Auguri Nokia, 150 anni di storia

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Il Nokia 2110 è stato il mio primo cellulare, nel 1996, e credo che un Nokia, da quando il cellulare è diventato alla portata di tutti, sia stato nelle tasche di di mezzo Mondo. Ammetto che mi dispiace abbia fatto la fine che conosciamo e, credo, nessuno avrebbe scommesso 1 centesimo su tale declino!

Dalla cellulosa ai cellulari, il passo non è breve ma è quello che ha portato il marchio Nokia a rappresentare l’Europa nel mondo tech che conta. Poi è arrivata Microsoft con un’offerta che non si poteva rifiutare. Una sintesi davvero magra dei 150 anni di vita di un’azienda (qui la fotostoria), quella finlandese, che oggi soffia candeline da vero pezzo di storia.

Nokia

Fu fondata il 12 Maggio del 1865 dall’ingegnere Fredrik Idestam che mise in piedi la sua fabbrica di cellulosa nel Sud della Finlandia sulle rive del fiume Nokianvirta, da cui deriva il nome. Dopo il boom degli anni Novanta, il resto è storia dei giorni nostri. Il 3 settembre 2013 Nokia cede la divisione mobile a Microsoft con un accordo di oltre 5 miliardi di euro. Di recente è tornata in auge l’ipotesi di un nuovo approdo nella telefonia, smentito dall’azienda, mentre è diventato appetibile il sistema di mappe Here rimasto in mano all’azienda. Si sono fatti avanti tre grandi produttori di auto tedeschi – Audi, Bmw e Mercedes – mentre Uber avrebbe messo sul piatto 3 miliardi di dollari.

Fuori dai gangheri!

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Queste sono le notizie che mi fanno uscire fuori dai gangheri!

Non solo abbiamo una rete stradale vecchia e dissestata; non solo abbiamo una rete dell’alta velocita ferroviaria che non copre l’intero territorio nazionale (come sempre, territori di seria A e di serie B), ma abbiamo anche una rete telematica e infrastrutturale da terzo mondo, e non è un eufemismo visto che sopra di noi ci sta anche la Namibia.

Tutti in Namibia cribbio!

I dati di Ookla evidenziano la situazione infelice del nostro Paese impegnato nell’eterna rincorsa degli obiettivi europei.

Recentemente Matteo Renzi ha paragonato il bisogno di banda larga a quello del pane. Mai definizione fu più azzeccata, se si pensa a quanto ci sia abituati ad avere a che fare con le briciole. Mentre gli Stati Uniti hanno addirittura rivisto la definizione stessa di banda larga, alzando l’asticella di sei volte a 25 Mbps in download e a 3 in upload, per l’Italia il 2015 è l’anno del treno da non perdere. A fine dicembre si è conclusa la consultazione pubblica del Piano nazionale Banda Ultralarga, con la pubblicazione del documento finale attesa nei prossimi giorni. Il prossimo passo consiste nella mappatura delle zone prive di connettività a 30 Mbps o 100 Mbps in cui gli operatori potranno candidarsi a intervenire. L’obiettivo comunitario rimane quello di portare (almeno) i 100 Megabit a metà della popolazione nel 2020, anno in cui tutti dovranno aver assaggiato i 30, mentre continua a tenere banco la vicenda del gestore di fibra ottica Metroweb.
A ricordarci l’urgenza della situazione sono, per l’ennesima volta, i dati di Ookla rielaborati graficamente The Independent. La testata britannica si chiede, senza mezzi termini, “cosa sta succedendo in Italia (e in Australia)?”. Sulla mappa raffigura in una scala dal rosso, sotto i 20 Mbps, al verde, più di 60, la situazione del globo. I due Paesi più veloci, fa notare, non quelli geograficamente più estesi, e uno a dire il vero non rientra nella definizione: Singapore, 104,42 Mbps, e Hong Kong, 96,38. Il picco negativo, 1,08 Mbps, viene toccato dallo stato africano del Benin. L’Australia sfiora i 16,5 e la Cina viaggia a 25.

