momenti che fanno intravedere una nuova straordinaria strada. Mi riferisco a tutto il girato sulle basse luci, scene notturne, albe, tramonti. In questo caso assistiamo ad una fusione perfetta tra il cinema come era e il cinema come sarà. Probabilmente la strada da seguire fino a quando almeno non ci sarà un ulteriore progresso. Probabilmente il 3D Hfr richiederebbe (e qui siamo nel campo delle ipotesi) un successivo lavoro di post-produzione per mediare tra ciò che si vede e quello che ci aspetta. Ma finchè i film dovranno uscire in varie versioni (2D, 3D 24 fotogrammi, ecc…) e finchè le sale in grado di trasmettere questo tipo di formato saranno largamente minoritarie è improbabile che ciò avvenga. Vedremo tuttavia cosa succederà con i futuri Avatar di James Cameron. Resta comunque il ricordo di una qualità visiva senza pari (grazie all’ottima taratura dei proiettori della sala Energia del cinema Arcadia di Melzo dove ho visto il fim) con cui tutti dovranno in ogni caso fare i conti.

www.corriere.it

Tre giorni a cuocere hamburger

postato in: Attualità | 0

Duecentodieci, sessantanove, dieci, sette, e questi solo per cominciare. Ho passato tre giorni a lavorare al ristorante McDonald’s di Segrate, provincia di Milano, tra l’idroscalo, Linate e il luna park, e la prima cosa che ho scoperto è che bisogna avere un’ottima memoria. Duecentodieci, per esempio, è il numero massimo di secondi che dovrebbero passare da quando un cliente si mette in coda a quando lo stesso cliente riceve quello che ha ordinato.
Ogni cassa inoltre ha un cronometro che parte automaticamente quando si comincia a digitare l’ordine e si ferma quando il cliente lascia la cassa col vassoio in mano: passata una certa soglia il cronometro diventa rosso e indica a chi sta prendendo l’ordine che bisogna fare più in fretta. Le eccezioni ci possono essere – momenti di grande folla, ordini particolarmente ricchi e complicati – ma duecentodieci secondi è l’obiettivo. Sessantanove, invece, è la temperatura minima che deve avere la carne appena cotta.
Ogni mattina il manager di turno usa un tester per misurare la temperatura dei primi hamburger cotti su ogni piastra: se il risultato è negativo si cambia la regolazione della temperatura e gli hamburger cotti male si buttano. Dieci sono i minuti che ogni panino può passare nel cosiddetto bin, cioè l’armadione aperto da entrambi i lati che siamo abituati a vedere dietro le casse: o il panino viene venduto entro quei dieci minuti o viene buttato, non perché non sia più commestibile ma perché il suo gusto, anzi, come dicono qui, le sue «qualità organolettiche», non sarebbero più all’altezza degli standard considerati soddisfacenti dall’azienda. Sette sono i minuti di vita massima, prima di essere venduto, dell’alimento che ha la vita più breve tra tutti quelli offerti da McDonald’s, una volta cotto: le patatine fritte. Questo perché il loro gusto si deteriora in fretta e perché con le patatine non si può sbagliare: il 98 per cento degli scontrini battuti ogni giorno contiene, tra le altre cose, almeno una porzione di patatine fritte.
Simili rigidi parametri esistono per ogni alimento che si utilizzi in ogni ristorante McDonald’s, dall’insalata ai pomodori al bacon al formaggio alle salse al pollo alla carne. I ragazzi che lavorano nel ristorante – i crew, non la crew – li conoscono a memoria, anche se ci sono dappertutto timer ed etichette, hai visto mai. L’applicazione di queste regole deve fare i conti con un altro principio, apparentemente opposto: cercare di sprecare meno cibo possibile. Le due cose riescono ad andare d’accordo grazie a un contributo informatico e uno umano. Il contributo informatico è quello di un software che sulla base di una montagna di dati storici sui consumi e le vendite è in grado di fornire una stima, per esempio, di quanti McNuggets saranno venduti nell’ora tra le 13 e le 14 di un giovedì di novembre in un dato ristorante, e così per ogni prodotto. Il contributo umano è quello fornito dal direttore del ristorante, che adatta quei dati alle circostanze contingenti: piove o c’è il sole? I mezzi pubblici circolano regolarmente o c’è sciopero? Gli studenti sono a scuola o è giornata di manifestazioni? Sta accadendo un qualche evento nelle vicinanze? Ognuna di queste variabili può incidere in modo significativo sull’afflusso di clienti e quindi sul consumo di cibo. Gli alimenti che si prevede saranno consumati durante la giornata vengono trasferiti ogni mattina dalla cella frigorifera ai magazzini e ai frigo di backup e da lì, ora dopo ora, in cucina. Quelli che vengono buttati sono tutti annotati su un foglio, così da vedere a fine giornata che cosa è andato storto.
