I più grandi raduni di sempre

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L’Economist ha fatto una classifica tra feste religiose, funerali, eventi politici e concerti: il più affollato di sempre si sta tenendo in questi giorni.

Nei primi giorni del 2013 si sono tenuti molti grandi raduni di persone, tra i più grandi al mondo. Il 3 gennaio circa 16 milioni di persone in Iraq hanno partecipato all’Arbain, la ricorrenza sciita che segna ogni anno la fine dei 40 giorni di lutto per il martirio dell’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto secondo la tradizione. La processione annuale del Cristo Nero nelle Filippine ha attirato oltre 9 milioni di persone nelle Filippine tra il 9 e il 10 gennaio, mentre la prima parte della festa musulmana della Bishwa Ijtema nel Bangladesh ha visto la partecipazione di 3 milioni di persone.

L’Economist, che ha messo insieme in un grafico i più grandi raduni di persone nella storia recente dell’uomo, ricorda che il più grande di tutti si sta tenendo in questi giorni in India. È il Kumbh Mela, che è iniziato il 14 gennaio scorso e che andrà avanti per 55 giorni. Si stima che circa 10 milioni di persone abbiano già partecipato alla festa, immergendosi nelle acque alla confluenza tra il fiume Gange, lo Yamuna e il Sarasvatī nei pressi di Allahabad, nello stato federato dell’Uttar Pradesh.

Raduni

Ogni tre anni un Kumbh Mela viene organizzato in uno dei quattro luoghi dove si crede che siano cadute le gocce da una brocca (“kumbh”) contenente il nettare dell’immortalità durante una lotta tra divinità e demoni. La festa ad Allahabad è la più importante di tutte e attira la maggior parte di gente. Si tiene in quel luogo ogni 12 anni e nel 2001 vi parteciparono circa 70 milioni di persone, diventando secondo molti osservatori la festa più partecipata nella storia dell’uomo. Entro il 10 marzo, ultimo giorno della festa quest’anno, si stima che nella zona saranno transitate per partecipare alle cerimonie almeno 80 milioni di persone.

Mappa raduni

I vincitori del Photo Contest 2012 del National Geographic

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Qualche giorno fa sono stati annunciati i vincitori di un famoso premio di fotografia, Photo Contest 2012, aperto a tutti e promosso dal mensile National Geographic. Grazie alla sua natura di premio rivolto ai lettori, le immagini inviate sono state più di 22.000 e provenivano da più di 150 paesi.

Il vincitore del concorso di quest’anno è Ashley Vincent, tailandese, con un’immagine intitolata The Explosion!, che mostra la tigre Busaba mentre si scrolla nello zoo safari di Khao Kheow. Le categorie per presentare le proprie immagini erano tre: Persone, Luoghi, Natura. Oltre alle tre foto vincitrici nelle tre categorie, sono state assegnate menzioni d’onore e premi dal pubblico per le immagini. Le fotografie vincitrici saranno pubblicate nel prossimo numero della rivista.

La tigre Busaba dello zoo safari di Khao Keow, in Tailandia. Una volpe scava alla ricerca di cibo. La Torre Eiffel fotografata in un giorno di nebbia invernale. La pesca Stilts, tipica nello Sri Lanka.
Membri della comunità Inuit prendono pezzi di ghiaccio per dissetarsi durante un viaggio. Un momento della tradizionale gara della barca del dragone. Un paziente del centro di salute mentale Yayasan Galuh Rehabilitation a Bekasi, in Indonesia. Un momento di tenerezza tra ghepardi.
Un pezzo di ghiaccio del ghiacciaio Brei amerkurjˆkull. La gara nella pianura di Hardangervidda Mountainplateu che ripercorre le esplorazioni di Roald Amundsen in Norvegia. Il Matterhorn (Cervino), 4478 metri, con la luna piena. Donne che a fine giornata raccolgono la spazzatura.