Siamo il fanalino di coda del Vecchio Continente, alla faccia dei 176mila posti di lavoro che il digitale dovrebbe garantire entro il famoso 2020, sotto i 14 Mbps. 9,1 per essere precisi. Ci fanno compagnia Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania e Grecia. Si distinguono positivamente la Svezia e la Romania oltre i 50 Mbps. Il Regno Unito, fa notare con disappunto la testata britannica, delude con 29,45 Mbps, facendosi doppiare dai 60 della sorprendente Romania. E superare anche dalla Francia. Tra i 45 e i 50 si trovano Svizzera, Paesi Bassi e Lituania.

La rivincita dei single comincia a Natale

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Che dire se non: “Se siete single non disperate!”.

Tristi, tristissimi, affranti. Di più: disperati. L’immaginario collettivo del Natale ci vuole così: single, soli e alla ricerca di una via di fuga dalla festa di tutte le feste. E quasi quasi, col tempo, ci siamo convinti che quel profilo deprimente da anime in pena, alla fine ci calzi a pennello.

Come potrebbero sbagliarsi, del resto, tutti quei filmoni in cui single iper pigiamate consumano scatole di Kleenex contando, da sole, sul divano, tutti i tipi d’intermittenza delle luci dell’albero? Spente, accese, pulsanti, frenetiche, di nuovo spente. Una tristezza infinita, affogata in tanta cioccolata.

E come potrebbero mentire tutti quei titoloni sui giornali (compreso questo talvolta…) che strillano: «Natale, il 45% dei single litiga in famiglia». Ah, pensa, abbiamo persino una famiglia! Oppure: «Natale con i suoi? No, grazie: il 45% dei single ha discusso a causa dei suoceri» (rileggete perché neanche io ho colto l’effetto flashback alla prima lettura). E poi il classico: «Natale, i single scelgono i viaggi di lusso». Quindi ce la spassiamo? O addirittura: «Single: seni sempre più rifatti. A Natale è boom di ritocchi». Ma come si fa a essere tristi e sole con una bella quinta? E alla fine: «Natale 2014, se siete single non disperate!».

No, non disperiamo. E sapete perché?

Perché il nostro Natale alla fine è lo stesso da sempre, quello di quando eravamo bambini e non ci era consentito salire sulla scala per piazzare il puntale sull’albero, ma potevamo dire soltanto: «Più a destra, più a sinistra, ecco, sì, sta bene così». Per noi non è cambiato niente (a parte il dettaglio dell’età anagrafica): anche oggi siamo i primi a fremere per tirare giù la scatola delle decorazioni e ridere come stupidi rivedendo la palla col naso di Pinocchio che ci inquietava da piccoli. In famiglia, quella d’origine dove, chi può, ritorna a Natale, noi single siamo spesso i custodi più fedeli delle liturgie delle feste, quelli che decorano l’albero, preparano la tavola, rispolverano i menù tradizionali, insistono perché i bimbi (altrui) seguano l’usanza di leggere la letterina a Babbo Natale, apparecchiano la tombola, si sforzano in tutti i modi perché l’atmosfera non venga rotta da inutili litigi su come cuocere l’arrosto. Talvolta facciamo anche servizio a domicilio, dispensando un po’ di spirito delle feste alle coppie che l’hanno perso, perché magari i figli sono già grandi e del Natale aspettano solo i regali.

Insomma il Natale ci scalda perché ci ritroviamo quel pezzetto di noi che amiamo conservare: un cuore un po’ bambino, un angioletto di pace dove rispolverare alcuni desideri.

Purché ce lo lascino fare.

Ma purtroppo per noi, vestali ostinate del Natale, le cose non sempre filano lisce come vorremmo. Se avete visto il film «Ogni maledetto Natale», ma anche se non lo avete fatto, sapete già tutto di come le coppie vivano con fibrillazione questa festa. «Pochi amori sopravvivono al Natale» recita a un certo punto la voce narrante. E in effetti spesso è così. Nel film della nostra vita da single la litigata furiosa di un lui e una lei di famiglia, al momento del taglio del panettone, è una sequenza horror che non può mancare. Così come, prima o poi, può succedere che la mestizia di una separazione piombi tra le statuine del presepe appena prima delle feste, lasciando a noi il compito di raccogliere i cocci di una delle parti: la pastorella o lo spazzacamino. Sono loro, parenti e amici che hanno vissuto in passato Natali diversi, in coppia, in famiglia, felici e soddisfatti, a soffrire di più quando a Natale si ritrovano da soli.

