Primi 40 anni del ‘Cubo di Rubik’

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Il cubo di Rubik compie 40 anni. E viene festeggiato negli Stati Uniti con una mostra da 5 milioni di dollari, con protagonista un cubo ‘doro 18 carati che vale 2,5 milioni di dollari. Inventato nel 1974, il cubo di Rubick, o cubo magico, e’ diventato il gioco che ha caratterizzato i primi anni 1980, raggiungendo il suo massimo di popolarita’ nel 1980-1981. Nel 1986 il New York Time ne ‘decretava’ la morte: va in cantina o per la sua eleganza e creativita’ puo’ finire – affermava il quotidiano – nella collezione permanente del Museum of Modern Art.

Di recente, invece, e’ tornato alla ribalta, complice anche Edward Snowden, la ‘talpa’ del datagate, che per farsi riconoscere da due giornalisti ai quali aveva dato appuntamento a Hong Kong si era munito di un cubo di Rubik. Una scena simile a quella del film ‘Duplicity’, in cui le spie Julia Roberts e Clive Owen si erano riconosciute proprio per essere in possesso di un cubo.

Alla presentazione della mostra negli Stati Uniti, in New Jersey, anche l’inventore del cubo, Erno Rubik, che lo ha inventato come la soluzione ai problemi strutturali che assillano un professore di architettura, l’occupazione di Rubik nel 1974. Rubik – in un’intervista al New York Times – ammette di non aver mai immaginato che il ”suo cubo”, come lo chiama, sarebbe diventato universale.

Rubik era infatti convinto che avesse un valore intellettuale e che, quindi, come tutti gli oggetti con valore intellettuale sarebbe stato difficile da vendere. Invece ne sono stati prodotti fra 1 e 2,5 miliardi, assumendo che ce ne siano stati cinque contraffatti per ogni cubo legale venduto.

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Condividere, risorsa del futuro

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Se l’anno scorso il festival di antropologia «Dialoghi sull’uomo» era dedicato al viaggio nell’ottica dell’«altro», quest’anno la quinta edizione della rassegna, presentata ieri a Pistoia, ci pare entrare decisamente nel dibattito contemporaneo affrontando un tema cogente come quello della «condivisione», intesa a tutto tondo, cioè quello sharing che riguarda molti aspetti della vita quotidiana, la rete, l’economia, la gestione delle risorse e dei servizi, il possesso dei beni, il cambiamento di mentalità. 

Sull’argomento «Condividere il mondo. Per un’ecologia dei beni comuni» si confronteranno dal 23 al 25 maggio nei 22 incontri nella città toscana, numerosi ospiti italiani e internazionali, «sociologi, filosofi, antropologi, i quali fanno appello, tutti, alla condivisione — ha spiegato Giulia Cogoli, ideatrice e direttrice del festival — come risorsa importante per il futuro, da Rodotà a Caillé a Bodei».
«D’altronde — ha continuato la Cogoli — , se sentiamo che si appellano alla condivisione, alla collettività o alla partecipazione sia la direttrice generale del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, sia l’arcivescovo di Campobasso Giancarlo Bregantini (che ha scritto le meditazioni per la via crucis al Colosseo, ndr), qualcosa significa. Evidentemente questo tema, su cui stiamo lavorando da un anno, in pochi mesi è cresciuto ed è diventato anche più attuale».
Perché un concetto così diverso di proprietà o di uso dei beni si stia facendo largo — che si tratti d’acqua o di conoscenza — è il tema dell’incontro d’apertura dei «Dialoghi», venerdì 23 maggio, con Stefano Rodotà che interverrà su «Beni comuni: la ragionevole follia» (ore 17.30). Dopo l’apertura, gli incontri prenderanno la via dei diversi filoni, appunto, sociologici, letterari, storici, economici in cui la «condivisione» è declinata, mostrandone la novità, i vantaggi, ma anche i punti critici.
Sugli aspetti sociali e naturali del bene comune sono centrati alcuni incontri di sabato 24, quello del neuroscienziato Enrico Alleva («Competizione e cooperazione nel regno animale»), del filosofo Remo Bodei («Un mondo condiviso, un’utopia?») e del filosofo Serge Latouche («Ritrovare il senso della misura»), mentre domenica 25 ne parlerà il sociologo francese Alain Caillé («Dal dono al convivialismo»), peraltro in libreria proprio a maggio con il suo Manifesto convivialista (Ets). Il luogo proprio dello sharing è la rete, e ne parlerà il sociologo Derrick de Kerckhove (domenica 25, «Le tre facce della rete»), mentre di condivisione culturale parlerà Gustavo Zagrebelsky il 24 («La cultura come terzo pilastro della vita sociale»), e il 25 il linguista Luca Serianni («Quando l’italiano è diventato una lingua condivisa da tutti?»).
Sul fronte di una via alternativa all’egoismo economico ma anche al dono, da citare l’intervento degli antropologi Matteo Aria e Adriano Favole, sabato 24 («La condivisione non è un dono!»), mentre l’aspetto critico sarà affrontato sempre il 24 da Marco Aime («Troppa condivisione in famiglia non aiuta a crescere»). Oltre a film, incontri per bambini, interventi su aspetti paesaggistici o storici, da segnalare la chiusura, domenica 25, con Roberto Vecchioni, tra musica e parole.