Che bello vivere a Nashville – 40 anni dopo, il mito si rinnova

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L’ultima volta che Nashville era stata così popolare, Richard Nixon aveva appena abbandonato la Casa Bianca. Correva il 1974, quasi quarant’anni fa, e Robert Altman si era lasciato convincere ad esplorare le potenzialità di una sceneggiatura ambientata in questa singolare città del Tennessee: conservatrice, sonnolenta e un po’ razzista, da una parte; ma anche liberal, eccitante e piena di musica, dall’altra.

Nashville

Alla fine il fascino di Nashville aveva sedotto il regista, che camminando per le sue strade e incontrando la gente, si era deciso a girare il film forse più famoso della sua carriera. Il mondo così si era accorto che nel cuore del sud americano c’era questa curiosa mecca della musica country, dove giovani di talento, impresari senza scrupoli e anche politici venivano a ritagliarsi la loro fetta di sogno americano. Un mito era nato, dietro la faccia levigata di Keith Carradine e le note di “I’m Easy”, anche se i veri musicisti country che popolavano la città avevano preso quella pellicola quasi come un’offesa. Carrellata sul futuro, quarant’anni dopo. Cosa è restato in piedi di quel mito? Dal 1975 ad oggi, quasi l’oblio. Nashville è rimasta nell’immaginario collettivo come era nel film di Altman, mentre il resto del sud si sviluppava, con Atlanta, Dallas, Houston, Miami, Austin, San Antonio, Phoenix e persino Charlotte, lanciate molto più velocemente nel futuro.

Senonché, l’America ad un certo punto ha deciso di ridare un’altra occhiata a questa città, e cosa ha trovato? La musica country è ancora qua, glorificata anche da una nuova serie televisiva della Abc, che naturalmente si chiama “Nashville” e racconta la rivalità tra due donne cantanti. La popolazione è cresciuta, fino a 600.000 abitanti nel comune e 1,6 milioni nell’area metropolitana, e l’economia è andata di pari passo. Il resto del paese, il resto del sud che aveva fatto il passo più lungo della gamba, ha subito la crisi economica come un colpo basso: Nashville, invece, alla fine del 2012 aveva la disoccupazione oltre due punti sotto la media nazionale. Grazie all’industria della musica, certo, ma anche quella della sanità, le assicurazioni, le automobili, l’editoria religiosa, l’istruzione di alto livello, guidata dalla Vanderbilt University. E’ ancora una strana città meridionale, dove gli hippie e i musicisti capelloni camminano per il centro insieme ai fedeli cristiani della destra religiosa; è ancora, insieme, liberal e conservatrice, e ciò fa parte del fascino che sta attirando sempre più giovani e immigrati. Un posto a dimensione d’uomo, come si diceva un tempo, pieno di carattere.

Un po’ l’hanno aiutata le celebrità che non si sono mai allontanate, tipo la coppia reale del cantante Keith Urban e Nicole Kidman. Un po’ è stata la noia per le grandi aree urbane cresciute troppo, tipo Atlanta. Un po’ la saggezza dei politici come il sindaco Karl Dean, che ha investito 623 milioni in un grande centro congressi dentro la città, offrendo agevolazioni fiscali a chiunque volesse trasferirsi da queste parti. Risultato: Nashville si è ritrovata di colpo in testa a tutte le classifiche sulla qualità della vita. Un sondaggio Gallup l’ha inserita ai primi cinque posti delle regioni americane dove la crescita economica è più facile; le associazioni degli imprenditori l’hanno qualificata come una delle migliori città per le start up tecnologiche; e i critici i sono appassionati ai suoi ristoranti. Il tutto è stato riassunto dalla rivista GQ in una parola: “Nowville”. Il posto in assoluto, quello dove trovarsi ora, è diventato Nashville, anche per lo snob New York Times che le ha dedicato uno speciale.

Troppa fretta? Gloria passeggera? Anche la gente del posto, sindaco compreso, ammette che c’è ancora molto da lavorare: rafforzare le infrastrutture, garantire servizi migliori, potenziare le scuole, superare una volta per tutte le tensioni razziali. Chi rinasce dopo quarant’anni di oblio, però, finisce per convincersi di essere immortale.

