Sul dromedario con Google Street View

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La nuova frontiera di Google Maps è il deserto di Liwa, negli Emirati Arabi Uniti. Per mostrarcelo lo staff di Google ha noleggiato un dromedario.

Lo abbiamo visto fare lo slalom tra la folla a Venezia, intrufolarsi dentro un sommergibile, andare in cerca di testuggini per le Galapagos… e chi lo ferma più? Stiamo parlando del celebre trekker di Google Street View (il sistema di fotocamere a forma di sfera), che ieri ha lanciato online la sua prima passeggiata virtuale nel deserto, quello di Liwa (emirato di Abu Dhabi).

IMPATTO (QUASI) ZERO. Gli addetti hanno installato il trekker su un dromedario, il che, afferma Google, «ha permesso di catturare immagini autentiche e ridurre al minimo il nostro impatto sull’ambiente circostante».

COME IN UNA CAROVANA. Il deserto di Liwa si estende per circa 100 km da est a ovest e per non farci perdere nella vastità sabbiosa Google ha suddiviso le immagini raccolte in sei diverse aree di “esplorazione”. Se avete qualche minuto (o qualche ora) per fantasticare potete fare un giro qui e scoprire dune di sabbia che raggiungono i 40 metri di altezza, cercare l’oasi più grande della penisola arabica o immaginare di essere in testa a una carovana di commercianti di 3 mila anni fa.

www.focus.it

 

MSN Messenger chiude

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Confesso che attraverso MSN, è cresciuta e si è sviluppata una importante storia d’amore. Solo per questo la notizia non può passarmi inosservata ma, in fondo, tutto si evolve e tutto si migliora e, obiettivamente, anche MSN deve lasciare il posto a strumenti più innovativi ed integrati con i social media che ci circondano.

Si chiude ufficialmente l’era MSN Messenger. Il servizio, già in fase di eliminazione dal catalogosoftware di Microsoft da un anno e mezzo, verrà chiuso ufficialmente anche in Cina, dov’è rimasto attivo tramite l’azienda TOM Group. Negli anni 2000 è stato il principale servizio di messaggistica istantanea, nonché l’ammiraglia “all-inclusive” di Redmond, che includeva sia il servizio e-mail Hotmail che un blog personale, antecedente a Facebook e Twitter, che si affiancava ad altri social in voga al tempo come MySpace e Netlog.

MSN Messenger, storico servizio di messaggistica di Microsoft, dice addio definitivamente ai suoi utenti. Dopo l’acquisizione di Skype, costata nel 2011 alla società di Redmond 8,5 miliardi di dollari, l’azienda ha lentamente cessato l’attività del servizio, aperto nei primi anni 2000. Skype ha gradualmente sostituito MSN, che originariamente signica Microsoft Network ma è erroneamente divenuto la sigla per Windows Live Messenger nel vocabolario comune, nella maggior parte dei principali paesi del mondo. In Cina, Microsoft ha preferito mantenere attivo per qualche tempo in più il suo servizio di messaggistica, probabilmente perché abbastanza utilizzato rispetto alle altre parti del mondo. Soprattutto, in Cina Windows Live Messenger non era gestito da Microsoft in prima persona, bensì dal TOM Group, prima che il trasferimento dell’utenza verso Skype creasse qualche attrito con l’azienda statunitense. Dal 31 ottobre, anche in Cina Windows Live Messenger chiuderà definitivamente. Per incentivare gli utenti a passare a Skype, la casa di Redmond offrirà 2 dollari di buono per le chiamate.

Il passaggio a Skype e la lenta ma inesorabile migrazione verso il nuovo servizio è cominciata a gennaio 2013. In Cina, come detto, Microsoft ora incentiverà gli utenti a passare a Skype, ma l’appWeChat, che conta oltre 430 milioni di utenti, rappresenta una concorrenza molto potente soprattutto in un mercato come quelle cinese tendenzialmente molto fedele ai suoi prodotti. Per lo stesso motivo, i principali produttori di smartphone sono Xiaomi, Huawei, Lenovo; aziende fondate e con sede in Cina.