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17 motivi per mangiare cioccolato

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I Maya lo chiamavano «kakaw uhanal», ovvero «cibo degli Dei», ma anche un comune mortale sa che il cioccolato ha un effetto talmente paradisiaco da far sciogliere chiunque. Se però vi servisse un buon motivo per mettere a tacere la vostra coscienza perennemente a dieta, quelli dell’HuffPost Taste ve ne hanno trovati ben 17 per dimostrare perché un pezzo di cioccolato al giorno non sia solo una cosa buona e giusta, ma proprio una grande idea.

1) fa bene al cuore – A dirlo, è addirittura uno studio, pubblicato a fine 2011 sul Journal of Nutrition, che sottolinea come il consumo di una piccola quantità di cioccolato metta il cuore al riparo da possibili disturbi cardiocircolatori

2) puoi immergerci (quasi) qualunque cosa – Non limitatevi alla frutta (le fragole sono un classico), ma sbizzarritevi a provare abbinamenti insoliti, ricordando però che il cioccolato non va d’accordo proprio con tutto

3) i cookies coi pezzetti di cioccolato sopra sono meglio di qualunque supporto emotivo  – E di conseguenza rendono più bello qualunque evento della vostra vita

4) protegge la pelle dalle scottature –  Leggere per credere lo studio condotto in Germania nel 2006, secondo il quale bere cioccolata calda rafforzata con una dose extra di flavonoidi (dagli effetti antiossidanti) tutte le mattine per tre mesi riduce gli impatti nocivi dei raggi UV sulle donne

5) mangiare un qualunque dolce fatto di cioccolato rende felici  – Non è neanche il caso di discuterne: è così e basta

6) trasforma una colazione normale in una grande colazione – Che sia dentro ad un croissant o sopra ad una ciambella o ancora rovesciato fuso sopra ad una montagna di pancake, non c’è ingrediente mattutino che non migliori grazie al cioccolato

7) se non siete ancora convinti del punto 6, qui trovate altri golosi suggerimenti sui modi migliori per mangiare cioccolato a colazione

8) può ravvivare la vostra cena – Provatelo con il peperoncino e il gusto del piatto ne guadagna (senza contare che sono entrambi afrodisiaci, quindi anche l’eventuale dopocena è assicurato)

9) è perfetto come night-cap – Da intendersi ovviamente non come il berretto di lana con cui andavano a letto le nostre nonne bensì come bevanda concilia-sonno, magari coi marshmallow

10) nella versione «hot fudge» (ovvero, tipo salsa) ha il potere di migliorare non solo la giornata ma proprio la vita – E se non ci credete, provatela sul gelato

11) il gelato non passerà mai di moda –  Con tutti i gusti che ci sono al giorno d’oggi, un gelato al cioccolato può sembrare «old style», ma non potreste essere più lontani dalla verità, soprattutto poi se lo mangiate direttamente dal barattolo

12) e stesso discorso anche per il milk shake  – Anzi, a volte è pure meglio gustarlo in questa variante che come gelato

13) può aiutare durante le lezioni di matematica – O comunque coi numeri in genere, sempre grazie ai flavonoidi e ai loro effetti antiossidanti

14) è calmante – A sostenerlo, una ricerca sul Journal of Psychopharmacology, secondo la quale le persone che consumano cioccolato sono più calme e rilassate di chi non lo fa

15) è un ottimo modo per stabilire un legame coi figli – A quale bambino non piace il cioccolato?