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Hiroshima, la foto inedita del fungo atomico

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Un’immagine del fungo atomico sprigionato dalla bomba caduta su Hiroshima è stata scoperta in una scuola elementare della città. A renderlo noto è il curatore del Museo della Pace di Hiroshima. L’immagine in bianco e nero – probabilmente scattata non più di mezz’ora dopo l’esplosione della bomba, il 6 agosto del 1945, a una decina di chilometri dall’ipocentro – mostra la nube atomica che sale verso l’alto in due parti distinte, l’una sopra l’altra; ed è stata trovata tra una serie di oggetti e documenti legati all’esplosione e raccolti nella scuola elementare Honkawa. Finora le foto del fungo atomico erano solo quelle prese dall’alto dall’esercito americano.

Hiroshima

L’insostenibile peso del chilogrammo

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Vita tormentata per il campione del chilogrammo che fa da riferimento alle nostre misure nel sistema internazionale (SI). Protetto sotto tre campane di vetro al Bureau International des Poids et Mesures di Sèvres a Parigi i suoi custodi hanno confermato che aumenta di peso. Due anni fa l’allarme contrario: si alleggeriva. Che cosa sta succedendo?

L’inquietudine per la crescita già serpeggiava da un po’ tanto che il Bureau diramava avvertimenti anche a tutti gli analoghi uffici di ogni nazione che ospitano copie del campione parigino. Indagando si è scoperto che se nella stanza ci sono strumenti con mercurio, la sua evaporazione finisce per favorirne il deposito sul prezioso reperto perché il platino di cui è costituito per la maggior parte (l’altra parte minoritaria è l’iridio) è «avido» di questo elemento. Il secondo contributo arriva dagli idrocarburi presenti nell’aria: anch’essi si depositano aggravando la situazione, anche se si parla di microgrammi in più rispetto alla norma.

Risultato: quando effettuano le periodiche verifiche ponderali, gli specialisti prima lavano sia il campione che le copie due e anche tre volte se i margini di peso non convincono. «Ma il vero problema deriva dalla perdita di peso», racconta Walter Bich, custode delle due copie italiane all’Istituto nazionale di ricerca metrologica del Cnr a Torino. Altre due copie sono presso il ministero dello Sviluppo economico. La causa del guaio ora constatato risale alla sua costruzione nel 1875, meno raffinata rispetto alle tecniche impiegate oggi che non produrrebbero l’effetto indesiderato. Il platino alla fine della lavorazione risultava allora più poroso, lasciando sfuggire l’idrogeno: quindi dimagrisce.

Il prototipo del chilo è un cilindro del diametro di 39 millimetri e alto altrettanto. Anche le copie distribuite nei vari Paesi sono protette da campane di vetro: due invece di tre. Ma non sono chiusure ermetiche e così l’aria inquinata può entrare e produrre il suo negativo effetto. «I confronti con il modello di Parigi sono effettuati ogni 25-30 anni», spiega Bich, «e l’ultimo per il nostro esemplare italiano risale al periodo 1988-1993». Però la questione più complicata è legata alla perdita del peso, più che all’aumento sul quale si può intervenire.

Ma intanto è maturata l’idea di abbandonare il riferimento fisico per passare a un’unità più teorica: la costante di Planck. Altrettanto si è fatto con il metro, anche lui soggetto a variazioni inaccettabili. A tal fine si sta preparando una conferenza l’anno prossimo nella quale si dovrà discutere e votare il cambiamento non solo del chilogrammo, ma anche di altre tre unità di misura: l’ampere per l’elettricità, la mole per la chimica e il kelvin per la temperatura. «Accettare la costante di Planck per il peso non sarà facile, perché non è intuitiva», commenta Bich, «e fa riferimento all’azione che è il prodotto dell’energia con il tempo. Sarà un ostacolo non da poco per la comprensione. Perciò io credo che difficilmente si convinceranno ad accettarla». Se accadrà, per il prezioso chilogrammo arriverà finalmente la tranquillità del museo.

