Il mattoncino compie 55 anni

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Non credo ci sia al mondo nessuno che non abbia un bel ricordo dei Lego!
Il mio riguarda un tir a rimorchio che smontavo e costruivo continuamente, caricandolo con altri piccoli oggetti e che viaggiava sempre con me, ovunque andassi. Se lo trovassi, lo ricomprerei immediatamente! In compenso, mi sono comprato allo store di Copenaghen, l’Empire State Building e il Seattle Space Needle:

Empire State Building Seattle Space Needle

Il 28 gennaio del 1958 Godtfred Kirk Christiansen brevettava il mattoncino Lego. La sua azienda, tuttavia, produceva giocattoli già dagli anni ’30. Poco è cambiato da allora, anche dal punto di vista del successo. Anzi, nonostante la tecnologia abbia prodotto giocattoli sempre più all’avanguardia, i mattoncini colorati non hanno mai smesso di essere popolari e di essere considerati un vero e proprio culto.

I suoi fan non conoscono età, dai bimbi più piccoli ad adulti che si illuminano alla sola vita di uno di quei pezzetti di plastica colorata. Il loro punto di forza? Probabilmente la versatilità: con un pugno di Lego si possono realizzare costruzioni di ogni genere e dare libero sfogo alla fantasia. Di seguito, una riproduzione del disegno originale del mattoncino per antonomasia, il due per quattro, presentato per la richiesta di brevetto. Una chicca vera e propria. Buon compleanno, Lego!

Lego

www.gizmodo.it

Pyongyang, allarme cannibalismo

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Nord Corea: un Paese la cui popolazione è talmente affamata da essere spinta al cannibalismo. È quanto è emerso da un report di Asia Press e pubblicato in esclusiva sul Sunday Times e che ha dipinto con toni cupi le abitudini alimentari del controverso Stato asiatico.
Sarebbe una fame endemica la causa dei frequenti casi di cannibalismo scoperti in Nord Corea. Tra questi spicca la storia di un uomo che ha ucciso i propri figli offrendoli poi in pasto all’ignara moglie. Ma anche quella di un nonno che si è nutrito dei nipoti e di un altro padre che ha bollito la carne del figlio per poi gustarla per cena.
Tutti sono stati arrestati, ma secondo il giornale inglese nei dintorni della capitale Pyongyang almeno 10 mila persone sarebbero morte perché affamate e in alcuni casi per cause relative al cannibalismo.

La veridicità del report, ha scritto l’Independent che ha ripreso la notizia, non è stata confermata dalla Corea del Nord, ma si tratta di un documento lungo 12 pagine e giudicato attendibile.
Secondo Asia Press, infatti, «è scioccante come la gente ci abbia parlato senza difficoltà degli episodi di cannibalismo; i testimoni sono numerosi».
In particolare le testimonianze hanno raccontato di chili di cibo e alimenti che sono stati confiscati nelle zone a Nord e a Sud della capitale e che hanno spinto la gente a uccidere per fame.

Il fatto che i nord-coreani abbiano sofferto perché affamati non è una novità: il Daily Mail ha ricordato il 1990, anno conosciuto come «Arduo Marzo», un periodo di tempo in cui la mancanza di cibo ha ucciso tra le 240 mila e i 3,5 milioni di persone. Cifre differenti tra loro e che è difficile verificare con precisione proprio a causa del costante silenzio di informazioni che trapelano oltre il confine del Paese.
Anche per questo ha colpito il libro che ha recentemente pubblicato l’ex ambasciatore d’Inghilterra in Nord Corea, John Everard sulla vita della gente comune nel Paese.
Secondo Everard la situazione, per lo meno a Pyongyang, non è difficile come viene spesso dipinta. Certo, ha scritto, non si può dire che i nord-coreani vantino una dieta ricca: la carne scarseggia sempre, il kimchi (piatto tipico a base di cavolo cinese) abbonda e il riso è l’unico ingrediente davvero immancabile a tavola.
Improbabile inoltre riuscire a farsi una doccia calda: l’acqua c’è, ma non viene riscaldata. In generale però lo stile di vita della classe media nella capitale pare sia accettabile.