16) in versione mousse è il dessert più raffinato che ci sia  – E fa sentire subito anche voi più eleganti

17) concludendo: il cioccolato è irresistibile, quindi perché resistere alla tentazione? Infatti non si può e non si fa.

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Più bici per tutti in Europa

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Se tutta l’Europa fosse come Copenaghen, dove il 26% delle persone che si muovono in città usa la bicicletta, ci sarebbero  10 mila morti all’anno in meno a causa dell’inquinamento. E inoltre si creerebbero quasi 80mila nuovi posti di lavoro legati alla manutenzione e alla vendita delle biciclette. Lo afferma un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) presentato a Parigi al meeting 4HLM.

Benefici
Gli esperti europei hanno calcolato sia le minori emissioni dovute all’uso delle bici sia i posti di lavoro per la vendita e la manutenzione, ma anche nella progettazione e nella realizzazione delle piste ciclabili. Per l’Italia è stata presa in considerazione la città di Roma, che potrebbe da sola creare oltre 3 mila impieghi salvando 151 persone.  «Il ritorno di questo tipo di investimenti è enorme», ha commentato Zsuzsanna Jakab, direttore di Oms Europa, «e include nuovi lavori e persone più sane perché fanno più attività fisica, oltre a meno incidenti stradali e rumore e una maggiore qualità dell’aria». In Europa, sottolinea il documento, ci sono almeno 500 mila morti l’anno a causa dell’inquinamento, 90mila persone uccise in incidenti stradali e 70 milioni di persone esposte al rumore eccessivo.

(Product)RED

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Forse non tutti lo sanno, ma chi acquista dal sito Apple o in uno degli Apple store in giro per il mondo, un prodotto dal colore rosso identificato dalla sigla (Product)RED, che sia una custodia, o uno iPod shuffle. o un iPod Nano, ecc. ecc., destina una percentuale dell’importo in beneficenza.

La Apple non è la sola al mondo a sposare questa forma di beneficenza; sono tante le aziende multinazionali che hanno aderito, dal 2006 ad oggi, a questa iniziativa ideata da Bono e da Bobby Shriver col fine di combattere l’AIDS in africa.

Questo è il sito del progetto (Red)TM: http://www.red.org/en/

La notizia è che la Apple è arrivata a destinare con questa forma di solidarietà, ben 70 milioni di dollari al progetto (63 milioni nel 2013).

Io ho comprato l’anno scorso una Smart Cover per il mio iPad della linea (Product)RED e sarebbe molto bello se il colore ROSSO venisse scelto sempre più spesso!!

Un dizionario hacker” per capire come il mondo è già cambiato

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È sempre bene essere informati!

Piccolo, quindi maneggevole come molti dei dizionari moderni. Ma al tempo stesso denso di voci e quindi utile a capire termini e questioni sulle quali spesso si sorvola senza approfondire. Il volume “Un dizionario hacker”, di Arturo Di Corinto (Edizioni Manni, pagine 212, 14 euro) è tutto questo e anche molto altro. Un dizionario ragionato dei termini più significativi della cultura hacker, in cui di ogni voce si dà definizione, interpretazione e storia. Di Corinto sfata i pregiudizi e fa luce sul mondo della controcultura digitale, spesso percepito come illegale e pericoloso. Dalla A di Anonymous alla W di Wikileaks, passando per Bitcoin, Defacement, Free software, Gnu e Media activism, l’autore ci accompagna alla scoperta di uno dei movimenti più attivi nella lotta alla globalizzazione capitalista, nella tutela della democrazia partecipata, della condivisione del sapere e della libera circolazione della conoscenza. Lemma dopo lemma, emerge la prospettiva politica dei “pirati informatici” e il senso della loro battaglia fatta a suon di decrittazioni e remix. Ecco a seguire un intero capitolo di questo volume, “Autodifesa Digitale”.