E a noi single «le balle un po’ ci girano», a dirla con Paolo Conte. «Ma come, proprio a Natale dovete dirvi addio?» protestiamo tra i denti, cercando con una mano di non fare attaccare il ragù e con l’altra di tergere lacrime. Sì, proprio a Natale. Ora, noi lo capiamo: questa festa è un momentaccio per chi deve misurare la temperatura dei propri rapporti. Noi single, lo sappiamo, e sappiamo anche come si fa a sopravvivere sotto un muschio senza nessuno da baciare che non sia la zia. Che lo ammettiate o no, a Natale i single sono i titolari delle spalle piu larghe e disponibili su cui abbattere il vostro sconforto di ex. E voi ne approfittate.

La morale di questo «Christmas carol» è che niente è come sembra, o almeno come lo vorremmo fare apparire. Ad esempio, noi siamo convinti che neppure il Natale sia più la festa di una volta. Non è piu la ricorrenza della famiglia tradizionale ma piuttosto la festa tradizionale delle famiglie. Che sono tutte le comunità che possono raccogliersi intorno a un sentimento, che sia amore, amicizia, o addirittura pietà. Non dimentichiamolo, soprattutto in questo Natale, quando ci guarderemo intorno alla ricerca di un po’ di calore umano. Auguri!

 

La 27ora – By

 

 

 

8 motivi per cui non voglio avere figli

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È raro leggere un articolo, scritto da una donna, in cui si parli dei motivi sottoscritti. Semmai, la letteratura in genere enfatizza e benedice l’istinto materno e le difficoltà a dargli seguito in modo dignitoso e decoroso, lamentando diritti mancati e mancanti.

Non mi è passato inosservato il pensiero della Koehler perché, scartando ovviamente le motivazioni che riguardano l’universo femminile, le conclusioni a cui arriva le condivido e le sposo appieno.

Sarà il mio essere pragmatico e razionale ma, istinto materno a parte, non si può fare finta che il periodo storico in cui viviamo non può fare a meno di riflettere sui punti descritti dalla brava autrice.

Le domande che si sente porre la Sezin Koehler, per certi versi e con le differenze del caso, me le sento porre anche io e le risposte non si discostano più di tanto da quelle sotto elencate.

Sarebbe bello vivere uno spaccato temporale in cui non ci fossero tali e tanti pensieri; sarebbe bello lasciare spazio alla natura delle cose e agli istinti dell’animo!

“Perderai un’occasione.”
“Non capirai mai il significato della vita.”
“Sarai incompleta.”
“Te ne pentirai quando sarai anziana.”
“Cambierai idea.”
“Non sarai mai una donna vera.”
“Non capirai mai veramente l’amore.”

Me lo sono sentita ripetere un sacco di volte perché ho deciso di non avere figli.

Le mie ragioni per rimanere senza sono diverse (e non sono affari di nessun altro). Nonostante questo mi viene continuamente chiesto di giustificare la mia scelta. Ecco una selezione di motivazioni:

1. Economica: i figli costano. Nel 2013, crescere un figlio fino ai 18 anni costa mediamente a una famiglia benestante 304.480 dollari. Dare alla luce può costare tra i 3.296 e i 37.227 dollari. Mandare un figlio al college negli Stati Uniti costa tra gli 8.893 e i 22.203 dollari all’anno, a figlio. Mi ci vuole un drink; quei numeri mi fanno girare la testa.

2. Logistica: nonostante tutti gli avanzamenti sociali e culturali, le donne sono sempre quelle che devono prendersi cura dei figli, soprattutto negli anni formativi del bambino. Crescere un figlio prima che vada a scuola è più di un lavoro a tempo pieno. È h24, sette giorni alla settimana, senza sconti per buona condotta. Non sono in grado di stare in compagnia di altri esseri umani quando ho sonno, figuriamoci cosa farei con un figlio che dipende da me per Ogni. Singola. Cosa.