Oltre alla memoria, c’è un’altra caratteristica non scontata che bisogna avere per lavorare da McDonald’s: un udito sensibile e allenato. Nell’ora di punta, quella che chi lavora al ristorante chiama rush, le cucine diventano un’orchestra di segnali acustici. Di bip. Lunghi, corti, acuti, gravi. Decine, centinaia di bip ogni minuto, che spesso si sovrappongono. C’è quello che avverte che una delle cinque macchine per tostare il pane ha finito (e ognuna ha il suo bip), c’è quello emesso da una delle sei piastre per la carne (idem). C’è quello emesso da una delle sei vasche della friggitrice per dire che le cotolette o i nuggets sono pronti, o che c’è da lavare o cambiare l’olio. C’è quello emesso da ognuna delle sei vasche dedicate esclusivamente alle patatine fritte per dire che sono pronte oppure che gli va data una scrollata. C’è quello che segnala l’arrivo di una macchina al McDrive e quello che dice che bisogna andare tutti a lavarsi le mani (ci torneremo).
Per me e per qualsiasi persona normale, quei bip sono tutti uguali. Per chi lavora nelle cucine di McDonald’s, invece, ogni bip ha un significato diverso e corrisponde a una reazione fulminea, istintiva. Queste reazioni scandiscono i tempi della catena di montaggio – niente è casuale nella preparazione di un panino, dalla sequenza di posizionamento degli ingredienti ai secondi di cottura della carne – e nell’ora di punta trasformano i 15-20 addetti della cucina in una specie di corpo di ballo, dove ognuno sa alla perfezione cosa deve fare e il lavoro dell’uno è allacciato e sincronizzato con quello dell’altro, come se fosse una messa in scena provata per giorni. Di fatto lo è. I movimenti dei crew si incastrano e ogni persona diventa un ingranaggio, al punto da riuscire a correre tutti da una parte all’altra della stretta cucina senza scontrarsi mai (facile: la regola per tutti è tenere sempre la destra). Il manager dirige l’orchestra. Prima che inizi il gran casino dell’ora di punta, insieme al direttore (il capo del ristorante) ha dato a ogni persona un incarico primario e uno secondario, da curare nei minuti o secondi liberi. Durante il gran casino coordina le operazioni e decide come organizzare la disposizione dei dipendenti: come un allenatore durante una partita di calcio valuta se e dove servono rinforzi e interviene in corsa spostando le persone dove c’è più bisogno: dalle griglie alle friggitrici o dalle friggitrici al McDrive o dai condimenti alle griglie. L’obiettivo è servire i clienti il più rapidamente possibile ma farlo preparando il più cose possibili su richiesta diretta e non in anticipo, così da vendere alimenti appena cotti e buttarne sempre meno.
Una volta ogni ora il manager si assicura che tutti si lavino le mani, ma in realtà tutti si lavano le mani continuamente. Il timer del lavaggio mani suona ogni ora ma la policy prevede che ci si debbano tassativamente lavare le mani anche ogni volta che ci si toccano il viso o i capelli, ogni volta che ci si toccano i vestiti, ogni volta che si stringe la mano a qualcuno, ogni volta che si cambia mansione, ogni volta che si torna da una pausa, ogni volta che si esce dalla cucina, ogni volta che si raccoglie qualcosa caduto a terra. Ho ascoltato questo elenco, ho detto ok, mi sono lavato le mani, pochi secondi dopo mentre ascoltavo le istruzioni sulla cottura della carne mi sono istintivamente toccato il viso. «Ora ti ri-lavi le mani». Mi sono ri-lavato le mani. Da lì in poi ho scoperto quante volte, praticamente senza accorgermene, avrei avuto l’impulso di grattarmi il naso o un occhio o la testa, o quanto grattarmi ovunque e strategicamente prima di lavarmi le mani non avrebbe impedito al prurito più fastidioso di arrivare un attimo dopo aver finito di asciugarle. Le mani e gli avambracci si lavano con un sapone battericida in un rubinetto ben preciso, dal quale esce acqua a una temperatura fissa e molto calda.
Tutte queste cose le so perché me le ha spiegate Alberto, che per tre giorni mi ha mostrato il funzionamento di praticamente ogni cosa si trovi dentro un McDonald’s. Per dire, lo sapevate che il McToast si fa col pane dell’hamburger tostato al contrario? O che ogni ristorante McDonald’s “produce” direttamente la sua Coca-Cola nelle sue cucine miscelando nelle giuste dosi acqua filtrata, sciroppo concentrato e anidride carbonica? O che spesso gli operatori del McDrive prendono il vostro ordine mentre corrono a preparare il precedente con cuffie wireless e acrobazie di multitasking? Dicevamo di Alberto, però. Alberto ha 25 anni e lavora in McDonald’s da tre: ha iniziato mentre studiava all’università, con l’idea di mettere da parte qualche soldo, e non se n’è più andato. Nel frattempo si è laureato in mediazione linguistica e culturale, parla il cinese, in McDonald’s hanno visto che è in gamba e ha fatto carriera con una certa rapidità: oggi è manager, presto sarà vicedirettore. Un altro manager del ristorante è Chamit, 24 anni, proveniente dallo Sri Lanka, in Italia da 11 anni, in McDonald’s da due. Solange invece ha 22 anni, studia all’università, in tre giorni l’ho vista fare praticamente tutto – la cucina, le feste per bambini, il bar, il McDrive – e spera di restare in McDonald’s anche dopo la laurea, magari occupandosi di marketing. Le loro storie sono simili a quelle della gran parte dei loro colleghi.