La situazione è molto diversa in provincia e soprattutto nelle campagne, spesso colpite anche dal problema della siccità.
Nei casi più disperati per fronteggiare la fame si è arrivati fino al cannibalismo. Nel 2012 gli episodi sono aumentati: a maggio un uomo ha ucciso 11 persone e ha venduto i loro corpi spacciandoli per carne di maiale, mentre l’Istituto per l’unificazione nazionale della Corea del Sud ha riportato di un tale arrestato e ucciso dopo che aveva mangiato parte di un suo collega e aveva a sua volta cercato di vendere il resto come montone.

Altri due casi sono trapelati nel 2011: sarebbe proprio la perenne assenza di carne dalla dieta dei nord-coreani a spingere al cannibalismo.
Ma dalla politica non arrivano altro che smentite e silenzi. E mentre il suo popolo soffre la fame fino a cibarsi di se stesso, il leader nord coreano Kim Jong-un si è limitato a lanciare nuovi moniti riguardo alla presenza del nucleare sul territorio.

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Poster Movie Logan 2017

Logan (2017) HD

Director : James Mangold.
Producer : Lauren Shuler Donner, Hutch Parker, Simon Kinberg.
Release : February 28, 2017
Country : United States of America.
Production Company : Twentieth Century Fox Film Corporation, Donners’ Company, Marvel Entertainment, TSG Entertainment.
Language : English.
Runtime : 141 min.
Genre : Action, Drama, Science Fiction.

Movie ‘Logan’ was released in February 28, 2017 in genre Action. James Mangold was directed this movie and starring by Hugh Jackman. This movie tell story about In the near future, a weary Logan cares for an ailing Professor X in a hide out on the Mexican border. But Logan’s attempts to hide from the world and his legacy are up-ended when a young mutant arrives, being pursued by dark forces.

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Quei 22 milioni a Hong Kong…

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Le capitali mondiali del turismo: ora e sempre più in Asia. Lo conferma l’annuale Top 100 Cities Destination Rankings, edito da Euromonitor International, che misura gli arrivi internazionali (cioè di turisti di Paesi di nazionalità diversa da quella della località che li ospita) in tutto il mondo, relativi al 2011. Hong Kong e Singapore si confermano al primo e secondo posto, rispettivamente con 21,8 e 19,8 milioni di arrivi, entrambe con incrementi notevoli, rispettivamente 8,8 e 8,7 per cento rispetto al 2010. Terza, a sua volta una riconferma, Londra, ma a 15,1 milioni e con un progresso limitato al 2,1 per cento, insidiata, oltretutto, da Kuala Lumpur (13,3 milioni e più 16 per cento). E se forse – causa Giochi Olimpici – non sarà il 2012, non ancora censibile su così vasta scala, l’anno del sorpasso, il destino sembra inevitabile, perché la top ten pullula di “tigri” e “dragoni: Macao (5a a 12,9 milioni, più 8,4) precede Bangkok (12,4 milioni, più 12,5) e la sorprendente Antalya, Turchia, che straccia Istanbul (sono rispettivamente 7ma a 12,0 milioni, più 13,3 e 10ma a 9,8 milioni, ma con un più 20,2). A completare questa élite, la prima destinazione cinese, che non è Pechino né Shanghai, ma Shenzhen, 8a con 10,9 milioni di visitatori e un più 6,3 per cento; e, 9a, New York, a 10,0 milioni con un modesto incremento del 3,5 per cento.
In un mondo dove l’Occidente si contrae quando i Paesi emergenti semmai rallentano la propria crescita, e va avanti a passo lento quando l’Oriente vola, è ovviamente il turista asiatico a dettare legge. Parigi è solo dodicesima (8,4 milioni), Roma, che perde 4 posizioni rispetto al 2010, è 18ma con poco meno di 6 milioni di ospiti stranieri, ma con un più 4,4 per cento che non è male, per gli standard di crescita medi del blocco Europa-Nord America. Prima della Città Eterna ci sono anche l’altra sorpresa cinese Guangzhou, Dubai, (“finalmente”) Shanghai, Miami, La Mecca e Pattaya (Thailandia).

