La rivincita dei single comincia a Natale

postato in: Attualità, Personale | 0

Che dire se non: “Se siete single non disperate!”.

Tristi, tristissimi, affranti. Di più: disperati. L’immaginario collettivo del Natale ci vuole così: single, soli e alla ricerca di una via di fuga dalla festa di tutte le feste. E quasi quasi, col tempo, ci siamo convinti che quel profilo deprimente da anime in pena, alla fine ci calzi a pennello.

Come potrebbero sbagliarsi, del resto, tutti quei filmoni in cui single iper pigiamate consumano scatole di Kleenex contando, da sole, sul divano, tutti i tipi d’intermittenza delle luci dell’albero? Spente, accese, pulsanti, frenetiche, di nuovo spente. Una tristezza infinita, affogata in tanta cioccolata.

E come potrebbero mentire tutti quei titoloni sui giornali (compreso questo talvolta…) che strillano: «Natale, il 45% dei single litiga in famiglia». Ah, pensa, abbiamo persino una famiglia! Oppure: «Natale con i suoi? No, grazie: il 45% dei single ha discusso a causa dei suoceri» (rileggete perché neanche io ho colto l’effetto flashback alla prima lettura). E poi il classico: «Natale, i single scelgono i viaggi di lusso». Quindi ce la spassiamo? O addirittura: «Single: seni sempre più rifatti. A Natale è boom di ritocchi». Ma come si fa a essere tristi e sole con una bella quinta? E alla fine: «Natale 2014, se siete single non disperate!».

No, non disperiamo. E sapete perché?

Perché il nostro Natale alla fine è lo stesso da sempre, quello di quando eravamo bambini e non ci era consentito salire sulla scala per piazzare il puntale sull’albero, ma potevamo dire soltanto: «Più a destra, più a sinistra, ecco, sì, sta bene così». Per noi non è cambiato niente (a parte il dettaglio dell’età anagrafica): anche oggi siamo i primi a fremere per tirare giù la scatola delle decorazioni e ridere come stupidi rivedendo la palla col naso di Pinocchio che ci inquietava da piccoli. In famiglia, quella d’origine dove, chi può, ritorna a Natale, noi single siamo spesso i custodi più fedeli delle liturgie delle feste, quelli che decorano l’albero, preparano la tavola, rispolverano i menù tradizionali, insistono perché i bimbi (altrui) seguano l’usanza di leggere la letterina a Babbo Natale, apparecchiano la tombola, si sforzano in tutti i modi perché l’atmosfera non venga rotta da inutili litigi su come cuocere l’arrosto. Talvolta facciamo anche servizio a domicilio, dispensando un po’ di spirito delle feste alle coppie che l’hanno perso, perché magari i figli sono già grandi e del Natale aspettano solo i regali.

Insomma il Natale ci scalda perché ci ritroviamo quel pezzetto di noi che amiamo conservare: un cuore un po’ bambino, un angioletto di pace dove rispolverare alcuni desideri.

Purché ce lo lascino fare.

Ma purtroppo per noi, vestali ostinate del Natale, le cose non sempre filano lisce come vorremmo. Se avete visto il film «Ogni maledetto Natale», ma anche se non lo avete fatto, sapete già tutto di come le coppie vivano con fibrillazione questa festa. «Pochi amori sopravvivono al Natale» recita a un certo punto la voce narrante. E in effetti spesso è così. Nel film della nostra vita da single la litigata furiosa di un lui e una lei di famiglia, al momento del taglio del panettone, è una sequenza horror che non può mancare. Così come, prima o poi, può succedere che la mestizia di una separazione piombi tra le statuine del presepe appena prima delle feste, lasciando a noi il compito di raccogliere i cocci di una delle parti: la pastorella o lo spazzacamino. Sono loro, parenti e amici che hanno vissuto in passato Natali diversi, in coppia, in famiglia, felici e soddisfatti, a soffrire di più quando a Natale si ritrovano da soli.