AUTODIFESA DIGITALE
Da quando è scoppiato lo scandalo del datagate sono rimasti in pochi a credere nella privacy. I miliardi di telefonate intercettate dal grande fratello elettronico hanno di fatto riconsegnato alla storia il diritto e il bisogno alla privatezza ricacciandolo a quel giorno del 1890 in cui due avvocati, Samuel Warren e Louis Brandeis, lo concettualizzarono nel famoso scritto “The right to be let alone” (Il diritto di essere lasciati in pace). E pensare che all’epoca i due giuristi si confrontavano “soltanto” con una sola ma insidiosa tecnologia, la fotografia. L’articolo era la risposta ai “tabloid” dell’epoca che ritraevano troppo di frequente la moglie salottiera di uno dei due avvocati, Samuel Warren.

Nel frattempo, però mentre la legge sanciva l’inviolabilità della soglia domestica le tecnologie che si sono succedute ci hanno obbligato ad ampliare e meglio definire il concetto di privacy fino all’idea che oggi essa coincida con la possibilità di determinare il destino delle informazioni che ci riguardano – e spesso ci precedono – quando usiamo un computer, un telefonino o una carta magnetica dotata di chip. È così che quel bisogno si è evoluto in un diritto vero e proprio, costituzionalizzato in Europa con la famosa Carta di Nizza del 2000.

Poi però sono arrivati Facebook e i social network, abbiamo scoperto che Google non è sempre il gigante buono e la grande disponibilità di banda e hard disk storage a basso costo hanno creato l’industria dei metadati, quella che prospera sulla conoscenza della nostra rete di relazioni – con chi, per quanto tempo e con che mezzo comunichiamo  –  per sapere se, quando e dove, ci troviamo da soli o in compagnia. Strumento potente del marketing diretto che usa questi dati per offrirci al momento giusto quello che siamo pronti a pagare. Ma anche magazzino cui attingere per ricostruire vicende sanguinose e criminali e perseguirne i colpevoli. Un effetto deterrenza che rivela l’altra faccia della privacy, o meglio il suo opposto: la sorveglianza.

Lo stesso creatore di Facebook, Zuckerberg aveva detto che chi usa il suo social network non è interessato alla privacy, smentito subito dopo dalla sua stessa azienda che si è affrettata a salvare la faccia offrendo progressivamente nuovi strumenti per stabilire quale sia il livello di “intimità” che vogliamo condividere in rete. A dargli man forte era intervenuto uno dei padri del web, Vinton Cerf, che però divenuto chief evangelist e poi vicepresidente di Google non gode più dell’autorevolezza degli esperti disinteressati. Tutto questo mentre il mondo accademico e la politica di molte nazioni chiede agli americani di fare ammenda per averli spiati e di non farlo più.

Le spie spiano
Ma da che mondo è mondo le spie spiano, e non ci si può aspettare che non lo facciano. Perciò per chi tiene alla propria privacy l’unica risposta è l’autodifesa digitale, senza bisogno di avere qualcosa da nascondere e senza diventare esperti informatici.

Da tempo immemorabile la gente protegge i propri segreti con porte e buste chiuse, scrigni, inferriate e codici cifrati. Lo spionaggio è sempre stata un’arma potente in mano a principi, dittatori ed eserciti e quindi non c’è da meravigliarsi se nell’era digitale la rincorsa fra guardie e ladri di segreti continui aggiornata ai progressi della tecnica. Fino a poco tempo fa nascondere i propri messaggi a occhi indiscreti con algoritmi matematici era affare riservato di spie e militari, tanto che gli strumenti e le tecniche più in voga sono state a lungo considerate armi a tutti gli effetti. Fino a dieci anni orsono un famoso software di cifratura di dati digitali, il PGP di Phil Zimmermann, non poteva essere esportato fuori dal territorio degli Stati Uniti. Zimmermann ci riuscì lo stesso in un rocambolesco viaggio a cavallo dell’Europa portando in valigia il listato del programma e aprendo la porta alla privacy di massa (PGP, significa proprio “Pretty Good Privacy for the masses).

Basato su un algoritmo matematico creato all’Università di Stanford, in California, da Rivest, Adleman e Shamir, la famosa chiave RSA, che nasconde i dati con una doppia chiave crittografica, pubblica e privata, il messaggio nascosto può essere decifrato solo dal destinatario e potenzialmente decrittato dal “nemico” solo con molti sforzi e un ingente impiego di risorse computazionali, con un attacco di forza bruta, esplorando tutte le combinazioni possibili delle chiavi. Potenzialmente.