McDonald’s ha 16mila dipendenti in Italia. Di questi l’81 per cento ha meno di 35 anni e il 79 per cento ha un contratto part-time (si può scegliere anche tra turni orizzontali, spalmati su tutti i giorni della settimana, o turni verticali, soltanto nel weekend). I crew hanno in media 28 anni, i manager 31, i direttori di ristorante 35. Un direttore di ristorante gestisce negozi delle dimensioni di una media impresa italiana: 35 dipendenti, almeno due milionai di euro di fatturato. In McDonald’s si entra con un contratto di apprendistato da 36 mesi – niente contratti a progetto – e tutti mi dicono che salvo disastri nel 90 per cento dei casi il contratto si trasforma a tempo indeterminato. Il ristorante di Segrate è gestito da un licenziatario, cioè un privato in società al 50 per cento con McDonald’s. Si chiama Euroristoro ed è il più grande licenziatario McDonald’s in Italia, con 14 negozi e circa 470 dipendenti. Anche in Euroristoro hanno cominciato tutti dal piano zero, arrostendo hamburger e friggendo patatine: il direttore del ristorante di Segrate, Samantha; la supervisore di quello e altri cinque ristoranti, Elena; la responsabile marketing, Loredana; il direttore operativo, Davide.
Anche il capo di Euroristoro, Giacomo Bosia, ha iniziato dalle cucine: quelle di Burghy, però, la catena fast food del gruppo Cremonini che spopolò soprattutto al Nord tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Da crew a 24 ore settimanali diventò manager, si fece le ossa, l’azienda gli propose di rimettere in piedi un ristorante piuttosto malmesso nella zona di Modena diventando licenziatario, lui disse che gli sarebbe piaciuto ma non aveva un soldo: l’azienda, desiderosa di rilanciare un ristorante che andava molto male, alla fine gli propose di prenderlo lo stesso, promettendo che avrebbe pagato le eventuali perdite e diviso con lui gli eventuali guadagni. Il ristorante di Modena fu riqualificato e rimesso in piedi, ne seguirono degli altri, nacque Euroristoro, nel frattempo Burghy fu comprata da McDonald’s – rivale fino a un attimo prima – e dopo l’acquisizione Bosia decise di mandare i suoi dipendenti a formarsi in Francia e non in Italia, ché McDonald’s in Italia era ancora una realtà piccola e agli inizi. Le cose andavano piuttosto bene, poi arrivò la crisi. Non questa crisi, quella di questi anni: un’altra.
Tutte le persone con cui ho parlato, tra quelle che hanno un po’ di anni di esperienza in McDonald’s, mi hanno detto che la vera crisi per l’azienda non è l’attuale, e che anzi in questi anni ci si è tenuti in piedi senza grandi problemi: mentre molte grandi società licenziano o mettono dipendenti in cassa integrazione, soltanto nel 2011 McDonald’s ha aperto 24 nuovi negozi facendo 1.500 nuove assunzioni. La vera crisi per McDonald’s è arrivata prima, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila: gli anni della mucca pazza, del movimento no-global, della guerra in Afghanistan e del crescente antiamericanismo. McDonald’s accusò il fatto di trovarsi simbolicamente al centro dello scontro-di-civiltà, volente o nolente. Ma si scoprì anche, per sue negligenze, particolarmente esposta a questo genere di problemi, avendo investito poco nell’adeguare la sua immagine ai tempi, affrontando con grande ritardo sia le dicerie che le critiche serie, investendo poco su concetti come trasparenza, qualità, sicurezza, attenzione all’ambiente e affidabilità, che oggi invece vengono ripetuti ossessivamente.
Nel corso degli anni le cose sono cambiate e McDonald’s ha imparato la lezione. I negozi e le cucine sono stati quasi tutti ridisegnati e ristrutturati, anche allo scopo di eliminare quel tanfo di fritto che una volta si attaccava ai vestiti appena entrati in un ristorante. Si è investito sulla sostenibilità ambientale sia dal punto di vista del marketing – nei negozi più recenti la classica M gialla si trova su sfondo verde e non più rosso – che dal punto di vista sostanziale: gli olii esausti, per esempio, vengono trasformati nel biodiesel usato dai fornitori per muoversi in giro per l’Italia. Sono stati aperti i primi bar, i McCafé, che oggi funzionano e fanno concorrenza ai bar di quartiere. Sono iniziate le feste di compleanno per bambini e le sponsorizzazioni sportive a tutti i livelli, dalle Olimpiadi alle scuole calcio di periferia. Sono state aperte le porte delle cucine a mamme e curiosi. I menu extralarge sono stati eliminati, presto sarà ridotta la dose di sale nelle patatine. Gli appassionati di cibo spazzatura si sono visti passare davanti panini pieni di prodotti Igp e specialità italiane: li crea Paola Bogatai, che fa la menu manager – inventa i panini, in sostanza – e ha iniziato anche lei come crew una ventina d’anni fa. Quando si ordina un Happy Meal è possibile addirittura avere tre pomodorini invece delle patatine: roba da perseguire penalmente le mamme che si macchiano di una simile crudeltà. L’unica consolazione per i tradizionalisti dell’unto e delle schifezze me la rivela a un certo punto Samantha, direttore del ristorante di Segrate, raccontandomi il successo di un panino in particolare e spiegandomi la conclusione a cui è arrivata dall’alto della sua esperienza: anche in questi tempi di salutismo e attenzione alla linea, «basta che ci metti sopra il bacon e vendi qualsiasi cosa».