A livello di destinazioni europee, Barcellona è 20ma, Budapest 24ma, davanti ad Amsterdam. Praga 29ma, precede Berlino e Vienna. Nelle prime 100 destinazioni mondiali compaiono anche le 2 città d’arte italiane ante litteram e la capitale economica. Proprio Milano ottiene il risultato migliore, con 2,07 milioni di arrivi, il 66mo posto, una sola posizione persa e un 4,8 per cento in più rispetto al 2010. Poi c’è Venezia (76ma, ma in questo caso con 2 posizioni guadagnate, pari a 1,83 milioni, più 4,7 per cento) e poco distante Firenze (78ma, una posizione meglio dell’anno prima, per 1,81 milioni e un incremento del 4,5).
Dati in parte sorprendenti, in realtà diretta conseguenza del trend economico-demografico mondiale. Numeri che, osservati da dentro, sono ancora più interessanti. Perché se Hong Kong (dove i turisti cinesi contano ancora come stranieri), attinge il 50 per cento del suo bacino di utenza, appunto, dalla vicina “madrepatria di fatto”, 4 ospiti di Singapore su 10 vengono dalla Malaysia. E la stessa ex colonia britannica può vantare incrementi a doppio zero nei flussi turistici provenienti da Indonesia, Corea del Sud, Malaysia, Thailandia, e dalla stessa citta-stato che le contende il primato. Non è solo il gigante da 1,5 miliardi di abitanti, in altre parole, a muovere le acque e risultati clamorosi. Come quello ottenuto dal Vietnam, con Hanoi e Ho Chi Minh City entrambe in crescita del 40 per cento. Ancora, ad un occhio europeo desterà sorpresa trovare, appunto, Shenzhen e Guangzhou, sentite nominare a stento,  davanti a Shanghai e Pechino. In realtà, i conti tornano: si tratta di metropoli dell’ultima ora, cresciute a dismisura, e non a caso, attorno a Hong Kong e Macao, con le quali “confinano”. E i milioni di turisti che attirano non sono né di provenienza europea, né cinese (in questo caso i discendenti di Mao e Confucio contano come “interni”), ma quelli in arrivo dal resto dell’Asia, oltre agli stessi abitanti di Hong Kong e Macao, che magari decidono di trascorrere un weekend low cost: come gli inglesi che attraversano la Manica, o qualche italiano del Nord che va a sciare a Livigno dove benzina, sigarette e alcol costano meno.

Altri dati, a dimostrazione di un turismo in grande divenire. Le località balneari più gettonate si trovano tutte in Asia (Miami non può essere considerata esclusivamente una destinazione “sole e mare”). A cominciare da Antalya, appunto, che non sarà Asia nel senso in cui siamo abituati a pensare il Grande Oriente (è poco lontana da Cipro), ma ha saputo attirare i primi turisti russi e ora si permette di surclassare Istanbul, da sempre considerata una delle più belle città del pianeta. In un ipotetico podio di destinazioni estive, la città turca precede Pattaya e Phuket, entrambe in Thailandia, entrambe frequentate da europei e italiani, ma, ovviamente, non solo.