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Il netbook è morto

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Oltre a segnare la fine del 2012, il 31 dicembre scorso ha segnato anche la fine dei netbook, i piccoli computer portatili e molto economici sui quali i principali produttori di PC hanno puntato negli ultimi anni per rilanciare le vendite dei loro prodotti. Secondo il sito di informazione tecnologica DigiTimes, a partire da quest’anno Asus interromperà la produzione dei netbook della linea Eee PC, lanciata nel 2007 e rapidamente imitata da altri produttori. La società si limiterà a vendere le proprie giacenze e lascerà perdere questo tipo di computer, che non sta più riscuotendo un particolare interesse, soprattutto da quando esistono i tablet. Un altro grande produttore di computer portatili, Acer, non ha alcun piano per proseguire con la produzione dei netbook.

Come ricordava alcuni giorni fa Charles Arthur sul Guardian, Asus e Acer erano le ultime due società rimaste a produrre netbook, nella speranza di vendere ancora diversi milioni di dispositivi nei paesi emergenti in Asia e in Sudamerica. Gli spazi per questo tipo di prodotto si sono però ridotti, soprattutto da quando ci sono tablet e smartphone economici tra cui scegliere. Altre società come Samsung, HP e Dell avevano già smesso da tempo di produrre netbook, concentrandosi sulla vendita di computer portatili tradizionali, ma meno costosi, e sui tablet.

I netbook nacquero in un particolare momento per l’industria dei computer: a causa dell’inizio della crisi economica su scala globale le vendite di nuovi dispositivi iniziavano a ridursi sensibilmente e stava crescendo la richiesta di computer portatili più pratici da portarsi in giro, per potersi collegare con più facilità a Internet tramite le reti WiFi che si stavano diffondendo rapidamente. Asus fu tra le prime società che provò a rispondere a questa esigenza inventandosi una sorta di portatili in miniatura con schermo tra i 7 e i 9 pollici, tastiera più piccola e compatta, un minuscolo trackpad per spostare il puntatore sullo schermo e un processore poco potente, ma con il pregio di consumare poca energia per fare durare più a lungo la batteria.

A vederli, i primi netbook assomigliavano ai computer che si trovano di solito nei negozi di giocattoli, ma avevano il vantaggio di costare relativamente poco (meno di 200 euro) e di essere più leggeri e maneggevoli dei classici laptop. Richiedevano però un certo allenamento per riuscire a usare la piccola tastiera senza incartarsi sui tasti, una buona vista a causa dello schermo poco definito e una discreta dose di pazienza a causa della lentezza nell’eseguire alcuni tipi di operazioni. Per ridurre al minimo il prezzo finale, i produttori si accordarono con Microsoft per installare sui loro netbook versioni ridotte e alleggerite di Windows. C’erano comunque anche versioni con il sistema operativo Ubuntu, basato su Linux, che permettevano di avere un ulteriore risparmio grazie alla mancanza della licenza da pagare a Microsoft per Windows.

Grazie al prezzo vantaggioso e all’effetto novità, nei primi anni i netbook ebbero un notevole successo. Gli analisti produssero rapporti estremamente ottimistici, prevedendo grandi vendite per questo tipo di dispositivi negli anni a venire, anche grazie all’uscita di modelli effettivamente migliori con schermi con qualche pollice in più e tastiere più comodo. Per quello appena iniziato, per esempio, fu prevista la vendita di almeno 139 milioni di nuovi netbook, cosa che con il senno di poi appare del tutto irrealistica, considerato che tutti i principali produttori hanno abbandonato i portatili in miniatura. Ma prima dell’arrivo dei tablet, il futuro per molti erano i netbook e tutti provarono a creare propri modelli, a modo loro.