MSN Messenger venne lanciato per la primissima volta nel 1999 per contrastare gli esponenti ICQ e Instant Messenger di AOL (AIM). Si trattò presto di uno dei servizi più usati e cinque anni fa contava 330 milioni di utenti attivi. Diventò presto noto grazie a un ampio set di emoticon e gif personalizzate, chat video, l’integrazione con la posta elettronica Hotmail di Microsoft (poi integrata in Outlook) e il blog, che divenne presto un punto fermo personale della vita di moltissimi utenti. Prima di Facebook, WhatsApp e Viber, Windows Live Messenger era la finestra sul mondo social per rimanere in contatti con persone da tutto il mondo e tenere aperta una pagina personale pubblica.

Condividere, risorsa del futuro

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Se l’anno scorso il festival di antropologia «Dialoghi sull’uomo» era dedicato al viaggio nell’ottica dell’«altro», quest’anno la quinta edizione della rassegna, presentata ieri a Pistoia, ci pare entrare decisamente nel dibattito contemporaneo affrontando un tema cogente come quello della «condivisione», intesa a tutto tondo, cioè quello sharing che riguarda molti aspetti della vita quotidiana, la rete, l’economia, la gestione delle risorse e dei servizi, il possesso dei beni, il cambiamento di mentalità. 

Sull’argomento «Condividere il mondo. Per un’ecologia dei beni comuni» si confronteranno dal 23 al 25 maggio nei 22 incontri nella città toscana, numerosi ospiti italiani e internazionali, «sociologi, filosofi, antropologi, i quali fanno appello, tutti, alla condivisione — ha spiegato Giulia Cogoli, ideatrice e direttrice del festival — come risorsa importante per il futuro, da Rodotà a Caillé a Bodei».
«D’altronde — ha continuato la Cogoli — , se sentiamo che si appellano alla condivisione, alla collettività o alla partecipazione sia la direttrice generale del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, sia l’arcivescovo di Campobasso Giancarlo Bregantini (che ha scritto le meditazioni per la via crucis al Colosseo, ndr), qualcosa significa. Evidentemente questo tema, su cui stiamo lavorando da un anno, in pochi mesi è cresciuto ed è diventato anche più attuale».
Perché un concetto così diverso di proprietà o di uso dei beni si stia facendo largo — che si tratti d’acqua o di conoscenza — è il tema dell’incontro d’apertura dei «Dialoghi», venerdì 23 maggio, con Stefano Rodotà che interverrà su «Beni comuni: la ragionevole follia» (ore 17.30). Dopo l’apertura, gli incontri prenderanno la via dei diversi filoni, appunto, sociologici, letterari, storici, economici in cui la «condivisione» è declinata, mostrandone la novità, i vantaggi, ma anche i punti critici.
Sugli aspetti sociali e naturali del bene comune sono centrati alcuni incontri di sabato 24, quello del neuroscienziato Enrico Alleva («Competizione e cooperazione nel regno animale»), del filosofo Remo Bodei («Un mondo condiviso, un’utopia?») e del filosofo Serge Latouche («Ritrovare il senso della misura»), mentre domenica 25 ne parlerà il sociologo francese Alain Caillé («Dal dono al convivialismo»), peraltro in libreria proprio a maggio con il suo Manifesto convivialista (Ets). Il luogo proprio dello sharing è la rete, e ne parlerà il sociologo Derrick de Kerckhove (domenica 25, «Le tre facce della rete»), mentre di condivisione culturale parlerà Gustavo Zagrebelsky il 24 («La cultura come terzo pilastro della vita sociale»), e il 25 il linguista Luca Serianni («Quando l’italiano è diventato una lingua condivisa da tutti?»).
Sul fronte di una via alternativa all’egoismo economico ma anche al dono, da citare l’intervento degli antropologi Matteo Aria e Adriano Favole, sabato 24 («La condivisione non è un dono!»), mentre l’aspetto critico sarà affrontato sempre il 24 da Marco Aime («Troppa condivisione in famiglia non aiuta a crescere»). Oltre a film, incontri per bambini, interventi su aspetti paesaggistici o storici, da segnalare la chiusura, domenica 25, con Roberto Vecchioni, tra musica e parole.

www.corriere.it

Un dizionario hacker” per capire come il mondo è già cambiato

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È sempre bene essere informati!