Per questo i cypherpunks come Julian Assange consigliano di usarlo. Se tutti cifriamo i dati non ci sarà mai nessuna agenzia in grado di operare un attacco di forza bruta sui milioni di zettabyte di dati scambiati attraverso la rete e potranno a farlo solo dopo aver raccolto degli indizi che lo giustifichino. Infatti, nonostante l’allarme lanciato dai media che hanno male interpretato alcune rivelazioni di Edward Snowden, la comunità scientifica non ha ancora nessuna evidenza che le chiavi di cifratura più note siano state violate dalla onnipresente National Security Agency.

Chiavi, tunnel e protocolli
Il sospetto che i protocolli di cifratura “https” – quelli che usiamo per navigare sicuri senza che i dati inviati vengano intercettati-, abbiano una backdoor è però fondato. La backdoor è una sorta di passaggio segreto noto solo a chi l’ha creato e attraverso cui è possibile “leggere” quello che parte dal nostro computer fino a quello di destinazione (che in genere è un server), rimbalzando attraverso tanti computer intermedi. Ma se, mettiamo, la posta via web (la webmail) che inviamo è cifrata con un algoritmo robusto, l’intercettazione del relativo pacchetto non ne consentirà la lettura.

Quindi, cifrare le email con un derivato del PGP  –  su client di posta elettronica come Mozilla Thunderbird  –  pigiando un bottone, è la cosa più sicura che possiamo fare.

Inoltre, se pensiamo che qualcuno, la Nsa, con o senza la collaborazione delle imprese che ci danno la connettività e i servizi Internet (posta, spazio disco e altro), possa volere semplicemente risalire all’autore di una comunicazione sospetta a partire dall’indirizzo IP (Internet Protocol) che identifica ogni singola macchina o gruppo di pc connessi, possiamo sempre usare uno “scrambler” Ip, come Tor  –  The onion router  –  un software che riveste il nostro IP come gli strati di una cipolla rendendo oltremodo difficile trovarne il nucleo o l’origine.

Eppure tutti noi, ogni giorno siamo “seguiti” e monitorati da forze che non nulla hanno a che fare con la cyberarmy di Assad o con il Ghcq inglese o coi nostri servizi segreti: è la sorveglianza delle aziende che tracciano le nostre navigazioni a fini commerciali. Se si installa con un paio di click l’add-on ghostery (www. ghostery. com) sul nostro browser Mozilla, sapremo sempre in real time chi ci sta seguendo. Net-ratings, Google, Facebook e molti altri servizi che creano statistiche sulle visite del sito che stiamo leggendo lo fanno normalmente e Ghostery ce lo dice. In ogni caso è possibile fare una navigazione anonima su qualsiasi sito usando i controlli per la privacy incorporati in qualsiasi browser come Chrome oppure ricorrere a servizi online come Anonymouse. org. In questo caso il servizio, usando i famosi anonymous remailer della prima Internet consente anche di inviare email completamente anonime, con un ritardo di arrivo variabile per evitare che la nostra presenza al computer venga messa in relazione temporale con il momento di arrivo della email al suo destinatario.

Insomma, l’autodifesa digitale è possibile e ci sono gruppi che ne fanno la propria ragione d’esistenza. È stato il caso dei cryptopunks di Telecomix che la insegnavano a tunisini, egiziani e libici nei mesi della cosiddetta “Primavera Araba”, e di altri gruppi che ancora oggi aiutano i cooperanti delle zone di guerre a inviare report dal campo senza temere rappresaglie. Sulla crittografia e l’autodifesa digitale anche Wikileaks ha basato la sua missione di organizzazione contro la corruzione e il malgoverno ispirando decine di iniziative simili, come Openleaks o l’italianissima Globaleaks.

Sempre italiano è il progetto Freepto, software libero e open source racchiuso in una pennetta Usb e impacchettato dagli attivisti di Avvisi ai Naviganti BBS del Forte Prenestino di Roma, culla di hacker etici dal lontano 1990: pochi file e un manuale scaricabili anche in rete per consentire a chiunque di imparare a difendersi dall’occhio elettronico.

www.repubblica.it

Giro del mondo in 53 giorni, con il treno!