Nokia ci provò con il Booklet 3G, che aveva il pregio di avere una antenna 3G per scaricare i dati anche in movimento su rete cellulare. Ma costava diverse centinaia di euro in più rispetto ai modelli di netbook base, e non ebbe un grande successo. Le vendite di questi dispositivi per un certo periodo furono anche spinte dagli operatori telefonici: iniziarono a offrire ai loro clienti la possibilità di prendere un computer in abbonamento associato con una chiavetta 3G. La cosa per un certo periodo funzionò e portò all’attivazione di molti nuovi piani dati. Ma l’uso di un netbook con chiavetta era macchinoso e l’antenna 3G faceva aumentare il consumo della batteria, che così durava molto meno.

Seppure per un breve periodo, i netbook furono comunque un successo commerciale. Ne furono venduti milioni di esemplari, ma il modello di affari si rivelò poco vantaggioso per i produttori di computer. I margini di guadagno erano bassissimi: c’erano la necessità di mantenere i prezzi bassi e, nonostante gli accordi, quella di pagare le licenze a Microsoft per Windows con un costo che oscillava tra i 30 e i 50 dollari a seconda della versione del sistema operativo. A conti fatti, per chi costruiva i netbook rimanevano in cassa poche decine di dollari di guadagno, cosa che esponeva l’intero settore a notevoli rischi se la domanda fosse diminuita.

Nonostante fosse in corso il momento più grave per la crisi finanziaria globale, tra il 2008 e il 2009 le cose per i netbook andarono bene con una costante crescita delle vendite. Poi arrivò il 2010 e le cose peggiorarono nell’arco di un anno: negli Stati Uniti si passò da 2 a 1,5 milioni di netbook venduti. Alla fine dell’anno seguente le vendite dimezzarono ulteriormente, segnando l’inizio della crisi di questo tipo di computer. Le cose non erano andate meglio su scala mondiale: si passò dai 9 milioni di netbook consegnati a inizio 2010 a 6,2 milioni a fine 2011. Ma che cosa era successo per determinare un cambiamento così repentino?

A inizio 2010, spiegano sempre sul Guardian, Apple aveva presentato il suo primo iPad, una cosa che prima non esisteva (non fatta così, per lo meno) e che aveva molti dei pregi dei netbook senza averne i difetti. Poteva essere portato in giro facilmente, era leggero, sempre collegato a Internet, con uno schermo di dimensioni ragionevoli e ben definito e soprattutto con una durata della batteria incomparabile con qualsiasi altro netbook in commercio. Non aveva la tastiera, certo, ma in compenso aveva uno schermo che rispondeva al tocco delle dita evitando il difficile e doloroso uso dei minuscoli trackpad dei portatili in miniatura. Infine, il sistema operativo che utilizzava era stato appositamente studiato per un dispositivo fatto in quel modo, cosa che non era stata fatta fino in fondo e con completezza per i netbook.

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Hashima, l’isola di cemento

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In mare aperto, a 15 chilometri da Nagasaki, i palazzi di cemento dell’isola di Hashima sono in rovina da 40 anni. L’isola – all’estremità meridionale del Giappone – fu operativa dal 1887 come miniera di carbone di proprietà della Mitsubishi Motors e diventò nel 1959 forse il luogo più densamente popolato del pianeta (5.259 abitanti, pari a 83.500 per km quadrato). Venne abbandonata del tutto nel 1974 quando andò in crisi il mercato del carbone, rimpiazzato dal petrolio, e oggi è un posto spettrale e spettacolare, visitato dai turisti.

Haschima

Nel 1800 il legno ricavato dalle pinete – il principale combustibile in Giappone – iniziò a scarseggiare e il carbone diventò la migliore alternativa. Hashima fu una delle isole convertite in miniera al largo di Nagasaki, dopo il successo ottenuto con la più grande isola di Takashima. La Mitsubishi Corporation comprò Hashima nel 1890, tre anni dopo la sua prima inaugurazione, acquisendo così l’intero comparto minerario della zona.