Piccolo, quindi maneggevole come molti dei dizionari moderni. Ma al tempo stesso denso di voci e quindi utile a capire termini e questioni sulle quali spesso si sorvola senza approfondire. Il volume “Un dizionario hacker”, di Arturo Di Corinto (Edizioni Manni, pagine 212, 14 euro) è tutto questo e anche molto altro. Un dizionario ragionato dei termini più significativi della cultura hacker, in cui di ogni voce si dà definizione, interpretazione e storia. Di Corinto sfata i pregiudizi e fa luce sul mondo della controcultura digitale, spesso percepito come illegale e pericoloso. Dalla A di Anonymous alla W di Wikileaks, passando per Bitcoin, Defacement, Free software, Gnu e Media activism, l’autore ci accompagna alla scoperta di uno dei movimenti più attivi nella lotta alla globalizzazione capitalista, nella tutela della democrazia partecipata, della condivisione del sapere e della libera circolazione della conoscenza. Lemma dopo lemma, emerge la prospettiva politica dei “pirati informatici” e il senso della loro battaglia fatta a suon di decrittazioni e remix. Ecco a seguire un intero capitolo di questo volume, “Autodifesa Digitale”.

AUTODIFESA DIGITALE
Da quando è scoppiato lo scandalo del datagate sono rimasti in pochi a credere nella privacy. I miliardi di telefonate intercettate dal grande fratello elettronico hanno di fatto riconsegnato alla storia il diritto e il bisogno alla privatezza ricacciandolo a quel giorno del 1890 in cui due avvocati, Samuel Warren e Louis Brandeis, lo concettualizzarono nel famoso scritto “The right to be let alone” (Il diritto di essere lasciati in pace). E pensare che all’epoca i due giuristi si confrontavano “soltanto” con una sola ma insidiosa tecnologia, la fotografia. L’articolo era la risposta ai “tabloid” dell’epoca che ritraevano troppo di frequente la moglie salottiera di uno dei due avvocati, Samuel Warren.

Nel frattempo, però mentre la legge sanciva l’inviolabilità della soglia domestica le tecnologie che si sono succedute ci hanno obbligato ad ampliare e meglio definire il concetto di privacy fino all’idea che oggi essa coincida con la possibilità di determinare il destino delle informazioni che ci riguardano – e spesso ci precedono – quando usiamo un computer, un telefonino o una carta magnetica dotata di chip. È così che quel bisogno si è evoluto in un diritto vero e proprio, costituzionalizzato in Europa con la famosa Carta di Nizza del 2000.

Poi però sono arrivati Facebook e i social network, abbiamo scoperto che Google non è sempre il gigante buono e la grande disponibilità di banda e hard disk storage a basso costo hanno creato l’industria dei metadati, quella che prospera sulla conoscenza della nostra rete di relazioni – con chi, per quanto tempo e con che mezzo comunichiamo  –  per sapere se, quando e dove, ci troviamo da soli o in compagnia. Strumento potente del marketing diretto che usa questi dati per offrirci al momento giusto quello che siamo pronti a pagare. Ma anche magazzino cui attingere per ricostruire vicende sanguinose e criminali e perseguirne i colpevoli. Un effetto deterrenza che rivela l’altra faccia della privacy, o meglio il suo opposto: la sorveglianza.

Lo stesso creatore di Facebook, Zuckerberg aveva detto che chi usa il suo social network non è interessato alla privacy, smentito subito dopo dalla sua stessa azienda che si è affrettata a salvare la faccia offrendo progressivamente nuovi strumenti per stabilire quale sia il livello di “intimità” che vogliamo condividere in rete. A dargli man forte era intervenuto uno dei padri del web, Vinton Cerf, che però divenuto chief evangelist e poi vicepresidente di Google non gode più dell’autorevolezza degli esperti disinteressati. Tutto questo mentre il mondo accademico e la politica di molte nazioni chiede agli americani di fare ammenda per averli spiati e di non farlo più.