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Otto settimane in giro per il mondo. 53 giorni di viaggio. Tutti in treno. O quasi. Da Londra agli Stati Uniti attraverso Cina e poi Russia tramite la Mongolia. Con ingresso in Europa, tappe in alcune delle città più affascinanti del Vecchio continente, e rientro nella capitale britannica. Un viaggio monumentale, ai limiti dell’incredibile, a bordo di alcuni dei più bei convogli come il Tsar’s Gold Private (da Pechino a Mosca tramite la Mongolia), il Venice Simplon Orient-Express, che va da Venezia fino in Inghilterra toccando tuttavia anche altre otto destinazioni europee, e il British Orient Express Pullman. Convogli extralusso per esperienze esclusive da viaggio nel tempo, prima che nello spazio. Il primo, in particolare, quello reso celeberrimo dal romanzo di Agatha Christie, è il treno d’epoca più originale del mondo con carrozze restaurate degli anni Venti. L’ultimo, invece, ne completa il percorso fra Parigi e Londra.

Un po’ d’aereo, a dire il vero, c’è. Non se ne poteva proprio fare a meno. È quello che porterà i passeggeri da Londra a New York e poi, una volta conclusa la prima, lunga tranche da venti giorni negli Stati Uniti, da San Francisco a Shanghai. Inevitabile. Ma tutto il resto è rigorosamente sui binari. A mettere a punto la singolare offerta di viaggio è stata un’agenzia britannica, la Great Rail Journeys: una traversata di tre continenti, quasi tutta in prima classe, per proiettarti all’epoca d’oro delle ferrovie. Quando il treno era l’aereo di oggi e la vacanza – per chi poteva permetterselo, ovviamente – si svolgeva in parte in carrozza.

Non un record ma quasi. O meglio: di proposte così coraggiose non si ha notizia. “Abbiamo alcuni viaggi molto lunghi fra le nostre offerte – ha detto Julian Appleyard del tour oeprator inglese alla Bbc – ma non abbiamo mai organizzato una circumnavigazione totale”. Oltre cinquanta giorni, insomma, alla modica cifra di 22.000 sterline, circa 26mila euro a testa, centesimo più centesimo meno. Partenza 18 maggio 2015. C’è quindi ancora un po’ di tempo per prenotare il proprio posto per l’itinerario che porterà i visitatori a New York in aereo e impiegherà una ventina di giorni snodandosi lungo il Nord America. Con tappe a Washington, Chicago, Denver e poi verso alcuni percorsi classici su ferro come la Royal Gorge route in Colorado, la parte più nota e affascinante della Denver and Rio Grande Western Railroad che attraversa il Grand Canyon dell’Arkansas, o la linea Durango & Silverton costruita fra 1881 e 1882 per collegare persone e merci alle miniere di oro e argento della San Juan Mountains. Panorami inimitabili. C’è anche la possibilità di variare sul tema e visitare il Grand Canyon, in Arizona, Los Angeles e arrivare in barca fino a San Francisco. Da dove si decollerà di nuovo, destinazione Cina. Ma occhio: secondo Appleyard i posti disponibili saranno appena 25, “per mantenere l’esperienza il più esclusiva possibile”.

Da quel momento in poi non ci saranno più altri mezzi di trasporto coinvolti. Nel senso che il viaggio proseguirà esclusivamente su rotaie: prima a Xian, patria dell’Esercito di terracotta nella provincia dello Shaanxi, poi verso la capitale cinese Pechino e infine tagliando la Russia attraverso la Mongolia. Senza dimenticare un assaggio di Transiberiana – inevitabile in un viaggio di questo tipo – per raggiungere Mosca. Conclude il giro del mondo la parte europea con soste a Varsavia, Praga, Vienna, Innsbruck e Venezia. Da dove i viaggiatori rientreranno a Londra.