Nel 1916 ad Hashima si costruì il primo grande “condominio” di cemento in Giappone: sei piani, un cortile interno e alloggi privati per le famiglie dei minatori, ognuno composto da una singola stanza con una finestra e un’anticamera. Bagni e cucine erano invece comuni. Due anni dopo, al centro dell’isola, fu realizzato un complesso residenziale di nove piani, all’epoca il più alto del Giappone. Man mano che la domanda di carbone aumentava, il numero di edifici in cemento cresceva: divennero più di trenta. Hashima è nota anche con il soprannome di Gunkanjima, “isola a forma di nave da guerra”, creato da un giornale per via degli alti muri che tuttora circondano il perimetro, come scudo per tifoni e mareggiate.

Durante la Seconda guerra mondiale, con i giovani giapponesi al fronte, la miniera dovette impiegare manodopera coreana e cinese. Circa 1.300 lavoratori morirono per la fatica e la malnutrizione. Altri ancora nelle correnti, cercando di scappare a nuoto. Le condizioni di vita sono raccontate, in un’intervista del 1983, da uno dei minatori coreani sopravvissuti: si viveva in otto in una stanza, sorvegliati costantemente da guardie giapponesi armate di spada e costretti a lavorare in spazi angusti sotto terra, col rischio che i muri della miniera crollassero da un momento all’altro: «Ero convinto che non avrei mai lasciato l’isola vivo».

La densità massima fu raggiunta nel 1959: 83.500 abitanti per km quadrato. Una città compressa, con scuole, una palestra, un cinema, 25 negozi, bar, ristoranti, templi, un ospedale e un bordello. Un labirinto di cemento in cui gli alloggi erano divisi secondo precise gerarchie sociali: i lavoratori non sposati nei monolocali, quelli sposati nei bilocali con bagno e cucina in comune, il personale amministrativo e gli insegnanti in bilocali con cucina e bagno inclusi. Solo il manager della miniera aveva diritto a una casa indipendente.

Le difficoltà di gestione non erano diverse da quelle di qualsiasi altra piccola isola abitata forzatamente: cibo, vestiti e – fino al 1957 – acqua potabile dovevano essere portati dalla terraferma. Durante le tempeste Hashima era isolata. Il suolo arido non permetteva di coltivare, tanto che nel 1963 gli abitanti si ingegnarono portando terriccio da fuori e creando orti sui tetti. Frigoriferi e televisioni arrivarono nello stesso periodo. Alla fine degli anni Sessanta il mercato del carbone crollò e le miniere iniziarono a chiudere. Anche Hashima progressivamente perse lavoro e il 15 gennaio 1974, con una cerimonia ufficiale di chiusura nella palestra locale, fu abbandonata: l’ultimo lavoratore partì il 20 aprile dello stesso anno.

In costante decadimento, Hashima è diventato un simbolo dello sfruttamento su larga scala delle risorse energetiche e della sua dipendenza dagli alti e bassi del commercio internazionale, tanto da essere usata come immagine nelle pubblicità-progresso del governo contro gli sprechi. Ma anche della velocità con cui lo sviluppo urbano deperisce una volta abbandonato dall’uomo, come mostra un episodio della serie di History Channel Life after people (un altro video interessante è qui).

Dopo 35 anni di chiusura, nell’aprile 2009, una parte dell’isola è stata riaperta al pubblico, tenendo gli edifici più pericolosi fuori dalla portata del turismo: durante la visita, lunga 45 minuti, si possono osservare le rovine da tre diversi punti di osservazione.

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Quando la ferrovia sfidò il buonsenso!

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Il «Times» aveva definito balzana l’idea di Charles Pearson per ridurre il traffico, ma dovette ricredersi. Oggi «The Tube» conta 11 linee con 270 stazioni: la sua mappa, inventata da Harry Beck nel 1931, è diventata una vera icona pop con molte varianti (compresa quella dell’Olimpiade).