Le spie spiano
Ma da che mondo è mondo le spie spiano, e non ci si può aspettare che non lo facciano. Perciò per chi tiene alla propria privacy l’unica risposta è l’autodifesa digitale, senza bisogno di avere qualcosa da nascondere e senza diventare esperti informatici.

Da tempo immemorabile la gente protegge i propri segreti con porte e buste chiuse, scrigni, inferriate e codici cifrati. Lo spionaggio è sempre stata un’arma potente in mano a principi, dittatori ed eserciti e quindi non c’è da meravigliarsi se nell’era digitale la rincorsa fra guardie e ladri di segreti continui aggiornata ai progressi della tecnica. Fino a poco tempo fa nascondere i propri messaggi a occhi indiscreti con algoritmi matematici era affare riservato di spie e militari, tanto che gli strumenti e le tecniche più in voga sono state a lungo considerate armi a tutti gli effetti. Fino a dieci anni orsono un famoso software di cifratura di dati digitali, il PGP di Phil Zimmermann, non poteva essere esportato fuori dal territorio degli Stati Uniti. Zimmermann ci riuscì lo stesso in un rocambolesco viaggio a cavallo dell’Europa portando in valigia il listato del programma e aprendo la porta alla privacy di massa (PGP, significa proprio “Pretty Good Privacy for the masses).

Basato su un algoritmo matematico creato all’Università di Stanford, in California, da Rivest, Adleman e Shamir, la famosa chiave RSA, che nasconde i dati con una doppia chiave crittografica, pubblica e privata, il messaggio nascosto può essere decifrato solo dal destinatario e potenzialmente decrittato dal “nemico” solo con molti sforzi e un ingente impiego di risorse computazionali, con un attacco di forza bruta, esplorando tutte le combinazioni possibili delle chiavi. Potenzialmente.

Per questo i cypherpunks come Julian Assange consigliano di usarlo. Se tutti cifriamo i dati non ci sarà mai nessuna agenzia in grado di operare un attacco di forza bruta sui milioni di zettabyte di dati scambiati attraverso la rete e potranno a farlo solo dopo aver raccolto degli indizi che lo giustifichino. Infatti, nonostante l’allarme lanciato dai media che hanno male interpretato alcune rivelazioni di Edward Snowden, la comunità scientifica non ha ancora nessuna evidenza che le chiavi di cifratura più note siano state violate dalla onnipresente National Security Agency.

Chiavi, tunnel e protocolli
Il sospetto che i protocolli di cifratura “https” – quelli che usiamo per navigare sicuri senza che i dati inviati vengano intercettati-, abbiano una backdoor è però fondato. La backdoor è una sorta di passaggio segreto noto solo a chi l’ha creato e attraverso cui è possibile “leggere” quello che parte dal nostro computer fino a quello di destinazione (che in genere è un server), rimbalzando attraverso tanti computer intermedi. Ma se, mettiamo, la posta via web (la webmail) che inviamo è cifrata con un algoritmo robusto, l’intercettazione del relativo pacchetto non ne consentirà la lettura.

Quindi, cifrare le email con un derivato del PGP  –  su client di posta elettronica come Mozilla Thunderbird  –  pigiando un bottone, è la cosa più sicura che possiamo fare.

Inoltre, se pensiamo che qualcuno, la Nsa, con o senza la collaborazione delle imprese che ci danno la connettività e i servizi Internet (posta, spazio disco e altro), possa volere semplicemente risalire all’autore di una comunicazione sospetta a partire dall’indirizzo IP (Internet Protocol) che identifica ogni singola macchina o gruppo di pc connessi, possiamo sempre usare uno “scrambler” Ip, come Tor  –  The onion router  –  un software che riveste il nostro IP come gli strati di una cipolla rendendo oltremodo difficile trovarne il nucleo o l’origine.