All’Occidente, per continuare a restare nell’élite del turismo mondiale, non resta, e non resterà, che attirare i turisti dei nuovi mercati. L’Italia sembra aver già cominciato a farlo “Roma in particolare ha registrato un buon progresso – spiega Angelo Rossini, Travel and Tourism Analyst presso Euromonitor International. – In parte, questo è dovuto al ritorno di flussi tradizionali, americani e giapponesi in particolare, in parte al primo sviluppo di una forma di turismo organizzato dalla Russia, ma anche dalla Cina”. “L’Italia e l’Europa in generale – dice ancora Rossini – sembrano aver tratto beneficio dalla nascita del turismo low cost. Il moltiplicarsi dell’offerta di voli diretti economici, di offerte alberghiere allettanti, il tutto anche grazie al fenomeno della prenotazione online, ha innescato il fenomeno dei “city breaks”, con effetti positivi in particolare per le città del Vecchio Continente”. E per favorire i flussi turistici provenienti dai Paesi emergenti, Europa e Nordamerica dovranno in qualche modo allentare la morsa dei visti e dei controlli. Sia Londra che Washington hanno cominciato a farlo, almeno per specifici Paesi, come Cina e Brasile.

Al di là dei meccanismi macroeconomici, le località vincenti hanno ancora una volta dimostrato la loro capacità di proporsi come destinazioni allettanti. Hong Kong ha saputo creare una serie di eventi a tema capaci di attirare i turisti asiatici, Singapore sta valorizzando grandi kermesse, non ultimo il Gp di Formula 1, e contemporaneamente crea attrazioni e parchi a tema a ritmi forsennati; Londra, anche senza le Olimpiadi, i cui risultati si vedranno tra un anno, resta un concentrato di grandi eventi, oltreché una delle località meglio raggiungibili al mondo, nonostante la collocazione isolana e l'(apparente?) omologa natura dei suoi abitanti.

Euromonitor International, azienda leader nel settore dell’analisi di marketing strategico ricava queste classifiche dai dati statistici ufficiali dei diversi Paesi (e città), incrociandoli con quelli del traffico aereo e dei flussi alberghieri. Secondo gli analisti della società, con quartere generale a Londra e locazioni strategiche nei grandi hub mondiali, il 2012 registrerà incrementi almeno pari a quello (7 per cento medio per le località top 100) visto nel 2011. Ma, crisi e recessione permanenti, saranno soprattutto Asia-Pacifico, Medio Oriente, Africa e America Latina a guidare la crescita. E per incoraggiare il turismo nel prossimo quadrienno – concludono gli analisti – una politica di allentamento della stretta dei visti sarebbe quanto mai auspicabile.

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10 cose dal discorso di Obama

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Di solito è durante il discorso sullo stato dell’Unione, rivolto una volta l’anno al Congresso, che i presidenti americani delineano la loro visione politica e le loro intenzioni per l’anno a venire. Una volta ogni quattro anni, però, il discorso sullo stato dell’Unione viene scavalcato in importanza dal discorso di insediamento, che di solito guarda ancora più lontano, si tiene a distanza dalla concretezza dei temi politici quotidiani ma individua le sfide che, secondo il presidente di turno, gli Stati Uniti dovranno affrontare sul lungo termine. La lettura del discorso di Obama – e dei 10 passaggi più significativi, tradotti di seguito – chiarisce bene qual è la sua visione per i prossimi anni: gli americani hanno un’occasione storica per cambiare la realtà e renderla più vicina ai loro ideali, complice la fine di questo decennio complicatissimo, ma potranno farcela solo lavorando insieme, fedeli al contenuto della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti.

Barack Obama Sworn In As U.S. President For A Second Term

Nessuna verità si realizza da sola
«Quello che ci rende eccezionali – che ci rende americani – è la nostra fedeltà a un’idea messa per iscritto in una dichiarazione fatta più due secoli fa: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, e fra questi la vita, la libertà e la ricerca della felicità”. Oggi proseguiamo questo viaggio infinito per colmare la distanza tra il significato di queste parole e la realtà del nostro tempo. La storia ci dice che per quanto queste verità possano essere di per sé stesse evidenti, non si sono mai realizzate da sole; che per quanto la libertà sia un dono di Dio, dev’essere creata e protetta dalle Sue persone qui sulla Terra».