Tube

L’illuminazione a gas nei vagoni di prima classe consentiva di leggere il giornale, faceva notare il «Times», il giorno dopo l’inaugurazione, avvenuta il 10 gennaio 1863. Nessuno dei passeggeri aveva però intenzione di distrarsi. Erano curiosi di sperimentare il nuovo mezzo di trasporto: per questo in 40 mila avevano comprato il biglietto. Alle sei del pomeriggio, dopo 12 ore di attività, molto affollamento ma nessun incidente. Charles Pearson, visionario avvocato che da trent’anni si batteva per la metropolitana londinese, aveva vinto la scommessa. Morto poche settimane prima dell’inaugurazione, non riuscì a godersi il trionfo. Nessuno si prese la briga di ricordare ai cronisti entusiasti che il «Times» aveva in precedenza liquidato l’idea come «un insulto al buon senso». Tanto valeva immaginare macchine volanti.

Nei primi 50 anni dell’Ottocento la popolazione di Londra era raddoppiata, toccando i due milioni e mezzo di abitanti. Da qui il problema del traffico cittadino, che la prima ferrovia sotterranea al mondo avrebbe dovuto risolvere liberando le congestionate strade del centro (dove allora vivevano ammassati i poveri). Parigi inaugurò la sua metropolitana solo nel 1900, New York ancora più tardi, nel 1904. Oggi che la città sul Tamigi ha superato gli otto milioni di abitanti, The Tube trasporta ogni anno un miliardo di passeggeri. Undici linee e 270 stazioni, con il diritto al rimborso del biglietto se i ritardi superano i 15 minuti. Il primo attentato della sua storia avvenne nel 1883: i terroristi erano irlandesi. Gli ultimi li ricordiamo bene: il 7 luglio 2005, di matrice islamica, fecero 55 morti e settecento feriti.

A bordo della metropolitana viaggiava il dandy Oscar Wilde, tra Sloane Square e il suo ufficio da direttore della rivista «The Woman’s World». «Su Charles Darwin e Charles Dickens non abbiamo certezze, e neppure su Jack lo Squartatore», scrive Peter Ackroyd in London Under (uscito da Chatto & Windus, dei sotterranei racconta anche le fogne), precisando che la metropolitana di Londra fu costruita quando ancora l’Italia non esisteva, e la Germania neppure. La mappa tracciata nel 1931, che fruttò al disegnatore Harry Beck l’equivalente di 175 sterline attuali, è una delle icone pop più celebri, situata in un punto intermedio tra i quadri di Mondrian e un circuito elettrico (Beck lavorava al reparto segnaletica). Lo storico Eric Hobsbawm non ha dubbi: si tratta della «più originale opera d’avanguardia tra le due guerre». Riappare nella saga di Harry Potter come cicatrice sul ginocchio di Albus Silente.

Tutte le altre metropolitane del mondo hanno copiato il diagramma di Beck, semplice e geniale: niente curve, solo angoli retti o di 45 gradi, e nessun rispetto per le distanze: un disegno più realistico avrebbe la forma di un grande delfino, con le stazioni accalcate al centro e distanti in periferia. Come capita ai grandi e riconoscibili capolavori del design, fa da canovaccio per molte variazioni sul tema. È stata ridisegnata in occasione dell’Olimpiade, con i nomi dei campioni sportivi, da Pietro Mennea a Usain Bolt, da Mark Spitz a Roger Federer, che sostituiscono le stazioni. Ne esiste una versione che riproduce la Londra multietnica dalle 300 lingue; una con una ricca raccolta di insulti; una con i nomi delle stazioni anagrammati; una sentimentale, a imitazione di certe mappe settecentesche con il lago della tenerezza e la collina dell’indifferenza; una culturale, dove ogni linea è dedicata a una celebrità scientifica o artistica (sui nomi attuali delle stazioni, si esercitano numerosi volumetti che fanno risalire Elephant & Castle a una storpiatura cockney di «Infanta di Castiglia» e Gospel Oaks a una quercia un tempo luogo di preghiera).