3. Ambientale: ci sono circa 153 milioni di orfani al mondo. Perché aggiungere un’altra bocca a un pianeta sovraffollato per seguire un imperativo biologico ed egocentrico che non provo? Se proprio dovrò, adotterò.

4. Fisica: il mio corpo ha già sofferto abbastanza nei suoi 35 anni di permanenza su questa terra. Lo stress post-traumatico dato dall’essere sopravvissuta a un attacco d’arma ha dato il colpo definitivo al mio sistema nervoso. Sono anche cresciuta all’estero e non sono stata bombardata dagli additivi e ai conservanti del cibo americano. Aggiungere un membro alla mia famiglia significherebbe smettere di mangiare cibo biologico e sano, perché non potremmo più permettercelo. Beh, non possiamo permetterci nemmeno un cancro.

5. Emotiva: ogni giorno lotto per gestire il disturbo post traumatico da stress. Avere la libertà di non dormire quando l’onda di panico mi colpisce è una manna dal cielo. Poter dormire per 12 ore ininterrottamente per recuperare è stata la mia salvezza. Lavoro da casa e decido da sola i miei orari, una situazione ideale. Mettici un bambino e cosa succederà quando mi sentirò depressa e non avrò la forza di uscire dal letto? O piangerò per una settimana intera? O nel bel mezzo delle sfuriate di rabbia che mi fanno totalmente perdere il controllo?

6. Sociale: l’ultima volta che ho controllato, il mondo era sottosopra. C’è una sparatoria in una scuola diversa ogni settimana in questo paese. E c’è pure questa cosa chiamata “cultura dello stupro” che permea ogni aspetto della società. Molti dei bambini di oggi probabilmente ne saranno o vittime o esecutori in un futuro non così distante. Andrò a farmi un altro drink, questa volta bello forte.

7. Culturale: sono una third culture kid mezza americana, mezza singalese – una persona che ha passato i suoi anni di sviluppo al di fuori dei paesi dei propri genitori – addossandosi problemi identitari a volontà giorno dopo giorno. Vivo con il pensiero della diversità anche quando sono negli Stati Uniti. “Da dove vieni?” è la domanda che mi viene fatta più spesso. (Seguita dalla domanda a capo di questo articolo). E dovrei scaricare questo peso culturale su un innocente?

8. Di interesse: semplicemente, non mi interessano la miriade di cose spaventose che comportano il parto e la crescita di un figlio. Dolori vaginali, emorroidi, costipazione, doglie, congiuntivite, muco, vomito, diarrea, tracolli nervosi in pubblico, la fase dei due anni, ribellione adolescenziale, dire addio alla mia identità individuale. No. Grazie.

“Ma perché, Sezin, non ti interessa avere il figlio più intelligente, bello, talentuoso e speciale al mondo? Perché mai?!”

Perché amo dormire. Amo decidere i miei orari. Amo passare del tempo da sola, scrivere, amo il tempo che passo a sognare. Amo mangiare quasi 100% biologico. Amo farmi tatuaggi. Amo avere periodi di calma, un intero weekend per fare quello che mi pare. Amo la mia libertà. Con il mio lavoro creativo, un impiego che amo e un marito, adoro quelli che sono d’accordo con quello che ho scritto e sono felice, sana, soddisfatta come mai nella mia vita.

Tutto questo andrebbe a friggersi con l’arrivo di un figlio, perché beh, è la natura dei bambini. Un esserino che arriva nel tuo mondo e che dipende interamente e solamente da te. Il tuo universo si ridimensiona a misura sua e si muove con lui.

Preferisco avere accesso pieno a TUTTO quando voglio, non solo nei momenti in cui i miei figli si sono finalmente addormentati o in quei miseri minuti di tempo che avrei per fare una doccia. Ho aiutato degli amici con i loro figli. So di cosa stiamo parlando.

Perché mi viene sempre chiesto di giustificare la mia scelta? E perché mio marito – che ha fatto la stessa scelta – non è questionato quanto me?