Eppure tutti noi, ogni giorno siamo “seguiti” e monitorati da forze che non nulla hanno a che fare con la cyberarmy di Assad o con il Ghcq inglese o coi nostri servizi segreti: è la sorveglianza delle aziende che tracciano le nostre navigazioni a fini commerciali. Se si installa con un paio di click l’add-on ghostery (www. ghostery. com) sul nostro browser Mozilla, sapremo sempre in real time chi ci sta seguendo. Net-ratings, Google, Facebook e molti altri servizi che creano statistiche sulle visite del sito che stiamo leggendo lo fanno normalmente e Ghostery ce lo dice. In ogni caso è possibile fare una navigazione anonima su qualsiasi sito usando i controlli per la privacy incorporati in qualsiasi browser come Chrome oppure ricorrere a servizi online come Anonymouse. org. In questo caso il servizio, usando i famosi anonymous remailer della prima Internet consente anche di inviare email completamente anonime, con un ritardo di arrivo variabile per evitare che la nostra presenza al computer venga messa in relazione temporale con il momento di arrivo della email al suo destinatario.

Insomma, l’autodifesa digitale è possibile e ci sono gruppi che ne fanno la propria ragione d’esistenza. È stato il caso dei cryptopunks di Telecomix che la insegnavano a tunisini, egiziani e libici nei mesi della cosiddetta “Primavera Araba”, e di altri gruppi che ancora oggi aiutano i cooperanti delle zone di guerre a inviare report dal campo senza temere rappresaglie. Sulla crittografia e l’autodifesa digitale anche Wikileaks ha basato la sua missione di organizzazione contro la corruzione e il malgoverno ispirando decine di iniziative simili, come Openleaks o l’italianissima Globaleaks.

Sempre italiano è il progetto Freepto, software libero e open source racchiuso in una pennetta Usb e impacchettato dagli attivisti di Avvisi ai Naviganti BBS del Forte Prenestino di Roma, culla di hacker etici dal lontano 1990: pochi file e un manuale scaricabili anche in rete per consentire a chiunque di imparare a difendersi dall’occhio elettronico.

www.repubblica.it

Quanto avrebbe oggi Forrest Gump con l’investimento in Apple?

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Probabilmente tutti conoscono il film Forrest Gump con Tom Hanks. Se non lo conoscete andate subito a vederlo. Nelle scene del film ce n’è una in cui Forrest si ritrova con un investimento in Apple e diventa ricco.

Non tornai più a lavorare con il Tenente Dan. Però lui curava i miei soldi della Buba Gump e me li fece investire in una specie di società di frutta.

Quella società di frutta era in realtà Apple. Ma quanto avrebbe oggi Forrest Gump se avesse mantenuto l’investimento? Ecco qualche calcolo. Bisogna considerare che quell’investimento nacque dai proventi della Buba Gump, la società di pesca di gamberi che lui e il tenente Dan crearono dopo la guerra. La società nacque con la prima nave, Jenny, tra il 1973-74. Nel 1974 l’uragano Carmen colpì la costa dove operava la Jenny, eliminando la concorrenza e lasciando la Buba Gump piena di pescato.

In 12 ore avrebbe pescato quasi 2 quintali di gamberetti che per 263 giorni di attività sono quasi 48 tonnellate. Al prezzo dell’epoca di 5,11 $ al KG sono circa 240.000 $. Sottratti i costi avrebbero dovuto ricavare circa 140.000 dollari.

Il logo colorato di Apple, mostrato nella lettera, era del 1975 e il primo giro di investimenti iniziò nel 1977. Quindi è opportuno immaginare che Forrest Gump e il tenente Dan abbiano partecipato al primo giro di investimenti. All’epoca 500.000 $ permettevano di ottenere il 15% di Apple. Con 140.000 $ ne avrebbero acquistata il 5,25%.

La società si quotò il 12 dicembre del 1980 con 54.215.332 azioni, di cui 4,6 milioni offerte al pubblico. L’investimento Forrest-Dan avrebbe portato a 2.604.804 azioni. Siccome negli anni abbiamo assistito a 3 raddoppi delle azioni, sommando le aggiunte di azioni avrebbero 20.838.432 azioni che al prezzo di 528,36 dollari varrebbero, ad oggi, oltre 11 miliardi di dollari.