Insieme
«Non abbiamo mai abbandonato il nostro scetticismo nei confronti delle autorità centrali, né abbiamo creduto alla favola per cui tutti i mali di una società possono essere risolti semplicemente dal governo. Ma sappiamo che nessuno da solo può addestrare tutti gli insegnanti di matematica e scienze di cui avremo bisogno per dare ai nostri figli gli strumenti per affrontare il futuro, o costruire le strade e le reti e i laboratori di ricerca che porteranno nuovi posti di lavoro e nuove imprese. Oggi più che mai dobbiamo fare queste cose insieme, come una sola nazione e un solo popolo».

Più in alto
«Dobbiamo sfruttare nuove idee e nuove tecnologie per ricostruire il nostro governo, rinnovare il fisco, riformare le scuole, dare modo a chi ha talento di lavorare di più, imparare di più e arrivare più in alto. Ma se i mezzi possono cambiare, l’obiettivo rimane uguale: una nazione che riconosca gli sforzi e la determinazione di ogni singolo cittadino. Questo è quello di cui abbiamo bisogno, questo ci è richiesto da questo momento. Questo è ciò che darà vero significato al nostro credo».

Siamo fatti per questo momento
«Queste generazione di americani è stata messa alla prova da crisi che hanno rafforzato la sua determinazione e messo alla prova la sua risolutezza. Un decennio di guerra sta finendo. La ripresa economica è iniziata. Le nostre possibilità sono illimitate, visto che possediamo tutte le possibilità richieste da questo mondo senza frontiere: gioventù e guide, diversità e apertura, un’infinita capacità di rischiare e un dono per l’invenzione. Cari americani, noi siamo fatti per questo momento e non ce lo faremo scappare, lo coglieremo, finché lo faremo tutti insieme».

Non dobbiamo essere d’accordo su tutto
«Rispettare i nostri documenti fondativi non significa che dobbiamo essere d’accordo su ogni sfumatura della vita. Non significa che dobbiamo definire tutti la libertà nello stesso esatto modo o che dobbiamo seguire la stessa strada verso la felicità. Il progresso non ci obbliga a risolvere dibattiti durati secoli sul ruolo del governo una volta per tutte, ma ci chiede comunque di agire nel nostro tempo».

La minaccia del riscaldamento globale
«Noi, il popolo, crediamo ancora che in quanto americani abbiamo obblighi non solo verso noi stessi ma anche verso i posteri. Risponderemo alla minaccia del riscaldamento globale, sapendo che fallire su questo tema sarebbe tradire i nostri figli e le generazioni future. Qualcuno potrà ancora mettere in discussione le opinioni della stragrande maggioranza della comunità scientifica, ma nessuno può ignorare l’impatto devastante di incendi, siccità e tempeste».

Non siamo obbligati alla guerra perenne
«Noi, il popolo, crediamo ancora che sicurezza e pace durature non richiedano necessariamente la guerra perenne. Noi difenderemo il nostro popolo e i nostri valori con la forza delle armi e dello stato di diritto. Ci faremo avanti e mostreremo coraggio nel risolvere pacificamente le nostre differenze con le altre nazioni: non perché siamo naïve rispetto ai pericoli che affrontiamo, ma perché la diplomazia può risolvere più durevolmente sospetti e paure».

Sostegno alla democrazia
«Sosterremo la democrazia dall’Asia all’Africa, dalle Americhe al Medio Oriente, perché siamo chiamati dai nostri interessi e dalle nostre coscienze ad agire per conto di chi aspira alla libertà. Dobbiamo essere una fonte di speranza per il povero, per il malato, per l’emarginato, per la vittima di pregiudizi: non semplicemente per beneficenza e buon cuore, ma perché nel nostro tempo la pace richiede l’avanzata continua di quei principi descritti dal nostro credo comune. Tolleranza e opportunità, dignità e giustizia».