“È chiaramente il più lungo e costoso viaggio che abbiamo mai organizzato – ha aggiunto il responsabile dell’agenzia londinese – è dunque destinato a persone in salute e, considerando i 53 giorni, che abbiano molto tempo da spendere”. È vero: è il più lungo attualmente sul mercato anche se non mancano delle alternative appena più comode. Sebbene per i prezzi ci si muova sempre intorno alle 20mila sterline. È il caso di un’altra compagnia – la gallese Ffestiniog Travel – che offre lo stesso tipo di itinerario ma in 40 giorni e al contrario, cioè partendo dal Canada. Tutti in carrozza.

www.corriere.it

La crema

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Non si sono mai cucinati tanti dolci in casa mia, ma quei pochi, forse proprio per questo, hanno un “sapore” di ricordi particolarmente definito. Non si andava oltre la crostata, la ciambella, la zuppa inglese, le castagnole e la crema. Proprio quest’ultima, associata spesso alla cioccolata, mi fa venire in mente i momenti della preparazione, dell’assaggio e, ovviamente della degustazione. L’odore della scorza di limone; il mestolo di legno che serviva per girare lentamente la crema nella pentola che, regolarmente, leccavo alla fine della preparazione; il dito che ripuliva i bordi della pentola per non far sprecare nulla. La crema, si proprio lei, è stata oggetto di questo articolo letto poco fa su www.corriere.it:

Saper fare la crema pasticcera è probabilmente una delle cose più utili al mondo. E non perché sia difficile, anzi, e nemmeno solamente perché tra le creme è la più versatile e la più utilizzata (nelle sue molte varianti) in pasticceria.  Saperla fare è un bene perché tra i dolci semplici una scodellina di crema è un piacere facile da concedersi e ad altissimo tasso di soddisfazione: tiepida coccola in un pomeriggio di pioggia, mentre fredda accompagnata da frutta fresca è una colazione perfetta anche d’estate.  Se poi volete farcire bignè, pandispagna, crostate da lì dovete passare e dalla sua qualità dipende molto, se non tutto.  La ricetta è semplice. Naturalmente come ogni classico prevede molte variazioni che però spesso si assomigliano da vicino.
Potete scegliere se utilizzare farina, amido di frumento o maizena, se aromatizzare con vaniglia, scorza di limone o altri profumi, ma su di una cosa non c’è via di scampo: la semplicità esige materia prima eccellente, procuratevi dunque uova e latte freschissimi di ottima qualità.

Nella versione “classica” per farciture vi serviranno:

  • 6 tuorli;
  • 120 g di zucchero (a seconda di quanto vi piace zuccherata e dell’uso che dovete farne potete aumentare la dose);
  • 500 ml di latte;
  • 50 g di amido di mais;
  • la scorza intera di un limone non trattato o un baccello di vaniglia.

In una casseruola mettete il latte con la scorza di limone e portate a bollore. Nel frattempo montate i tuorli con lo zucchero finché non risulteranno ben gonfi e schiariti, (per comodità usate le fruste elettriche ma con un po’ di pazienza e di olio di gomito si riesce benissimo anche con quella a mano). Quando i tuorli saranno “montati” cominciate ad unire poco alla volta l’amido (è pratico usare un colino per scongiurare il pericolo grumi), quindi, quando il composto sarà omogeneo, aggiungete anche il latte e rimettete sul fuoco.  È una buona idea mescolare sempre la crema durante la cottura, per evitare che attacchi o che si compatti troppo di colpo, perdendo morbidezza; pochi minuti saranno sufficienti. Se non utilizzate subito la crema copritela con la pellicola per alimenti appoggiandola direttamente sulla sua superficie, in questo modo eviterete che si addensi la pellicina e sarà più facile utilizzarla per altre preparazioni.

Se invece volete una tazza di crema da gustare così com’è la nostra versione preferita è e rimane quella della (mia) mamma.
Ha il sapore regressivo delle merende d’infanzia e si misura ovviamente in cucchiai e memoria. È molto pratica e decisamente alleggerita, (soprattutto in termini di uova…) una ragione di più per regalarsela spesso.

  • 1 litro di latte intero freschissimo;
  • 4 tuorli d’uovo freschissimi ;
  • 8 cucchiai di zucchero;
  • 4 cucchiai di amido di grano (frumina);
  • Un stecca di vaniglia o la buccia di un limone intero possibilmente verde.

Mescolate a secco amido e zucchero, aggiungete i tuorli e montateli facendo attenzione che non si formino grumi. Aggiungete il latte e il profumo preferito (la vaniglia o il limone), rimettete sul fuoco e portate ad ebollizione continuando a mescolare.

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