Ecco perché abbiamo ancora bisogno del femminismo: nonostante tutti i progressi tecnologici, sociali e culturali, fare figli sembra ancora essere la tappa obbligata nella traiettoria di vita di una donna.

Ed ecco la mia risposta: non do per scontato che le mie personali scelte di vita siano così fondamentali e giuste da rendere meno umane o meno soddisfatte quelli che la pensano diversamente. Ho deciso di rimanere senza figli. E quindi? Non ho bisogno di partorire per essere una vera donna. Non ho bisogno di un figlio per sperimentare l’amore incondizionato e il sacrificio. Non ho bisogno di un bambino per essere felice. Decisamente non ho bisogno di un figlio per quando sarò anziana. E non cambierò idea; ho più di otto buone ragioni per non farlo. Come disse Anaïs Nin: “La maternità è una vocazione come tante altre. Dovrebbe essere scelta liberamente, non imposta alle donne”. Le critiche sono già abbastanza.

www.huffingtonpost.it

Messaggi nascosti

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Dalla Coca Cola ad Amazon, da FedEx al Toblerone: i loghi più celebri del mondo nascondono curiosità, messaggi e piccoli segreti. Ecco alcuni esempi:

zoologo-workable-copy1_900x600Il logo del parco nazionale di Pittsburgh (USA) è, si vede bene, un albero. Ma osservando attentamente si notano (in negativo) i profili di un gorilla e di un leone uno di fronte all’altro (e chissà quanti altri animali si celano nella chioma…) E siccome il parco ospita anche un acquario, in basso si notano anche le sagome di alcuni pesci.

logo_amazon_900x600Ci sarà passato davanti agli occhi chissà quante volte. Eppure in molti non avranno notato la freccia che, nel logo di Amazon, vuole rappresentare un’idea precisa: ovvero che sul sito è possibile acquistare di tutto, dalla A alla Z.

beats_electronics_logo_svg_900x600Il logo di Beats Audio è l’iniziale del marchio (b). Ma al tempo stesso evoca il padiglione di una cuffia (stilizzato), prodotto che ha reso celebre l’azienda.

milwaukee_brewers_alternate_logo_svg_900x600Numerosi sono i casi nello sport. Uno dei loghi “con messaggio” più riusciti è quello proposto per la squadra di baseball dei Milwaukee Brewers. Osservate le iniziali, b e m: non vi sembra che formino un guanto da baseball? Nonostante ciò, non è mai stato adottato.

schermata11-2456974alle20_29_01_900x600Un marchio celebre, quello della rasatura: tra la G e il punto della i è possibile individuare il “taglio netto” a cui è sottoposto il pelo della barba.

coca-cola-the-happy-flag-2_900x600Guardate bene la seconda “o”: il logo della bibita più famosa del mondo nasconde al suo interno la bandiera della Danimarca. È un caso? Sembrerebbe di sì, tuttavia la Danimarca è nota per essere “la nazione più felice del mondo”

creative-hidden-logo21_900x600Nel logo della NBC il protagonista è un pavone dalla ruota arcobaleno.

9233aad4927dda223adaa29b28ba52d6_600x_900x600Unilever è una delle più grandi aziende mass market del mondo: produce e commercializza centinaia di prodotti, tutti o quasi rappresentati nel suo logo.

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Il logo dei computer di casa Sony rappresenta l’integrazione tra l’analogico (l’onda formata dalle lettere VA) e il digitale (il codice binario IO).

creative-hidden-logo12_900x600Forse non ci avete mai fatto caso, ma sulla confezione di uno dei cioccolati più famosi del mondo c’è un orso che campeggia sul Cervino. È il simbolo della cittadina svizzera di Berna, sede del Consiglio Federale elvetico.

