Il biliardino

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La mattina dalle 11:00 alle 13:00 e il pomeriggio dalle 17 circa alle 20:30. Ci trovavamo nella sala giochi del papà di Gianluca e iniziavano le sfide. Io giocavo in attacco e facevo coppia con Massimo o con Gianluca che privilegiavano stare in difesa. Se ricordo bene, il gettone costava 200 Lire per 7 o 9 palline. Biliardino sinonimo di fine scuola; estate alle porte; spensieratezza; sfide interminabili e goliardiche; personalità che si formavano e non vi era solo il biliardino ma, spesso, anche la partitella di pallone nel polveroso campetto adiacente la sala giochi. Si sudava veramente e si era concentratissimi nelle sfide al fresco di quella sala in cui vi erano solo 2 Video Game e un tavolo da biliardo. Ad una certa ora, ci compravamo il gelato e adocchiavamo le amiche che facevano fermentare i nostri ormoni. Marinella la mia preferita! Io, gli svaghi del biliardino e del calcetto, li dovevo incastrare sopratutto con gli allenamenti in bici, di cui sono stato un bravo e promettente esponente delle categorie giovanili: campione regionale; selezionato più volte a livello nazionale; agli onori della cronaca giornalistica specializzata per le mie doti da finisseur. Ma di questo, parleremo un’altra volta.

«Oggi nun se magna gratis, qui si premia chi ha fatto una scelta di civiltà, rinunciando agli introiti del gioco d’azzardo». E sono in tanti a condividere questa scelta. Siamo a Roma,largo Appio Claudio, lungo la via Tuscolana, brulica di ragazzini, biliardini, cartelli contro le slot-machine e gente che si accalca a fare colazione nei due bar premiati da “SlotMob”. Il merito dei due bar è aver detto no alle macchinette mangia-soldi. «Si rinuncia a dei quattrini – spiega il signor Antonello, titolare di uno dei due bar, il bar Zero 9 — ma è il nostro modo per fare del bene al prossimo. Non voglio vedere nel mio bar gente rovinata dal gioco».
«Mi avevano fatto pressioni, mi avrebbero pure dato una macchinetta piccola pur di farla stare nello spazio angusto che c’è – racconta la signora Tiziana dell’American Bar che si affaccia proprio sul piazzale -, ma non mi andava proprio di avere come clienti dei disperati».
Così SlotMob, la campagna di mobilitazione cittadina ( nata nel settembre 2013, che ha coinvolto 50 città e 15o associazioni) e che ha per slogan “Un bar senza slot ha più spazio per le persone” è approdata a Roma con una giornata dedicata a questi due caffè, scoperti casualmente .“Vengono qua a prendersi il caffè e mi hanno sentito ripetere che il gioco qua non lo voglio”, spiega Antonello.

La festa

Per attirare l’attenzione sul grave problema del gioco d’azzardo ci sono i biliardini e giochi da tavolo, la banda e il solista con la chitarra, politici locali che sostengono l’iniziativa, Libera e la Caritas, tantissimi ragazzini che giocano e distribuiscono volantini ai passanti del sabato mattina. Un signore si presenta sorridente, spiega che è da 16 mesi che non gioca, è in terapia al Policlinico Gemelli, per guarire dalla sua “dipendenza”. La signora Angelina, del presidio Roma 7 di Libera, spiega: «Il biliardino che noi proponiamo al posto delle slot machine è un gioco, sociale e gratuito, mentre le slot inducono una dipendenza solitaria e che rovina».

Le adesioni

«Abbiamo avuto adesioni da tanti tipi di associazioni – spiega Leonardo Becchetti, professore di economia all’università di Tor Vergata – e adesioni politiche trasversali. E la partecipazione è stata tanto più calorosa nelle zone dove il gioco è una piaga sociale. Per questo gli eventi sono partiti da Biella, una delle zone più martoriate. Il mercato crea prodotti che diano dipendenza, in modo da assicurarsi dei consumatori fissi. Scegliere di andare in bar che hanno deciso di rinunciare alle slot-machine diventa una scelta etica che ha ripercussioni sull’economia».

