Facciamo un pò d’ordine

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Che sia una persona precisa e metodica, me lo dicono tutti e lo riconosco. In alcuni casi eccedo ma, solo per ciò che mi riguarda, e non pretendo da chi mi sta vicino altrettanta formamentis.

Il contenuto del post è curioso, originale e mi si addice, ahahah!!!!

 

L’artista e comico svizzero Ursus Wehrli ha la mania per l’ordine.
Nel suo libro “Arte a soqquadro” ha ricostruito alcuni quadri celebri dando un nuovo ordine agli oggetti.
Oggi propone un nuovo progetto artistico/fotografico/umoristico.
Si chiama “The art on clean up”, ovvero l’arte del ripulire, e prevede immagini in coppia che mostrano il prima e il dopo di alcuni oggetti di uso comune “ripuliti” dal loro disordine.

Sul dromedario con Google Street View

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La nuova frontiera di Google Maps è il deserto di Liwa, negli Emirati Arabi Uniti. Per mostrarcelo lo staff di Google ha noleggiato un dromedario.

Lo abbiamo visto fare lo slalom tra la folla a Venezia, intrufolarsi dentro un sommergibile, andare in cerca di testuggini per le Galapagos… e chi lo ferma più? Stiamo parlando del celebre trekker di Google Street View (il sistema di fotocamere a forma di sfera), che ieri ha lanciato online la sua prima passeggiata virtuale nel deserto, quello di Liwa (emirato di Abu Dhabi).

IMPATTO (QUASI) ZERO. Gli addetti hanno installato il trekker su un dromedario, il che, afferma Google, «ha permesso di catturare immagini autentiche e ridurre al minimo il nostro impatto sull’ambiente circostante».

COME IN UNA CAROVANA. Il deserto di Liwa si estende per circa 100 km da est a ovest e per non farci perdere nella vastità sabbiosa Google ha suddiviso le immagini raccolte in sei diverse aree di “esplorazione”. Se avete qualche minuto (o qualche ora) per fantasticare potete fare un giro qui e scoprire dune di sabbia che raggiungono i 40 metri di altezza, cercare l’oasi più grande della penisola arabica o immaginare di essere in testa a una carovana di commercianti di 3 mila anni fa.

www.focus.it

 

Il «Dislike» a Facebook non piace

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Si, lo so, ne stanno parlando in molti oggi, ma ho voluto postarlo sopratutto perché questo è stato spunto di argomento quando, in un master in web marketing, si è affrontato il discorso dei social media e dei loro strumenti.

Ha una suo logica di fondamento, per carità, ma è curioso come tutto ruoti su “ideogrammi” a cui affidare un significato più o meno reale. Tutto è relativo e basare le nostre scelte su un pollice verso l’alto o verso il basso, è curioso ma terribilmente vero. Sulla statistica che sta dietro il numero di “Mi piace“, si creano campagne pubblicitarie; si veicolano scelte aziendali; si fanno investimenti; ecc.

Il bello (o brutto, dipende dai punti di vista) è che, a mio avviso, siamo solo all’inizio!

Bret Taylor, il creatore del tasto «Like», spiega perché il «Non mi piace» non esiste: «La negatività assume molte forme. E può avere conseguenze spiacevoli»

Molte delle cose che a migliaia di persone «piacciono» su Facebook risultano essere quelle che altre migliaia di persone invece «odiano». E dunque in molti lo desiderano, lo vorrebbero, e ogni tanto è stato anche promesso, ma non è mai arrivato. E mai arriverà: il pulsante «Non mi piace», «Dislike». Perché? «L’apprezzamento è universale, la negatività, invece, assume molte forme», ha spiegato Bret Taylor, ex direttore tecnico di Facebook e creatore del tasto universale «Mi piace», il «Like».

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Le conseguenze del «non mi piace»

Esiste dal 2009 e da allora Facebook sa esattamente cosa ci piace. Bret Taylor, ex Chief Technology Officer di Facebook, aveva lasciato l’azienda di Zuckerberg due anni fa per una nuova startup, Quip. Il trentacinquenne geniale non solo è stato l’ideatore del pulsante «Like», ma anche la mente dietro alle Google Maps. E in un’intervista con Tech Radar racconta come mai Facebook non ha creato il pulsante «Dislike». Spiega che l’opzione è stata discussa spesso, ma è sempre stata scartata perché «nel contesto della rete sociale, la negatività di quel pulsante ha un sacco di conseguenze spiacevoli».

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Un’arma a doppio taglio

Per Bret, e la sua ex azienda, se si vuole esprimere «dispiacere» per qualcosa, è meglio scrivere un commento, «perché probabilmente esiste una parola per ciò che si vuole dire». Il «Like», infatti, era stato introdotto anche per riordinare la pioggia di commenti poco significativi da parte degli utenti, come i «wow» o i «cool». Inoltre, sottolinea Tech Radar, un pulsante «Dislike» oggi non avrebbe molta utilità per gli inserzionisti sul social. Al contrario, potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio.