Auguri Nokia, 150 anni di storia

postato in: Attualità, Personale | 0

Il Nokia 2110 è stato il mio primo cellulare, nel 1996, e credo che un Nokia, da quando il cellulare è diventato alla portata di tutti, sia stato nelle tasche di di mezzo Mondo. Ammetto che mi dispiace abbia fatto la fine che conosciamo e, credo, nessuno avrebbe scommesso 1 centesimo su tale declino!

Dalla cellulosa ai cellulari, il passo non è breve ma è quello che ha portato il marchio Nokia a rappresentare l’Europa nel mondo tech che conta. Poi è arrivata Microsoft con un’offerta che non si poteva rifiutare. Una sintesi davvero magra dei 150 anni di vita di un’azienda (qui la fotostoria), quella finlandese, che oggi soffia candeline da vero pezzo di storia.

Nokia

Fu fondata il 12 Maggio del 1865 dall’ingegnere Fredrik Idestam che mise in piedi la sua fabbrica di cellulosa nel Sud della Finlandia sulle rive del fiume Nokianvirta, da cui deriva il nome. Dopo il boom degli anni Novanta, il resto è storia dei giorni nostri. Il 3 settembre 2013 Nokia cede la divisione mobile a Microsoft con un accordo di oltre 5 miliardi di euro. Di recente è tornata in auge l’ipotesi di un nuovo approdo nella telefonia, smentito dall’azienda, mentre è diventato appetibile il sistema di mappe Here rimasto in mano all’azienda. Si sono fatti avanti tre grandi produttori di auto tedeschi – Audi, Bmw e Mercedes – mentre Uber avrebbe messo sul piatto 3 miliardi di dollari.

Fuori dai gangheri!

postato in: Attualità, Personale | 0

Queste sono le notizie che mi fanno uscire fuori dai gangheri!

Non solo abbiamo una rete stradale vecchia e dissestata; non solo abbiamo una rete dell’alta velocita ferroviaria che non copre l’intero territorio nazionale (come sempre, territori di seria A e di serie B), ma abbiamo anche una rete telematica e infrastrutturale da terzo mondo, e non è un eufemismo visto che sopra di noi ci sta anche la Namibia.

Tutti in Namibia cribbio!

I dati di Ookla evidenziano la situazione infelice del nostro Paese impegnato nell’eterna rincorsa degli obiettivi europei.

Recentemente Matteo Renzi ha paragonato il bisogno di banda larga a quello del pane. Mai definizione fu più azzeccata, se si pensa a quanto ci sia abituati ad avere a che fare con le briciole. Mentre gli Stati Uniti hanno addirittura rivisto la definizione stessa di banda larga, alzando l’asticella di sei volte a 25 Mbps in download e a 3 in upload, per l’Italia il 2015 è l’anno del treno da non perdere. A fine dicembre si è conclusa la consultazione pubblica del Piano nazionale Banda Ultralarga, con la pubblicazione del documento finale attesa nei prossimi giorni. Il prossimo passo consiste nella mappatura delle zone prive di connettività a 30 Mbps o 100 Mbps in cui gli operatori potranno candidarsi a intervenire. L’obiettivo comunitario rimane quello di portare (almeno) i 100 Megabit a metà della popolazione nel 2020, anno in cui tutti dovranno aver assaggiato i 30, mentre continua a tenere banco la vicenda del gestore di fibra ottica Metroweb.
A ricordarci l’urgenza della situazione sono, per l’ennesima volta, i dati di Ookla rielaborati graficamente The Independent. La testata britannica si chiede, senza mezzi termini, “cosa sta succedendo in Italia (e in Australia)?”. Sulla mappa raffigura in una scala dal rosso, sotto i 20 Mbps, al verde, più di 60, la situazione del globo. I due Paesi più veloci, fa notare, non quelli geograficamente più estesi, e uno a dire il vero non rientra nella definizione: Singapore, 104,42 Mbps, e Hong Kong, 96,38. Il picco negativo, 1,08 Mbps, viene toccato dallo stato africano del Benin. L’Australia sfiora i 16,5 e la Cina viaggia a 25.

Siamo il fanalino di coda del Vecchio Continente, alla faccia dei 176mila posti di lavoro che il digitale dovrebbe garantire entro il famoso 2020, sotto i 14 Mbps. 9,1 per essere precisi. Ci fanno compagnia Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania e Grecia. Si distinguono positivamente la Svezia e la Romania oltre i 50 Mbps. Il Regno Unito, fa notare con disappunto la testata britannica, delude con 29,45 Mbps, facendosi doppiare dai 60 della sorprendente Romania. E superare anche dalla Francia. Tra i 45 e i 50 si trovano Svizzera, Paesi Bassi e Lituania.

La rivincita dei single comincia a Natale

postato in: Attualità, Personale | 0

Che dire se non: “Se siete single non disperate!”.

Tristi, tristissimi, affranti. Di più: disperati. L’immaginario collettivo del Natale ci vuole così: single, soli e alla ricerca di una via di fuga dalla festa di tutte le feste. E quasi quasi, col tempo, ci siamo convinti che quel profilo deprimente da anime in pena, alla fine ci calzi a pennello.

Come potrebbero sbagliarsi, del resto, tutti quei filmoni in cui single iper pigiamate consumano scatole di Kleenex contando, da sole, sul divano, tutti i tipi d’intermittenza delle luci dell’albero? Spente, accese, pulsanti, frenetiche, di nuovo spente. Una tristezza infinita, affogata in tanta cioccolata.

E come potrebbero mentire tutti quei titoloni sui giornali (compreso questo talvolta…) che strillano: «Natale, il 45% dei single litiga in famiglia». Ah, pensa, abbiamo persino una famiglia! Oppure: «Natale con i suoi? No, grazie: il 45% dei single ha discusso a causa dei suoceri» (rileggete perché neanche io ho colto l’effetto flashback alla prima lettura). E poi il classico: «Natale, i single scelgono i viaggi di lusso». Quindi ce la spassiamo? O addirittura: «Single: seni sempre più rifatti. A Natale è boom di ritocchi». Ma come si fa a essere tristi e sole con una bella quinta? E alla fine: «Natale 2014, se siete single non disperate!».

No, non disperiamo. E sapete perché?

Perché il nostro Natale alla fine è lo stesso da sempre, quello di quando eravamo bambini e non ci era consentito salire sulla scala per piazzare il puntale sull’albero, ma potevamo dire soltanto: «Più a destra, più a sinistra, ecco, sì, sta bene così». Per noi non è cambiato niente (a parte il dettaglio dell’età anagrafica): anche oggi siamo i primi a fremere per tirare giù la scatola delle decorazioni e ridere come stupidi rivedendo la palla col naso di Pinocchio che ci inquietava da piccoli. In famiglia, quella d’origine dove, chi può, ritorna a Natale, noi single siamo spesso i custodi più fedeli delle liturgie delle feste, quelli che decorano l’albero, preparano la tavola, rispolverano i menù tradizionali, insistono perché i bimbi (altrui) seguano l’usanza di leggere la letterina a Babbo Natale, apparecchiano la tombola, si sforzano in tutti i modi perché l’atmosfera non venga rotta da inutili litigi su come cuocere l’arrosto. Talvolta facciamo anche servizio a domicilio, dispensando un po’ di spirito delle feste alle coppie che l’hanno perso, perché magari i figli sono già grandi e del Natale aspettano solo i regali.

Insomma il Natale ci scalda perché ci ritroviamo quel pezzetto di noi che amiamo conservare: un cuore un po’ bambino, un angioletto di pace dove rispolverare alcuni desideri.

Purché ce lo lascino fare.

Ma purtroppo per noi, vestali ostinate del Natale, le cose non sempre filano lisce come vorremmo. Se avete visto il film «Ogni maledetto Natale», ma anche se non lo avete fatto, sapete già tutto di come le coppie vivano con fibrillazione questa festa. «Pochi amori sopravvivono al Natale» recita a un certo punto la voce narrante. E in effetti spesso è così. Nel film della nostra vita da single la litigata furiosa di un lui e una lei di famiglia, al momento del taglio del panettone, è una sequenza horror che non può mancare. Così come, prima o poi, può succedere che la mestizia di una separazione piombi tra le statuine del presepe appena prima delle feste, lasciando a noi il compito di raccogliere i cocci di una delle parti: la pastorella o lo spazzacamino. Sono loro, parenti e amici che hanno vissuto in passato Natali diversi, in coppia, in famiglia, felici e soddisfatti, a soffrire di più quando a Natale si ritrovano da soli.

E a noi single «le balle un po’ ci girano», a dirla con Paolo Conte. «Ma come, proprio a Natale dovete dirvi addio?» protestiamo tra i denti, cercando con una mano di non fare attaccare il ragù e con l’altra di tergere lacrime. Sì, proprio a Natale. Ora, noi lo capiamo: questa festa è un momentaccio per chi deve misurare la temperatura dei propri rapporti. Noi single, lo sappiamo, e sappiamo anche come si fa a sopravvivere sotto un muschio senza nessuno da baciare che non sia la zia. Che lo ammettiate o no, a Natale i single sono i titolari delle spalle piu larghe e disponibili su cui abbattere il vostro sconforto di ex. E voi ne approfittate.

La morale di questo «Christmas carol» è che niente è come sembra, o almeno come lo vorremmo fare apparire. Ad esempio, noi siamo convinti che neppure il Natale sia più la festa di una volta. Non è piu la ricorrenza della famiglia tradizionale ma piuttosto la festa tradizionale delle famiglie. Che sono tutte le comunità che possono raccogliersi intorno a un sentimento, che sia amore, amicizia, o addirittura pietà. Non dimentichiamolo, soprattutto in questo Natale, quando ci guarderemo intorno alla ricerca di un po’ di calore umano. Auguri!

 

La 27ora – By

 

 

 

“Realizzate sempre il piano A”

postato in: Attualità, Economia | 0

Chris Gardner, ispiratore de “La ricerca della felicità” al World Business Forum di Milano: “Realizzate sempre il piano A”

L’atteggiamento, il tono della voce, il modo di vestire e muoversi sono quelli del guru consumato che gira il mondo facendo seminari e discorsi motivazionali a impatto sicuro. Chris Gardner è l’imprenditore miliardario e broker, ex senzatetto, che ha ispirato “La ricerca della felicità”, film di Gabriele Muccino, con protagonista Will Smith.

Completo da dandy a scacchi, scarpe di coccodrillo, ti spiega persino come si dà una vera stretta di mano. Strizza l’occhio al pubblico italiano del World Business Forum ringraziando l’amico Ennio Doris, presidente di Banca Mediolanum, e mostrando una foto di Andrea Pirlo (dopo quella di Obama), come esempio di uno che ha realizzato il suo sogno perché “credeva nel piano A, il B non esiste e fa sempre schifo”.

Sciorina incontri e amicizie importanti Nelson Mandela, Muhammad Alì, Oprah Winfrey, Tom Cruise: altre prove viventi del suo avercela fatta. Cita spesso la “passione”, ma anche “la paura”. “Quella non va più via se il tuo patrigno ti puntava la pistola al cuore e se hai vissuto per strada e hai dovuto spiegare a tuo figlio perché vi stavate lavando in un bagno pubblico”. La voce si incrina solo quando ricorda la madre e la moglie morta di cancro al cervello “. Due anni, 20 mesi e tre giorni fa. Perché quando perdi qualcuno non smetti più di contare il tempo che vi ha separato. Il mio più grande onore è stato poterle stare accanto nella malattia”.

Gardner, in una crisi economica così dura e globale si può ancora sognare una storia di successo e mobilità sociale come la sua?
Assolutamente. E quello che voglio fare per il resto della mia vita è aiutare le persone a realizzare i sogni e superare le difficoltà. Attenzione non parlo solo di giovani, ma anche, soprattutto, di persone di mezza età che hanno perso il lavoro e rischiano di non ritrovarlo. Oggi non esiste più la classe media e temo non tornerà. Ci sono i ricchi, gli ereditieri, i proprietari di aziende, quelli che dirigono il business e poi ci sono i poveri: quelli che hanno un lavoro umile e quelli che nemmeno ne hanno più uno. Io mi impegno ogni giorno perché questa divisione sia meno netta, perché tutti sappiano di avere le stesse opportunità.

Compito non semplice…
No, ma voglio che la gente si realizzi attraverso la sua passione, attraverso quello che ama. Mi creda, è possibile. Non è solo una questione di quello che puoi fare perché ne hai i titoli o le possibilità. È una questione di quello che davvero vuoi. La responsabilità di creare la vita che desideri è solo tua. Non esistono più i sussidi, gli aiuti. È tutto nelle tue mani.

Il baricentro delle terre dell’opportunità sembra essersi spostato a Est: Emirati Arabi, India e soprattutto Cina. Esiste ancora il sogno americano?
Certo, ma non è più solo negli Stati Uniti. Il sogno americano per gli americani ha perso di senso, oggi è qualche cosa di globale, senza confini. Bisogna avere una nuova visione.
Per anni si è diffuso il mito che per avere successo in America bastava la speranza. Beh, non basta. Ci vuole anche un piano. È vero che l’avidità delle banche non ha reso la società migliore, ma non c’è solo questo. Ho incontrato ragazzi che si riempivano la bocca con il movimento Occupy Wall Street senza nemmeno conoscerne i meccanismi. Io occupavo Wall Street quando loro avevano ancora ciuccio e pannolino. Devono capire che in questo mondo non c’è solo l’1% che hanno in mente loro.

Chi è il Chris Gardner di oggi?
Non ce ne è uno, ce ne sono migliaia. Ne ho visti tantissimi. Quest’anno ho girato il mondo intero almeno per due volte per aiutare le persone migliorare la propria posizione. Ce ne sono anche in Italia.

E chi sono?
Ne ho in mente un paio, ma per ora non svelo niente. Nemmeno sotto tortura.

Almeno un nome…
No, non cedo, non voglio bruciarli. Garantisco che ne sentirete parlare presto. Si fidi!

Va bene…Cosa fa oggi suo figlio Christopher Junior ? (All’epoca del tracollo di Gardner aveva 18 mesi. Nel film ha cinque anni per esigenze di dialoghi ndr)
Dice di lavorare con me. Lo dice (ride) poi farlo è un’altra cosa. Ha studiato al college perché voleva avere uno status, sa quanto è importante. La vera cervellona è mia figlia. È stata la prima della mia famiglia a laurearsi. Io ho cinque lauree, ma tutte honoris causa. Ho fatto il discorso di apertura della sua Facoltà, non potevo non guardarla e ricordarmi che fino a 300 anni fa i neri arrivavano in America sulle navi per gli schiavi.

www.huffingtonpost.it

Facciamo un pò d’ordine

postato in: Attualità, Personale | 0

Che sia una persona precisa e metodica, me lo dicono tutti e lo riconosco. In alcuni casi eccedo ma, solo per ciò che mi riguarda, e non pretendo da chi mi sta vicino altrettanta formamentis.

Il contenuto del post è curioso, originale e mi si addice, ahahah!!!!

 

L’artista e comico svizzero Ursus Wehrli ha la mania per l’ordine.
Nel suo libro “Arte a soqquadro” ha ricostruito alcuni quadri celebri dando un nuovo ordine agli oggetti.
Oggi propone un nuovo progetto artistico/fotografico/umoristico.
Si chiama “The art on clean up”, ovvero l’arte del ripulire, e prevede immagini in coppia che mostrano il prima e il dopo di alcuni oggetti di uso comune “ripuliti” dal loro disordine.

Il «Dislike» a Facebook non piace

postato in: Attualità, Personale | 0

Si, lo so, ne stanno parlando in molti oggi, ma ho voluto postarlo sopratutto perché questo è stato spunto di argomento quando, in un master in web marketing, si è affrontato il discorso dei social media e dei loro strumenti.

Ha una suo logica di fondamento, per carità, ma è curioso come tutto ruoti su “ideogrammi” a cui affidare un significato più o meno reale. Tutto è relativo e basare le nostre scelte su un pollice verso l’alto o verso il basso, è curioso ma terribilmente vero. Sulla statistica che sta dietro il numero di “Mi piace“, si creano campagne pubblicitarie; si veicolano scelte aziendali; si fanno investimenti; ecc.

Il bello (o brutto, dipende dai punti di vista) è che, a mio avviso, siamo solo all’inizio!

Bret Taylor, il creatore del tasto «Like», spiega perché il «Non mi piace» non esiste: «La negatività assume molte forme. E può avere conseguenze spiacevoli»

Molte delle cose che a migliaia di persone «piacciono» su Facebook risultano essere quelle che altre migliaia di persone invece «odiano». E dunque in molti lo desiderano, lo vorrebbero, e ogni tanto è stato anche promesso, ma non è mai arrivato. E mai arriverà: il pulsante «Non mi piace», «Dislike». Perché? «L’apprezzamento è universale, la negatività, invece, assume molte forme», ha spiegato Bret Taylor, ex direttore tecnico di Facebook e creatore del tasto universale «Mi piace», il «Like».

xxx

<br /><br /><br /><br />

Le conseguenze del «non mi piace»

Esiste dal 2009 e da allora Facebook sa esattamente cosa ci piace. Bret Taylor, ex Chief Technology Officer di Facebook, aveva lasciato l’azienda di Zuckerberg due anni fa per una nuova startup, Quip. Il trentacinquenne geniale non solo è stato l’ideatore del pulsante «Like», ma anche la mente dietro alle Google Maps. E in un’intervista con Tech Radar racconta come mai Facebook non ha creato il pulsante «Dislike». Spiega che l’opzione è stata discussa spesso, ma è sempre stata scartata perché «nel contesto della rete sociale, la negatività di quel pulsante ha un sacco di conseguenze spiacevoli».

xxx

Un’arma a doppio taglio

Per Bret, e la sua ex azienda, se si vuole esprimere «dispiacere» per qualcosa, è meglio scrivere un commento, «perché probabilmente esiste una parola per ciò che si vuole dire». Il «Like», infatti, era stato introdotto anche per riordinare la pioggia di commenti poco significativi da parte degli utenti, come i «wow» o i «cool». Inoltre, sottolinea Tech Radar, un pulsante «Dislike» oggi non avrebbe molta utilità per gli inserzionisti sul social. Al contrario, potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio.

Graffette, post-it e puntine

postato in: Attualità | 0

Pensate a cinque icone indiscutibili della cancelleria, cinque oggetti cult che tutti, ma proprio tutti, conoscono e hanno avuto in casa, nell’astuccio, in ufficio o in cartella. La Bbc propone i suoi cinque oggetti simbolo e per ognuno ne ripercorre la storia. Sono le graffette, la gomma Pink Pearl, il Pritt stick, le puntine e i post-it. Dietro a ognuno di questi oggetti iconici c’è una storia, spesso anche abbastanza lunga. Ma considerata la longevità e la tenuta di ognuno di questi articoli è probabile che continueranno a durare, vincendo le sfide della società paperless.

1-Graffetta
Le graffetta, o paperclip, definita da Wikipedia come “un fermaglio formato da un filo di metallo curvato a formare due anse elastiche che unisce alcuni fogli di carta in modo non permanente”. L’invenzione è attribuita all’americano Samuel B. Fay, ma l’inventore norvegese Johan Vaaler, ignorando la creazione di Fay, chiese e ottenne il brevetto nel 1899 per un suo modello il cui design in realtà non ha nulla di particolare. Durante gli anni dell’occupazione nazista la graffetta divenne un simbolo della resistenza norvegese, una metafora dell’unione del popolo contro l’oppressione del regime.

2-Pink
Pearl eraser Non è una gomma, è la gomma. Prodotta dal marchio bavarese Eberhard Faber Company grazie al suo colore, alla tessitura, alla forma e all’odore è diventata un simbolo. La Eberhard Faber è stata antesignana in fatto di gomme da cancellare, tanto da aver prodotto per prima la matita con annessa gomma. Il segreto del suo odore inconfondibile (scagli la prima pietra chi non si è mai dilettato nell’annusarla!) proviene dalla pietra pomice, roccia magmatica leggerissima grazie alla sua porosità.  Prezzo basso, profumata e leggera è divenuta presto un must in ogni classe del mondo.

3-Pitt
Stick Fu lanciato dall’azienda tedesca Henkel nel 1969 che ideò anche per prima il tipico modello di colla a stick ispirato, per il meccanismo di fuoriuscita, al rossetto. In seguito, simili modelli vennero distribuiti anche da altre aziende, come la UHU. Dal 1971 la colla fu venduta in 38 Paesi, dal 2001 in 121. Ogni anno vengono prodotti 130 milioni di Pitt Stick e dal momento della sua commercializzazione ne sono stati venduti 2,5 miliardi, sarebbe a dire, specifica con orgoglio l’azienda, “abbastanza per lasciare una linea adesiva che va dal nostro Pianeta alla Luna e poi a Marte e poi ritorna indietro”. E chi scrive, come madre, non è per nulla sorpresa: mia figlia negli anni della scuola primaria ne consumava più o meno uno a settimana (anche se non ho mai capito cosa ne facesse).

4- Puntine
In inglese sarebbe drawing pin, ovvero perno da disegno o altrimenti punes. E’ una sorta di spillo e in effetti nasce come uno strumento utilizzato dai disegnatori per tenere fermo il disegno al quale stavano lavorando. Con il tempo la sua funzione si è talvolta accavallata con quella della graffetta. Si dice sia stata inventata da un orologiaio tedesco di nome Johann Kirsten tra il 1902 e il 1903. Ma Kirsten a causa dell’indigenza in cui si trovava fu costretto a vendere il design e il brevetto a tal Arthur Lindstedt. Ma c’è anche chi ne attribuisce la paternità a Heinrich Sachs, austriaco, nel 1888, o ancora a Edwin Moore, nel 1900. Insomma il padre della puntina non è certo, ma in ottone, plastica o vintage è un’altra icona indistruttibile.

5-Post-it
Foglietti di carta colorati semi adesivi. Comodissimi come promemoria, per messaggini scalda cuore e per comunicazioni istantanee, i post-it sono prodotti in varie forme (quadrato, rettangolo, mela, foglia, ecc), colori (giallo, arancione, fucsia, verde, ecc.) e dimensioni. Ma il classico post-it rimane un quadrato giallo di 7,6 cm per lato. Il marchio fu depositato da 3M e l’adesivo originale usato nei post-it nacque dalla creatività incidentale di Spencer Silver, al tempo alla ricerca di un adesivo potente. Nel 1974 un collega di Silver, Arthur Fry, utilizzò quell’adesivo per creare dei segnalibri. I primi prototipi furono disponibili nel 1977, e tra il 1980 e il 1981, dopo una colossale campagna, il prodotto fu commercializzato in tutto il mondo. Il resto è cronaca.

www.corriere.it

1 2 3 4 7