Forrest Gump e il tenente Dan adesso avrebbero 11 miliardi di dollari.

www.melamorsicata.it

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Poster Movie Logan 2017

Logan (2017) HD

Director : James Mangold.
Producer : Lauren Shuler Donner, Hutch Parker, Simon Kinberg.
Release : February 28, 2017
Country : United States of America.
Production Company : Twentieth Century Fox Film Corporation, Donners’ Company, Marvel Entertainment, TSG Entertainment.
Language : English.
Runtime : 141 min.
Genre : Action, Drama, Science Fiction.

Movie ‘Logan’ was released in February 28, 2017 in genre Action. James Mangold was directed this movie and starring by Hugh Jackman. This movie tell story about In the near future, a weary Logan cares for an ailing Professor X in a hide out on the Mexican border. But Logan’s attempts to hide from the world and his legacy are up-ended when a young mutant arrives, being pursued by dark forces.

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Il netbook è morto

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Oltre a segnare la fine del 2012, il 31 dicembre scorso ha segnato anche la fine dei netbook, i piccoli computer portatili e molto economici sui quali i principali produttori di PC hanno puntato negli ultimi anni per rilanciare le vendite dei loro prodotti. Secondo il sito di informazione tecnologica DigiTimes, a partire da quest’anno Asus interromperà la produzione dei netbook della linea Eee PC, lanciata nel 2007 e rapidamente imitata da altri produttori. La società si limiterà a vendere le proprie giacenze e lascerà perdere questo tipo di computer, che non sta più riscuotendo un particolare interesse, soprattutto da quando esistono i tablet. Un altro grande produttore di computer portatili, Acer, non ha alcun piano per proseguire con la produzione dei netbook.

Come ricordava alcuni giorni fa Charles Arthur sul Guardian, Asus e Acer erano le ultime due società rimaste a produrre netbook, nella speranza di vendere ancora diversi milioni di dispositivi nei paesi emergenti in Asia e in Sudamerica. Gli spazi per questo tipo di prodotto si sono però ridotti, soprattutto da quando ci sono tablet e smartphone economici tra cui scegliere. Altre società come Samsung, HP e Dell avevano già smesso da tempo di produrre netbook, concentrandosi sulla vendita di computer portatili tradizionali, ma meno costosi, e sui tablet.

I netbook nacquero in un particolare momento per l’industria dei computer: a causa dell’inizio della crisi economica su scala globale le vendite di nuovi dispositivi iniziavano a ridursi sensibilmente e stava crescendo la richiesta di computer portatili più pratici da portarsi in giro, per potersi collegare con più facilità a Internet tramite le reti WiFi che si stavano diffondendo rapidamente. Asus fu tra le prime società che provò a rispondere a questa esigenza inventandosi una sorta di portatili in miniatura con schermo tra i 7 e i 9 pollici, tastiera più piccola e compatta, un minuscolo trackpad per spostare il puntatore sullo schermo e un processore poco potente, ma con il pregio di consumare poca energia per fare durare più a lungo la batteria.

A vederli, i primi netbook assomigliavano ai computer che si trovano di solito nei negozi di giocattoli, ma avevano il vantaggio di costare relativamente poco (meno di 200 euro) e di essere più leggeri e maneggevoli dei classici laptop. Richiedevano però un certo allenamento per riuscire a usare la piccola tastiera senza incartarsi sui tasti, una buona vista a causa dello schermo poco definito e una discreta dose di pazienza a causa della lentezza nell’eseguire alcuni tipi di operazioni. Per ridurre al minimo il prezzo finale, i produttori si accordarono con Microsoft per installare sui loro netbook versioni ridotte e alleggerite di Windows. C’erano comunque anche versioni con il sistema operativo Ubuntu, basato su Linux, che permettevano di avere un ulteriore risparmio grazie alla mancanza della licenza da pagare a Microsoft per Windows.