649068db0c0130ce34227083eea0ce15_600x_900x600Nel logo di Sun Microsystem, leader mondiale nel mercato delle tecnlogie, la scritta SUN si può leggere in ogni direzione.

creative-hidden-logo10_900x600Le diverse aree colorate che compongono il logo del Museum of London sono rappresentazioni schematiche dell’evoluzione della pianta di Londra, dalle sue origini ai giorni nostri. È una sintesi visuale di tutto ciò che si può trovare nelle sale del museo.

creative-hidden-logo26_900x600Il logo di Places, il servizio di geolocalizzazione di Facebook, sembra contenere un 4 iscritto in un quadrato: un ironico accenno al concorrente Foursquare?

creative-hidden-logo49_900x600Un classico, uno dei loghi meglio riusciti al mondo e premiato con oltre 40 riconoscimenti internazionali, il logo di FedEx nasconde al suo interno una freccia. Non la trovate? È tra la E e la x.

f1_900x600Se osservate con attenzione il logo della Formula 1 noterete che tra la F e l’1 rosso si nascondono i contorni di un 1 bianco.

hopeforafricanchildreninitiative_900x600La sagoma dell’Africa nel logo di Hope for Children nasconde i profili di un adulto e un bambino che si guardano.

www.focus.it

“Realizzate sempre il piano A”

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Chris Gardner, ispiratore de “La ricerca della felicità” al World Business Forum di Milano: “Realizzate sempre il piano A”

L’atteggiamento, il tono della voce, il modo di vestire e muoversi sono quelli del guru consumato che gira il mondo facendo seminari e discorsi motivazionali a impatto sicuro. Chris Gardner è l’imprenditore miliardario e broker, ex senzatetto, che ha ispirato “La ricerca della felicità”, film di Gabriele Muccino, con protagonista Will Smith.

Completo da dandy a scacchi, scarpe di coccodrillo, ti spiega persino come si dà una vera stretta di mano. Strizza l’occhio al pubblico italiano del World Business Forum ringraziando l’amico Ennio Doris, presidente di Banca Mediolanum, e mostrando una foto di Andrea Pirlo (dopo quella di Obama), come esempio di uno che ha realizzato il suo sogno perché “credeva nel piano A, il B non esiste e fa sempre schifo”.

Sciorina incontri e amicizie importanti Nelson Mandela, Muhammad Alì, Oprah Winfrey, Tom Cruise: altre prove viventi del suo avercela fatta. Cita spesso la “passione”, ma anche “la paura”. “Quella non va più via se il tuo patrigno ti puntava la pistola al cuore e se hai vissuto per strada e hai dovuto spiegare a tuo figlio perché vi stavate lavando in un bagno pubblico”. La voce si incrina solo quando ricorda la madre e la moglie morta di cancro al cervello “. Due anni, 20 mesi e tre giorni fa. Perché quando perdi qualcuno non smetti più di contare il tempo che vi ha separato. Il mio più grande onore è stato poterle stare accanto nella malattia”.

Gardner, in una crisi economica così dura e globale si può ancora sognare una storia di successo e mobilità sociale come la sua?
Assolutamente. E quello che voglio fare per il resto della mia vita è aiutare le persone a realizzare i sogni e superare le difficoltà. Attenzione non parlo solo di giovani, ma anche, soprattutto, di persone di mezza età che hanno perso il lavoro e rischiano di non ritrovarlo. Oggi non esiste più la classe media e temo non tornerà. Ci sono i ricchi, gli ereditieri, i proprietari di aziende, quelli che dirigono il business e poi ci sono i poveri: quelli che hanno un lavoro umile e quelli che nemmeno ne hanno più uno. Io mi impegno ogni giorno perché questa divisione sia meno netta, perché tutti sappiano di avere le stesse opportunità.

Compito non semplice…
No, ma voglio che la gente si realizzi attraverso la sua passione, attraverso quello che ama. Mi creda, è possibile. Non è solo una questione di quello che puoi fare perché ne hai i titoli o le possibilità. È una questione di quello che davvero vuoi. La responsabilità di creare la vita che desideri è solo tua. Non esistono più i sussidi, gli aiuti. È tutto nelle tue mani.