Finché non saremo tutti uguali
«Il nostro viaggio non sarà finito fino a quando i nostri fratelli e le nostre sorelle gay non saranno trattati come qualsiasi altra persona dalla legge: perché se siamo davvero creati tutti uguali, allora anche l’amore che proviamo verso gli altri deve essere uguale. Il nostro viaggio non sarà finito fino a quando non avremo trovato il modo di accogliere meglio gli immigrati volenterosi e pieni di speranza che vedono ancora l’America come una terra di opportunità, fino a quando i giovani studenti e gli ingegneri saranno compresi nella nostra forza lavoro e non espulsi dal nostro paese. Il nostro viaggio non sarà finito fino a quanto tutti i nostri bambini, dalle strade di Detroit ai rilievi degli Appalachi, alle pianure pacifiche di Newtown, sapranno di essere accuditi e al sicuro da ciò che potrebbe fare loro del male».

Sapendo che il nostro lavoro non potrà essere perfetto
«Le prossime decisioni dipendono da noi, e non possiamo permetterci altri ritardi. Non possiamo fraintendere l’assolutismo con un principio, o sostituire lo spettacolo alla politica, o trattare l’uso di soprannomi e luoghi comuni come una parte di una vera discussione. Dobbiamo agire, sapendo che il nostro lavoro non potrà essere perfetto. Dobbiamo agire, sapendo che le vittorie di oggi saranno solo parziali e che sarà compito di coloro che saranno qui tra quattro anni, tra quaranta e tra quattrocento anni portare avanti quello spirito senza tempo che ci fu dato a Philadelphia».

www.ilpost.it

Django Unchained

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Ieri ho visto questo film e sposo appieno il giudizio di BHafh sotto riportato:

“Django Unchained” è il secondo capolavoro di Quentin Tarantino. Non ammettere l’elevatezza artistica di questo capolovoro Glam/Pop significa avere pregiudizi, significa strumentare il primo capolavoro del regista, Pulp Fiction , significa far pagare all’ex videotecaro di LA lo scotto della fama e della antipatia. Si tratta di 165 minuti di puro cinema, e non deve essere più corto di nemmeno un minuto. Un film divertente, agonizzante, sorprendente, dai dialoghi “tarantinamente” abbaglianti. Il regista riesce a farti assaporare ogni scena e riesce a sviluppare una tale sintonia con i suoi attori che questi  portano sul grande schermo ,egregiamente, il suo mondo fatto di sbalzi tra reale e irreale , farsa e tragedia. Tarantino con questo film, proprio come aveva fatto con Bastardi Senza Gloria, dimostra la sua capacità di sperimentazione,  proietta e riscrive la storia. Se Le Iene è stato il grande film che ha anticipato il capolavoro Pulp Fiction, Bastardi Senza Gloria è stato il grande film che ha anticipato il capolavoro “Django Unchained”.
Come sempre ,Tarantino, sceglie un genere per diluire il suo film d’autore. Il genere è il western (inteso come miscela del western americano e dello spaghetti western italiano) , che fa da sfondo all’illuminante e tragico contesto della schiavitù dei neri d’America di 150 anni fa.  Il sempre ottimo Waltz interpreta un cacciatore di taglie che si servirà del carismatico schiavo Jamie Foxx  per i suoi interessi, ma con la promessa di ricambiare il favore di quest’ultimo aiutandolo a liberare la moglie dalle feroci mani del diabolico Leonardo di Caprio (a mio parere il migliore della pellicola). Al cast si uniscono i crudeli Don Johnson e Samuel Leeroy Jackson , oltre che la bella da salvare, Kerry Washington.
La violenza è fuori misura, epica, enorme, sanguinosa ma non inquietante,  non disumanizzante. Come sempre Tarantino ridicolizza la violenza, e con lei, ovviamente, i violenti.
Una cosa è certa: non comprendere Tarantino significa non comprendere la cinematografia moderna. 165 minuti di puro cinema.

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F-35: stiamo comprando un pacco?

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Gli F-35 volano, si vendono, ma non sono ancora operativi, non lo saranno nemmeno nei prossimi anni e comunque nemmeno allora soddisferanno le specifiche originali.