Grazie al prezzo vantaggioso e all’effetto novità, nei primi anni i netbook ebbero un notevole successo. Gli analisti produssero rapporti estremamente ottimistici, prevedendo grandi vendite per questo tipo di dispositivi negli anni a venire, anche grazie all’uscita di modelli effettivamente migliori con schermi con qualche pollice in più e tastiere più comodo. Per quello appena iniziato, per esempio, fu prevista la vendita di almeno 139 milioni di nuovi netbook, cosa che con il senno di poi appare del tutto irrealistica, considerato che tutti i principali produttori hanno abbandonato i portatili in miniatura. Ma prima dell’arrivo dei tablet, il futuro per molti erano i netbook e tutti provarono a creare propri modelli, a modo loro.

Nokia ci provò con il Booklet 3G, che aveva il pregio di avere una antenna 3G per scaricare i dati anche in movimento su rete cellulare. Ma costava diverse centinaia di euro in più rispetto ai modelli di netbook base, e non ebbe un grande successo. Le vendite di questi dispositivi per un certo periodo furono anche spinte dagli operatori telefonici: iniziarono a offrire ai loro clienti la possibilità di prendere un computer in abbonamento associato con una chiavetta 3G. La cosa per un certo periodo funzionò e portò all’attivazione di molti nuovi piani dati. Ma l’uso di un netbook con chiavetta era macchinoso e l’antenna 3G faceva aumentare il consumo della batteria, che così durava molto meno.

Seppure per un breve periodo, i netbook furono comunque un successo commerciale. Ne furono venduti milioni di esemplari, ma il modello di affari si rivelò poco vantaggioso per i produttori di computer. I margini di guadagno erano bassissimi: c’erano la necessità di mantenere i prezzi bassi e, nonostante gli accordi, quella di pagare le licenze a Microsoft per Windows con un costo che oscillava tra i 30 e i 50 dollari a seconda della versione del sistema operativo. A conti fatti, per chi costruiva i netbook rimanevano in cassa poche decine di dollari di guadagno, cosa che esponeva l’intero settore a notevoli rischi se la domanda fosse diminuita.

Nonostante fosse in corso il momento più grave per la crisi finanziaria globale, tra il 2008 e il 2009 le cose per i netbook andarono bene con una costante crescita delle vendite. Poi arrivò il 2010 e le cose peggiorarono nell’arco di un anno: negli Stati Uniti si passò da 2 a 1,5 milioni di netbook venduti. Alla fine dell’anno seguente le vendite dimezzarono ulteriormente, segnando l’inizio della crisi di questo tipo di computer. Le cose non erano andate meglio su scala mondiale: si passò dai 9 milioni di netbook consegnati a inizio 2010 a 6,2 milioni a fine 2011. Ma che cosa era successo per determinare un cambiamento così repentino?

A inizio 2010, spiegano sempre sul Guardian, Apple aveva presentato il suo primo iPad, una cosa che prima non esisteva (non fatta così, per lo meno) e che aveva molti dei pregi dei netbook senza averne i difetti. Poteva essere portato in giro facilmente, era leggero, sempre collegato a Internet, con uno schermo di dimensioni ragionevoli e ben definito e soprattutto con una durata della batteria incomparabile con qualsiasi altro netbook in commercio. Non aveva la tastiera, certo, ma in compenso aveva uno schermo che rispondeva al tocco delle dita evitando il difficile e doloroso uso dei minuscoli trackpad dei portatili in miniatura. Infine, il sistema operativo che utilizzava era stato appositamente studiato per un dispositivo fatto in quel modo, cosa che non era stata fatta fino in fondo e con completezza per i netbook.

www.ilpost.it

Debutta il 3D ad alta velocità, il cinema è a una svolta

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Il cinema sta per cambiare volto con l’arrivo del 3D high frame rates (Hfr), la cosiddetta alta velocità cinematografica? Il debutto del primo capitolo de «Lo Hobbit» il primo film girato e mostrato nelle sale con l’apporto di questa nuova tecnologia ci impone di dare una risposta. Che purtroppo non può essere netta. Diciamo che, in questo momento è: sì e no.  Più precisamente: se ci saranno dei passi avanti nel suo sviluppo l’Hfr diventerà lo standard futuro per ogni tipo di film. Se invece non subirà sviluppi significativi rimarrà lo standard solo di alcuni tipi di film.