Il baricentro delle terre dell’opportunità sembra essersi spostato a Est: Emirati Arabi, India e soprattutto Cina. Esiste ancora il sogno americano?
Certo, ma non è più solo negli Stati Uniti. Il sogno americano per gli americani ha perso di senso, oggi è qualche cosa di globale, senza confini. Bisogna avere una nuova visione.
Per anni si è diffuso il mito che per avere successo in America bastava la speranza. Beh, non basta. Ci vuole anche un piano. È vero che l’avidità delle banche non ha reso la società migliore, ma non c’è solo questo. Ho incontrato ragazzi che si riempivano la bocca con il movimento Occupy Wall Street senza nemmeno conoscerne i meccanismi. Io occupavo Wall Street quando loro avevano ancora ciuccio e pannolino. Devono capire che in questo mondo non c’è solo l’1% che hanno in mente loro.

Chi è il Chris Gardner di oggi?
Non ce ne è uno, ce ne sono migliaia. Ne ho visti tantissimi. Quest’anno ho girato il mondo intero almeno per due volte per aiutare le persone migliorare la propria posizione. Ce ne sono anche in Italia.

E chi sono?
Ne ho in mente un paio, ma per ora non svelo niente. Nemmeno sotto tortura.

Almeno un nome…
No, non cedo, non voglio bruciarli. Garantisco che ne sentirete parlare presto. Si fidi!

Va bene…Cosa fa oggi suo figlio Christopher Junior ? (All’epoca del tracollo di Gardner aveva 18 mesi. Nel film ha cinque anni per esigenze di dialoghi ndr)
Dice di lavorare con me. Lo dice (ride) poi farlo è un’altra cosa. Ha studiato al college perché voleva avere uno status, sa quanto è importante. La vera cervellona è mia figlia. È stata la prima della mia famiglia a laurearsi. Io ho cinque lauree, ma tutte honoris causa. Ho fatto il discorso di apertura della sua Facoltà, non potevo non guardarla e ricordarmi che fino a 300 anni fa i neri arrivavano in America sulle navi per gli schiavi.

www.huffingtonpost.it

Facciamo un pò d’ordine

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Che sia una persona precisa e metodica, me lo dicono tutti e lo riconosco. In alcuni casi eccedo ma, solo per ciò che mi riguarda, e non pretendo da chi mi sta vicino altrettanta formamentis.

Il contenuto del post è curioso, originale e mi si addice, ahahah!!!!

 

L’artista e comico svizzero Ursus Wehrli ha la mania per l’ordine.
Nel suo libro “Arte a soqquadro” ha ricostruito alcuni quadri celebri dando un nuovo ordine agli oggetti.
Oggi propone un nuovo progetto artistico/fotografico/umoristico.
Si chiama “The art on clean up”, ovvero l’arte del ripulire, e prevede immagini in coppia che mostrano il prima e il dopo di alcuni oggetti di uso comune “ripuliti” dal loro disordine.

Sul dromedario con Google Street View

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La nuova frontiera di Google Maps è il deserto di Liwa, negli Emirati Arabi Uniti. Per mostrarcelo lo staff di Google ha noleggiato un dromedario.

Lo abbiamo visto fare lo slalom tra la folla a Venezia, intrufolarsi dentro un sommergibile, andare in cerca di testuggini per le Galapagos… e chi lo ferma più? Stiamo parlando del celebre trekker di Google Street View (il sistema di fotocamere a forma di sfera), che ieri ha lanciato online la sua prima passeggiata virtuale nel deserto, quello di Liwa (emirato di Abu Dhabi).

IMPATTO (QUASI) ZERO. Gli addetti hanno installato il trekker su un dromedario, il che, afferma Google, «ha permesso di catturare immagini autentiche e ridurre al minimo il nostro impatto sull’ambiente circostante».

COME IN UNA CAROVANA. Il deserto di Liwa si estende per circa 100 km da est a ovest e per non farci perdere nella vastità sabbiosa Google ha suddiviso le immagini raccolte in sei diverse aree di “esplorazione”. Se avete qualche minuto (o qualche ora) per fantasticare potete fare un giro qui e scoprire dune di sabbia che raggiungono i 40 metri di altezza, cercare l’oasi più grande della penisola arabica o immaginare di essere in testa a una carovana di commercianti di 3 mila anni fa.

www.focus.it

 

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