F-35

Il rapporto porta la firma del Pentagono, del suo  Director of Operational Test and Evaluation, cioè di chi per conto dell’esercito americano controlla lo stato d’avanzamento e la corrispondenza alle specifiche del progetto, ed è la certificazione di un fallimento.

Già da tempo si sapeva che l’aereo non è in grado di assicurare le prestazioni previste nel capitolato, che sono poi quelle elevatissime che i clienti comprano, e il rapporto informa che  il problema sarà risolto abbassando le specifiche in modo da aggiustare la forma. Per lo F-35A cala il numero da 5.3g a 4.6g l’accelerazione di gravità sostenibile in virata ed allungando di 8 secondi il tempo dell’accelerazione da 0.8 a 1.2 Mach, perché le specifiche precedenti sono risultate impossibili da rispettare per la macchina. Nel frattempo il costo del programma è lievitato del 90% (per il Pentagono “solo” il 70%) rispetto al preventivo iniziale del 2001, oltre ad aver accumulato un ritardo di cinque anni sul previsto.

Proprio nei giorni scorsi Leon Panetta ha confermato l’impegno al completamento del programma durante un incontro con il ministro della difesa italiana Di Paola. L’Italia ha già ridotto il numero di F-35 in ordine, ma non è la sola perché Canada, Giappone, Olanda e Australia, alle quali negli ultimi giorni si è unita la Turchia, hanno già annunciato l’intenzione di rivedere i rispettivi ordini proprio al ribasso se il costo e le prestazioni delle macchine non saranno conformi a quanto promesso ed è già chiaro che non lo saranno mai. Diversi di questi paesi, come l’Italia, partecipano al programma di sviluppo della macchina.

Il rapporto del Pentagono dice che le prestazioni della macchina non si possono ancora valutare appieno perché ci sono alcuni gravi difetti che sconsigliano di portarla ai limiti previsti e perché manca quasi del tutto l’avveniristico software che dovrebbe rendere l’aereo come nessun altro. Che oltre ad essere in ritardo, secondo le attuali previsioni (l’anno scorso dicevano nel 2016) verrà consegnato completo solo nel 2017.

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Pantani & Armstrong: le due facce del doping

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C’è chi ricorda ancora le loro sfide, tra le cime del Tour de France. Compresa l’ultima volta che Marco Pantani infuocò la Grand Boucle, staccando Lance Armstrong tra le vette del Mont Ventoux e di Courchevel e ritrovando stimoli e sprint scomparsi dopo lo scandalo doping al Giro d’Italia ’99. L’esclusione per i livelli alti di ematocrito sarà una macchia che il “Pirata” non riuscirà mai a cancellare dalla sua carriera e che lo condurrà alla morte, nel 2004, in un solitario albergo di Rimini, per overdose di cocaina. Ma l’autopsia fatta dopo la sua morte – in particolare l’analisi  del midollo osseo – rivelerà che quello che è stato definito “lo scalatore più forte di tutti i tempi” non fece in carriera un uso frequente di Epo. Una storia che ancora oggi non è stata chiarita del tutto. Al contrario sulle vittorie di Armstrong in pochi hanno mai visto qualcosa di strano. Soltanto in tempi recenti, grazie all’insistenza dell’Usada (l’agenzia antidoping americana), il texano è stato “cancellato”, di fatto, dal ciclismo. Le sue sette vittorie francesi, come ha rivelato ieri nell’intervista shock a Oprah Winfrey, erano viziate dal doping. Tutto falso.