HFR – Per chi non lo sapesse spieghiamo subito in cosa consiste l’Hfr. Dall’avvento del sonoro i film sono stati girati generalmente usando un numero di fotogrammi per secondo, 24, pari al minimo indispensabile per sincronizzare l’audio al video. Questo consentiva di risparmiare al massinmo la pellicola necessaria per girare un lungometraggio. Il problema è che il frame rate minimo in cui dovrebbe essere girato un filmato, affinché non si percepiscano sfarfallii e artefatti, si attesta sui 30 fotogrammi per secondo. E che solo a 55 fotogrammi per secondo i frames diventano del tutto indistinguibili separatamente dall’occhio umano (almeno a livello cosciente). Senza contare che per filmare gli oggetti che si muovono molto veloci sullo schermo la velocità dovrebbe anche essere maggiore. Ora però, con lo sviluppo del cinema digitale, è possibile girare film in 48 o 60 fotogrammi per secondo senza che i costi siano eccessivi in quanto non si utilizza più la pellicola e si è in grado di gestire grazie alla computer grafica in maniera efficiente la post-produzione. I vantaggi dell’Hfr dovrebbero essere evidenti: maggiore realismo, niente artefatti, occhi dello spettatore più riposati. Ma è davvero così?

LA RESA SULLO SCHERMO -Cominciamo con una frase ad effetto, ma che è la pura verità. Il 3D hfr presenta una resa sullo schermo diversa da qualunque altra. Chiamerei questa tecnica dell’iperrealismo cinematografico, che consiste nel farci vedere il film come lo vede il regista mentre lo sta girando. Questo significa che in alcune situazioni soprattutto negli esterni, più in generale nelle scene con le alte luci in cui comunque sono presenti le figure umane, l’impressione è quella di assistere ad un documentario in presa diretta. Non ad un film in senso tradizionale. Piuttosto ad una troupe che sta girando un film. Soltanto che quello che ci appare è un mondo che non c’è. E questo è uno dei punti di forza del nuovo formato: la sospensione dell’incredulità. Ciò che reale è ciò computer grafica è indistinguibile. Una scena su tutte: il duello degli indovinelli tra Bilbo e Gollum. Gollum lo abbiamovisto  evolvere nei film tratti da «Il signore degli anelli». Ora è perfetto:  un attore, un essere credibile al 100%. Solo che non esiste. Altra scena. La compagnia dei nani con Gandalf e Bilbo arriva a Granburrone la piazzetta in cui sostano è reale, materica e con esso tutto il contesto del palazzo intorno: che però non esiste. Volti, vestiti, oggetti, sono tutti di un realismo senza pari. Eppure c’è qualcosa che manca. Quel senso di finzione e di distacco che siamo abituati ad associare al cinema. Così la visione diventa in alcuni casi anche disturbante. Però in un contesto quasi documentaristico ci sono momenti che fanno intravedere una nuova straordinaria strada. Mi riferisco a tutto il girato sulle basse luci, scene notturne, albe, tramonti. In questo caso assistiamo ad una fusione perfetta tra il cinema come era e il cinema come sarà. Probabilmente la strada da seguire fino a quando almeno non ci sarà un ulteriore progresso. Probabilmente il 3D Hfr richiederebbe (e qui siamo nel campo delle ipotesi) un successivo lavoro di post-produzione per mediare tra ciò che si vede e quello che ci aspetta. Ma finchè i film dovranno uscire in varie versioni (2D, 3D 24 fotogrammi, ecc…) e finchè le sale in grado di trasmettere questo tipo di formato saranno largamente minoritarie è improbabile che ciò avvenga. Vedremo tuttavia cosa succederà con i futuri Avatar di James Cameron. Resta comunque il ricordo di una qualità visiva senza pari (grazie all’ottima taratura dei proiettori della sala Energia del cinema Arcadia di Melzo dove ho visto il fim) con cui tutti dovranno in ogni caso fare i conti.

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