E a noi single «le balle un po’ ci girano», a dirla con Paolo Conte. «Ma come, proprio a Natale dovete dirvi addio?» protestiamo tra i denti, cercando con una mano di non fare attaccare il ragù e con l’altra di tergere lacrime. Sì, proprio a Natale. Ora, noi lo capiamo: questa festa è un momentaccio per chi deve misurare la temperatura dei propri rapporti. Noi single, lo sappiamo, e sappiamo anche come si fa a sopravvivere sotto un muschio senza nessuno da baciare che non sia la zia. Che lo ammettiate o no, a Natale i single sono i titolari delle spalle piu larghe e disponibili su cui abbattere il vostro sconforto di ex. E voi ne approfittate.

La morale di questo «Christmas carol» è che niente è come sembra, o almeno come lo vorremmo fare apparire. Ad esempio, noi siamo convinti che neppure il Natale sia più la festa di una volta. Non è piu la ricorrenza della famiglia tradizionale ma piuttosto la festa tradizionale delle famiglie. Che sono tutte le comunità che possono raccogliersi intorno a un sentimento, che sia amore, amicizia, o addirittura pietà. Non dimentichiamolo, soprattutto in questo Natale, quando ci guarderemo intorno alla ricerca di un po’ di calore umano. Auguri!

 

La 27ora – By

 

 

 

8 motivi per cui non voglio avere figli

postato in: Personale | 0

È raro leggere un articolo, scritto da una donna, in cui si parli dei motivi sottoscritti. Semmai, la letteratura in genere enfatizza e benedice l’istinto materno e le difficoltà a dargli seguito in modo dignitoso e decoroso, lamentando diritti mancati e mancanti.

Non mi è passato inosservato il pensiero della Koehler perché, scartando ovviamente le motivazioni che riguardano l’universo femminile, le conclusioni a cui arriva le condivido e le sposo appieno.

Sarà il mio essere pragmatico e razionale ma, istinto materno a parte, non si può fare finta che il periodo storico in cui viviamo non può fare a meno di riflettere sui punti descritti dalla brava autrice.

Le domande che si sente porre la Sezin Koehler, per certi versi e con le differenze del caso, me le sento porre anche io e le risposte non si discostano più di tanto da quelle sotto elencate.

Sarebbe bello vivere uno spaccato temporale in cui non ci fossero tali e tanti pensieri; sarebbe bello lasciare spazio alla natura delle cose e agli istinti dell’animo!

“Perderai un’occasione.”
“Non capirai mai il significato della vita.”
“Sarai incompleta.”
“Te ne pentirai quando sarai anziana.”
“Cambierai idea.”
“Non sarai mai una donna vera.”
“Non capirai mai veramente l’amore.”

Me lo sono sentita ripetere un sacco di volte perché ho deciso di non avere figli.

Le mie ragioni per rimanere senza sono diverse (e non sono affari di nessun altro). Nonostante questo mi viene continuamente chiesto di giustificare la mia scelta. Ecco una selezione di motivazioni:

1. Economica: i figli costano. Nel 2013, crescere un figlio fino ai 18 anni costa mediamente a una famiglia benestante 304.480 dollari. Dare alla luce può costare tra i 3.296 e i 37.227 dollari. Mandare un figlio al college negli Stati Uniti costa tra gli 8.893 e i 22.203 dollari all’anno, a figlio. Mi ci vuole un drink; quei numeri mi fanno girare la testa.

2. Logistica: nonostante tutti gli avanzamenti sociali e culturali, le donne sono sempre quelle che devono prendersi cura dei figli, soprattutto negli anni formativi del bambino. Crescere un figlio prima che vada a scuola è più di un lavoro a tempo pieno. È h24, sette giorni alla settimana, senza sconti per buona condotta. Non sono in grado di stare in compagnia di altri esseri umani quando ho sonno, figuriamoci cosa farei con un figlio che dipende da me per Ogni. Singola. Cosa.

3. Ambientale: ci sono circa 153 milioni di orfani al mondo. Perché aggiungere un’altra bocca a un pianeta sovraffollato per seguire un imperativo biologico ed egocentrico che non provo? Se proprio dovrò, adotterò.

4. Fisica: il mio corpo ha già sofferto abbastanza nei suoi 35 anni di permanenza su questa terra. Lo stress post-traumatico dato dall’essere sopravvissuta a un attacco d’arma ha dato il colpo definitivo al mio sistema nervoso. Sono anche cresciuta all’estero e non sono stata bombardata dagli additivi e ai conservanti del cibo americano. Aggiungere un membro alla mia famiglia significherebbe smettere di mangiare cibo biologico e sano, perché non potremmo più permettercelo. Beh, non possiamo permetterci nemmeno un cancro.