STORIE A CONFRONTO – Pantani e Armstrong non si erano mai amati. Gli sportivi ricordano ancora quando l’americano lo soprannominò “Elefantino”, spiegando di avergli lasciato la vittoria nella storica impresa del Mont Ventoux nel 2000. Altro che campione: Armstrong ha rivelato ieri tutte le sue bugie. Ha sempre fatto uso di Epo, la sua “storia” non era vera. Anche nel Tour del 2000, Armstrong aveva fatto uso di sostanze dopanti per alterare le sue prestazioni. Non si saprà mai se Pantani avrebbe vinto quel tour senza gli aiuti “segreti” del texano. Ma adesso giustizia è fatta, anche se le ombre restano. Pantani fu escluso dal Giro ’99 per i livelli anormali di ematocrito, ma le controanalisi che il Pirata effettuò lo stesso giorno – quel 5 giugno 1999, nella città di Imola, in un laboratorio che l’Unione Ciclistica Internazionale certificava come accreditato – parlavano di livelli normali.

DIFFERENZE? – Ma il Pirata pagherà, nonostante le molte ombre sul suo uso effettivo di doping, fino alla depressione e alla morte. Al contrario, Armstrong veniva sempre “salvato”, come se gli fosse dovuto qualcosa per la sua maledetta malattia: quel tumore che per fortuna riuscì a curare. Ma, dal punto di vista sportivo, in molti non si sono mai spiegati perché, nonostante alcune ombre, non fosse stato mai trovato positivo, durante le sue vittorie al Tour, il 1999 e il 2005.  Ma la legge dovrebbe essere uguale per tutti. E oggi, a distanza di anni, una piccola giustizia è fatta.

AMMISSIONE ARMSTRONG – “Non avrei mai potuto vincere così tanto senza l’aiuto del doping”, ha ammesso il texano, accusando tutto il sistema. “Ho fatto uso continuo di Epo, in tutti i Tour vinti”, ha continuato Armstrong dal salotto della Winfrey. Ma il doping era endemico nel mondo del ciclismo, durante l’era delle sue 7 vittorie al Tour, ha spiegato Lance Armstrong. Che si è anche difeso, spiegando di non aver mai costretto i suoi compagni di squadra a doparsi per aiutarlo. Nessuna lacrima, ma il pentimento c’è stato: freddo e senza emozioni, come è sempre stato anche in sella, il ciclista texano ha spiegato che “passerà il resto della sua vita per cercare di riconquistare la fiducia della gente”. E si è scusato per quanto successo. L’insistenza dell’Usada, quindi, non era un complotto inventato: già lo scorso ottobre il ciclista americano era stato radiato dall’UCI, l’Unione Ciclistica Internazionale, che lo aveva  squalificato a vita, cancellando tutti i suoi risultati ottenuti tra il 1998 al 2005. Tutto era avvenuto dopo la sua rinuncia a difendersi. Da tempo Armstrong era accusato dall’Usada, la commissione che  aveva accertato come il ciclista texano avesse fatto largo uso di sostanze dopanti.  Tutto grazie ad alcune deroghe sull’uso dei farmaci a lui concesse, dopo l’operazione di cancro subita nel 1992.

LEGGE UGUALE?  – Lance Armstrong aveva sempre negato, ma già a fine agosto, dopo anni di accuse, aveva mollato. Adesso il Cio gli ha tolto anche la medaglia di bronzo, conquistata nella prova su strada alle Olimpiadi di Sidney 2000. Alla fine a guadagnarci è la stessa immagine del ciclismo, che prova a “ripulirsi” dopo anni di scandali e casi eccellenti. Nessuno dei più grandi è stato escluso, non solo Pantani. Dall’italiano Ivan Basso al kazaxo Vinokourov, fino alla stella dello spagnolo Alberto Contador. E tante altre giovani promesse, come la super squalifica riservata a Riccardo Riccò. Ma l’impressione per molto tempo è che Armstrong fosse immune da ogni tentativo di accertare la verità. Forse è arrivata troppo tardi, ma la confessione, alla fine, c’è stata.  Armstrong, che si sarebbe dopato per l’ultima volta nel 2005, ha spiegato che non è suo dovere fare pulizia nel mondo del ciclismo. La palla passa alle istituzioni ciclistiche, nella speranza che la legge sia sempre uguale per tutti. Sia che si chiamino Pantani o che portino il nome di un “presunto campione” come Lance Armstrong.

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