Gli interessi economici

«Ormai mettono macchinette dappertutto, persino vicino alle scuole, negli stabilimenti balneari», dice una signora.«È che ai livelli alti ci sono troppi interessi, lo stato guadagna un sacco di soldi e non si interessano i costi sociali», commenta un altro signore. Nel 2012 sono stati giocati più di 80 miliardi di euro in Italia, con un incasso netto dello Stato di circa un decimo. Contemporaneamente, però, si calcolano 800 mila persone a rischio dipendenza, famiglie rovinate, anziani che si giocano la pensione gente che con la crisi spera solo nel colpo di fortuna. Vittorio Pelligra, docente di Economia delle decisioni all’università di Cagliari, racconta che una mattina, andando a fare colazione durante un convegno, si accorse coi colleghi che sceglievano deliberatamente di andare in locali che non avessero azzardo. «Si trattava semplicemente di rendere contagiosa la scelta, un fenomeno cresciuto dal basso ed esploso nel fare rete – racconta -, una rete che rimane anche dopo lo Slot Mob. Il gioco non viene ancora percepito culturalmente come un problema, va diffusa l’idea che non si fanno profitti sui più deboli. I cittadini hanno la responsabilità di premiare chi fa questa scelta».
Una scelta che nell’immediato nega introiti economici fissi, circa 400 euro a macchinetta, spiega Carlo Cefaloni, portavoce della campagna. Ma dove arriva il gioco d’azzardo arriva anche la malavita organizzata e l’usura. «Persino per rescindere il contratto è necessaria un’assistenza – spiega -. e nessuno lo fa per darsi visibilità, non abbiamo nemmeno numeri certi su quanti rinunciano alle slot, a meno che non ci contattino direttamente. Ma sta crescendo un sentire comune, non solo attraverso le associazioni, ma anche con tanti gruppi informali, verso una presa di coscienza e di responsabilità verso l’altro».

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Perché le copertine dei libri sull’Africa sono tutte uguali?

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Devo ammettere che la mia passione per i viaggi, non mi ha spinto mai a scoprire il continente Africano, sebbene il fascino di quest’ultimo sia innegabile. Ma questa notizia mi ha colpito particolarmente per la bizzarria del contenuto e per il comportamento stereotipato che spesso si utilizza per invogliare all’acquisto. Mi viene da pensare, senza falsa retorica, che l’Africa dovrebbe balzare all’attenzione di tutti, non per il patrimonio paesaggistico e culturale, noto a tutti e di indiscusso appeal, ma per le annose ed immutabili problematiche sociali ed economiche che continuano a farne, ahimè, un Mondo terzo!

Africa

L’Africa è un continente estremamente vario e complesso. Eppure, quando se ne parla si ricorre a stereotipi. Se avete mai avuto l’ambizione di scrivere un romanzo sull’Africa, allora le probabilità che il vostro editore metta un’acacia sulla copertina è molto alta. Con tanto di tramonto tinto d’arancione come sfondo e, magari, pure la silhouette di un grosso elefante. Che si tratti di Nigeria, Sud Africa, Mozambico, Botswana o Zambia questo albero con stipole spinose, a foglie bipennate con moltissime foglioline, è quasi sempre in copertina. E poco importa se le pagine raccontano una storia d’amore, d’avventura, di guerra. Simon Stevens, della Columbia University di New York, ha messo in evidenza il particolare fenomeno attraverso un curioso collage di 36 titoli differenti sull’Africa. Il motivo del cliché? Spesso la «colpa» è dei responsabili del marketing. «Senza acacia in copertina, un libro sull’Africa non si vende», la giustificazione. «La maggior parte delle copertine dei libri sull’Africa sembrano disegnate da qualcuno la cui principale idea del Continente pare arrivi dal ”Re Leone”», riassume il blog africasacountry.com.

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Samsung, l’impero coreano a gestione familiare

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Come molte aziende dell’hi-tech, la storia di Samsung parte da lontano e da un settore che non c’entra nulla con la tecnologia. È il primo marzo 1938 quando il facoltoso Byung-Chull Lee fonda la Samsung Sanghoe, un distributore di generi alimentari a Taegu, nella Corea del Sud. Ora l’azienda è leader (per il sesto anno consecutivo) nel settore dei beni di consumo. Dopo l’attacco di cuore che ha colpito nel weekend il presidente Lee Kun-hee, figlio del fondatore, è partita la caccia all’erede dell’impero familiare. In pole-position il figlio di Kun-hee, Lee Jay-yong. (testi di Alessio Lana).

La cosa sorprendete, è l’origine del brand e la capacità, nonché possibilità, di sviluppo che in quel paese il fondatore è riuscito ad avere. Sembra una storia tipicamente americana legata al sogno che gli States hanno coltivato nella recente storia; invece parliamo della Corea del Sud. Ma in mezzo tra l’estremo oriente e l’estremo occidente non vi è, per caso, la culla della civiltà? La nostra Europa? Sarebbe stato possibile qualcosa del genere? A mia memoria, non ricordo casi simili!

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