Il London Underground Film Office esamina migliaia di richieste ogni anno, esigendo da chiunque il pagamento anticipato, secondo tariffa: 500 sterline per un paio di giorni, a orari ristretti, più un supplemento per entrare nella cabina di guida. L’ultimo film con una lunga scena in metropolitana è Skyfall, il meraviglioso 007 — sulla via della rottamazione assieme a M di Judy Dench — diretto da Sam Mendes. James Bond insegue da un treno all’altro l’ex agente dei servizi segreti Raoul Silva, l’attore Javier Bardem con i capelli ossigenati. Il cattivo ruba una divisa da controllore per mimetizzarsi, il deragliamento è stato girato negli studi di Pinewood: una trentina di set, necessari per la Temple Station e le fogne circostanti.

Uno dei primi film ambientati in metropolitana — che cominciò a chiamarsi The Tube quando le linee divennero completamente sotterranee e sempre più profonde, le prime erano scavate appena sotto il livello stradale e poi ricoperte — fu Underground di Anthony Asquith, nel 1928. Muto e in bianco e nero, girato senza bisogno di ricostruire alcunché, racconta di due uomini innamorati della stessa fanciulla: il buono è impiegato alla metropolitana, il cattivo fa l’operaio alla centrale che fornisce ai treni l’elettricità. Le locomotive che prima funzionavano a vapore, con gravi problemi di smaltimento fumi, adottarono la più pulita energia a partire dal 1890. Grazie al finanziere (e avventuriero) Charles Yerkes, che negli Stati Uniti si era fatto qualche anno di prigione per corruzione, e nel Vecchio Continente ricostruì una fortuna.

Alfred Hitchcock appare per un attimo in metropolitana, mentre legge un libro infastidito da un moccioso, nel suo primo film sonoro Blackmail (1929, titolo italiano Ricatto). Nel 1998, Sliding Doors di Peter Howitt mette in scena una storia di destini alternati in un vagone della metropolitana: la porta scorrevole che resta aperta o si chiude cambia la vita a Gwyneth Paltrow. C’è la metropolitana in Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, e in altri horror meno blasonati come Creep di Christopher Smith: nel tunnel, i cannibali discendenti da un gruppo di manovali intrappolati mentre costruivano la stazione di Russel Square.

Il grande romanzo della metropolitana londinese è firmato Barbara Vine, nom de plume — per i libri «seri», avrebbe detto Simenon, vale a dire quelli senza Maigret — di Ruth Rendell (il suo Maigret si chiama Ispettore Wexford). Titolo: King’s Solomon Carpet, con riferimento al tappeto volante di Re Salomone. Sia il popolare e futurista H. G. Wells, nel romanzo quasi autobiografico Tono-Bungay, sia il raffinato Henry James, in Una vita londinese, usano la metropolitana come sfondo per un intermezzo romantico. George Gissing ne raccontò le stazioni come un inferno (ugualmente infernale, nel suo romanzo New Grub Street, è il mondo dell’editoria e del giornalismo).

Sulla Circle Line, che non ha capolinea, viaggiano per ore Ludo e sua madre Sibylla, nel romanzo L’ultimo samurai di Helen DeWitt: il riscaldamento è gratis, c’è molto tempo per leggere. La pensavano allo stesso modo le persone — almeno 170 mila, calcolano gli storici — che si rifugiarono nella metropolitana per sfuggire alle bombe tedesche nel 1940. All’inizio le autorità cercarono di dissuadere la popolazione. Poi accettarono la realtà, e fornirono cibo, servizi igienici, perfino scuole serali. Del resto anche il governo si era rifugiato sotto terra (come l’MI6 nell’ultimo Bond movie), nelle gallerie erano stati trasportati i marmi del British Museum e i quadri della Tate Gallery. Identificato dal cerchio rosso — detto Roundel — a partire dal 1908, l’Underground londinese vanta anche un giornale: «The Swiss Cottager», stampato durante la guerra alla stazione Swiss Cottage, che prese il nome da una taverna costruita nel 1840 a forma di chalet.

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