5. Emotiva: ogni giorno lotto per gestire il disturbo post traumatico da stress. Avere la libertà di non dormire quando l’onda di panico mi colpisce è una manna dal cielo. Poter dormire per 12 ore ininterrottamente per recuperare è stata la mia salvezza. Lavoro da casa e decido da sola i miei orari, una situazione ideale. Mettici un bambino e cosa succederà quando mi sentirò depressa e non avrò la forza di uscire dal letto? O piangerò per una settimana intera? O nel bel mezzo delle sfuriate di rabbia che mi fanno totalmente perdere il controllo?

6. Sociale: l’ultima volta che ho controllato, il mondo era sottosopra. C’è una sparatoria in una scuola diversa ogni settimana in questo paese. E c’è pure questa cosa chiamata “cultura dello stupro” che permea ogni aspetto della società. Molti dei bambini di oggi probabilmente ne saranno o vittime o esecutori in un futuro non così distante. Andrò a farmi un altro drink, questa volta bello forte.

7. Culturale: sono una third culture kid mezza americana, mezza singalese – una persona che ha passato i suoi anni di sviluppo al di fuori dei paesi dei propri genitori – addossandosi problemi identitari a volontà giorno dopo giorno. Vivo con il pensiero della diversità anche quando sono negli Stati Uniti. “Da dove vieni?” è la domanda che mi viene fatta più spesso. (Seguita dalla domanda a capo di questo articolo). E dovrei scaricare questo peso culturale su un innocente?

8. Di interesse: semplicemente, non mi interessano la miriade di cose spaventose che comportano il parto e la crescita di un figlio. Dolori vaginali, emorroidi, costipazione, doglie, congiuntivite, muco, vomito, diarrea, tracolli nervosi in pubblico, la fase dei due anni, ribellione adolescenziale, dire addio alla mia identità individuale. No. Grazie.

“Ma perché, Sezin, non ti interessa avere il figlio più intelligente, bello, talentuoso e speciale al mondo? Perché mai?!”

Perché amo dormire. Amo decidere i miei orari. Amo passare del tempo da sola, scrivere, amo il tempo che passo a sognare. Amo mangiare quasi 100% biologico. Amo farmi tatuaggi. Amo avere periodi di calma, un intero weekend per fare quello che mi pare. Amo la mia libertà. Con il mio lavoro creativo, un impiego che amo e un marito, adoro quelli che sono d’accordo con quello che ho scritto e sono felice, sana, soddisfatta come mai nella mia vita.

Tutto questo andrebbe a friggersi con l’arrivo di un figlio, perché beh, è la natura dei bambini. Un esserino che arriva nel tuo mondo e che dipende interamente e solamente da te. Il tuo universo si ridimensiona a misura sua e si muove con lui.

Preferisco avere accesso pieno a TUTTO quando voglio, non solo nei momenti in cui i miei figli si sono finalmente addormentati o in quei miseri minuti di tempo che avrei per fare una doccia. Ho aiutato degli amici con i loro figli. So di cosa stiamo parlando.

Perché mi viene sempre chiesto di giustificare la mia scelta? E perché mio marito – che ha fatto la stessa scelta – non è questionato quanto me?

Ecco perché abbiamo ancora bisogno del femminismo: nonostante tutti i progressi tecnologici, sociali e culturali, fare figli sembra ancora essere la tappa obbligata nella traiettoria di vita di una donna.

Ed ecco la mia risposta: non do per scontato che le mie personali scelte di vita siano così fondamentali e giuste da rendere meno umane o meno soddisfatte quelli che la pensano diversamente. Ho deciso di rimanere senza figli. E quindi? Non ho bisogno di partorire per essere una vera donna. Non ho bisogno di un figlio per sperimentare l’amore incondizionato e il sacrificio. Non ho bisogno di un bambino per essere felice. Decisamente non ho bisogno di un figlio per quando sarò anziana. E non cambierò idea; ho più di otto buone ragioni per non farlo. Come disse Anaïs Nin: “La maternità è una vocazione come tante altre. Dovrebbe essere scelta liberamente, non imposta alle donne”. Le critiche sono già abbastanza.

www.huffingtonpost.it