www.ilsole24ore.com

La formula per addobbare l’albero perfetto

postato in: Attualità | 0

È Natale anche nelle facoltà di matematica e in quella dell’università di Sheffield due studenti si sono divertiti, a fine novembre, a preparare una formula che aiuti a decorare l’albero di Natale perfetto: quello che bilanci con equilibrio e gusto il numero di palline e decorazioni da appendere ai suoi rami, con le lucine colorate a intermittenza, i fiocchi e i festoni a seconda del gusto personale.

La formula è vincitrice di una gara tra studenti, invitati nel compito da una catena di negozi inglesi, Debenhams, il cui tema, giocando sul nome matematico trigonometria, è la “treegonometry”. E nei giorni in cui in Italia storicamente le famiglie dedicano qualche ora al rito dell’albero, in concomitanza con sant’Ambrogio e l’Immacolata Concezione, ecco arrivare anche per chi non mastica le formule matematiche, un calcolatore online fornito dallo stesso ateneo per ottenere il responso prima di mettersi all’opera.

Con stupore si noterà che secondo i due futuri matematici ventenni il giusto equilibrio perché la vista possa godere del massimo appagamento, passa per un quantitativo di decorazioni non troppo alto. Provando a inserire nel calcolatore l’altezza dell’albero acquistato, vero o finto che sia, di 180 centimetri, la formula consiglia un numero di 37 palline o campanelle, meno di dieci metri (919 centimetri) in festoni o fili perlati, oltre 5 (565 centimetri) di filo con lucine, bianche o colorate, fisse o a intermittenza. A coronare l’estremità dell’abete non può mancare il puntale: secondo la matematica, nel caso del nostro albero di 180 centimetri l’angioletto o figura affine prescelta dovrà essere alto 18 centimetri. Per chi ha spazi angusti e alberi mignon, il calcolatore provvede a dare consigli anche su altezze minime.

Ma anche su altezze massime: per esempio l’albero di Natale da Guinness di Gubbio, dal 1992 nel librone dei record mondiali, forte di 650 metri di altezza e 350 di larghezza, in teoria avrebbe bisogno di un puntale da 65 metri e di 20 chilometri di luci. Mentre quello già preparato nel Rockfeller Centrer di New York, che attrae ogni anno milioni di turisti, arrivato quest’anno dalla Norvegia e alto circa 25 metri, è stato decorato con 5 miglia di lucine Led (circa 8 km), e in effetti anche la formula inglese ne consigliava per quell’altezza non più di 7,8. Nessuna indicazione invece sul peso del puntale nella formula inglese: a New York per esempio è arrivata una stella di Swaroski da 25mila cristalli che pesa circa 250 chili, forse un po’ oltre misura ma dallo spettacolo strabiliante.

www.corriere.it

1 2