Sul dromedario con Google Street View

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La nuova frontiera di Google Maps è il deserto di Liwa, negli Emirati Arabi Uniti. Per mostrarcelo lo staff di Google ha noleggiato un dromedario.

Lo abbiamo visto fare lo slalom tra la folla a Venezia, intrufolarsi dentro un sommergibile, andare in cerca di testuggini per le Galapagos… e chi lo ferma più? Stiamo parlando del celebre trekker di Google Street View (il sistema di fotocamere a forma di sfera), che ieri ha lanciato online la sua prima passeggiata virtuale nel deserto, quello di Liwa (emirato di Abu Dhabi).

IMPATTO (QUASI) ZERO. Gli addetti hanno installato il trekker su un dromedario, il che, afferma Google, «ha permesso di catturare immagini autentiche e ridurre al minimo il nostro impatto sull’ambiente circostante».

COME IN UNA CAROVANA. Il deserto di Liwa si estende per circa 100 km da est a ovest e per non farci perdere nella vastità sabbiosa Google ha suddiviso le immagini raccolte in sei diverse aree di “esplorazione”. Se avete qualche minuto (o qualche ora) per fantasticare potete fare un giro qui e scoprire dune di sabbia che raggiungono i 40 metri di altezza, cercare l’oasi più grande della penisola arabica o immaginare di essere in testa a una carovana di commercianti di 3 mila anni fa.

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Ecco il Giappone in quattro mosse

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Pianeta Giappone. Un astro su un’orbita lontana, ancora poco conosciuto ai più. Ma tutto da esplorare. Anche perché resta a oggi fuori dai grandi flussi turistici: attira soltanto 10 milioni di visitatori all’anno, un’inezia per un grande Paese, confrontato con gli 80 milioni della Francia o i 60 dell’Italia. Eppure l’arcipelago del Sol Levante riserva tante sorprese, soprattutto al visitatore che voglia uscire dal clichè templi laccati-ciliegi in fiore-selezione di sushi.

Giappone

Prendiamo Tokyo. Certo, si farà tappa al quartiere di Asakusa, con le sue viuzze di altri tempi e il Senso-ji, il più antico tempio della capitale. E non ci si farà mancare una passeggiata tra le vetrine di Ginza o di Roppongi Hills. Ma un’esplorazione più sorprendente è quella delle subculture giovanili. Basta prendere la metropolitana (affollata ma ordinata e facile da navigare grazie alle indicazioni in inglese) e scendere a Omotesando, il grande viale alberato paragonato agli Champs-Elysees parigini. Qui un pubblico di professionisti eleganti sfila tra le boutique dei migliori nomi del fashion occidentale. Eppure, avviandosi verso la fine, il panorama comincia a cambiare: al semaforo pedonale, la ragazza che traballa su zeppe inverosimili, tutta infiocchettata di bianco e rosa confetto, segnala che si sta entrando in un altro territorio. E’ Harajuku e la sua arteria pulsante, Takeshita Dori, il regno dei teenager trendy nelle loro manifestazioni più estreme. Camminando lungo questi 400 metri sembra di finire in un anime, un cartone giapponese popolato dalle fantasie più stravaganti: colori sgargianti, copricapi bizzarri, calzature impossibili. Nessuno è uguale a un altro, eppure tutti seguono un codice: è il regno del cosplay, il «costume play» a imitazione dei manga. Salutare venirci con i figli adolescenti, per un bagno di umiltà stilistica fuori dalla solita divisa Abercrombie/Hollister.

Poi si può fare come Scarlett Johannson in Lost in Translation, che si lascia alle spalle la confusione (sentimentale) e prende lo Shinkansen, il treno proiettile, diretta a Kyoto. In poco più di due ore si arriva nella capitale culturale del Giappone (che per oltre mille anni è stata anche la capitale politica). Tutto ciò che comunemente associamo alla tradizione nipponica, dalla cerimonia del tè al teatro Kabuki al buddismo Zen, ha preso la mosse da qui. Ambasciatore di tutto questo è il sindaco della città, Daisaku Kadokawa, un personaggio che gira sempre in kimono (ce l’ha anche stampato sul biglietto da visita) e che si esalta a descrivere i valori comuni con l’Italia, specialmente con Firenze, il cui gemellaggio con Kyoto celebrerà i cinquant’anni nel 2015. La città è punteggiata di templi buddisti e santuari shintoisti, dal Padiglione d’oro raccontato da Yukio Mishima alla foresta di archi rossi del Fushimi Inari al giardino di pietre del Ryoan-ji. Ma anche qui, se si vuole sbirciare l’anima più nascosta, bisogna fare qualcos’altro: magari assistere a una cerimonia del tè. Una possibilità è andare da Fukujuen, una specie di Fortnum & Mason londinese in formato ridotto. La sorpresa è all’ultimo piano, dove è allestita una stanza del tè. Si entra attraverso una piccola porticina scorrevole, costretti a inchinarsi in segno di umiltà, e ci si accoccola davanti al tokonoma, la nicchia con calligrafia, fiore e incenso che richiama l’altare Zen. Una giovane e graziosa maestra di cerimonie (ma già con quindici anni di esperienza alle spalle) esegue una danza di gesti stilizzati fino all’estenuazione, in un concentrato di eleganza e raccoglimento. Per apprezzarne appieno i significati, ci si può lasciar guidare da «Lo zen e la cerimonia del tè» di Kazuko Okakura. Anche se, dopo aver gustato la bevanda verde, la prosa del mondo riprende il sopravvento e ci si dirige alla cassa per pagare.

Oltre Kyoto, per chi avesse ancora giorni a disposizione, riserva emozioni forti Hiroshima, la città del bombardamento atomico. Oggi è stata interamente ricostruita, a eccezione della Cupola della Bomba-A, l’edificio semidistrutto che si trovava più o meno sotto l’epicentro dell’esplosione: una struttura calcinata, di ferro e cemento, che è ancora adesso un memento terribile sugli orrori della guerra. Poco distante si rende omaggio al toccante monumento a Sadako, la ragazzina che voleva piegare mille gru di carta prima di morire, raccontata ne «Il gran sole di Hiroshima» di Karl Bruckner. Anche qui è consigliabile portarci i ragazzi, magari dopo aver letto il libro. Nello stesso parco si visita il Museo della Pace, che racconta la storia di quel 6 agosto 1945. La raccolta di vestiti bruciacchiati, quaderni scolastici sgualciti, oggetti personali contorti, è qualcosa che stringe allo stomaco. Ma ancora più toccante è andare al vicino Memoriale alle Vittime e ascoltare la testimonianza diretta di uno dei sopravvissuti al bombardamento: quegli scampati, ormai ottantenni o più, tengono conferenze in cui raccontano la loro terrificante esperienza (si può contattare il Memoriale via internet per ottenere informazioni).

Per congedarsi dal Giappone con l’animo rasserenato, l’ultima tappa può essere l’isola di Miyajima, di fronte a Hiroshima. La si raggiunge con un traghetto veloce, ma è consigliabile fermarcisi un giorno, magari soggiornando in un ryokan, una locanda tradizionale dove si dorme sui futon e si consuma una cena kaiseki, in una successione infinita di piccole deliziose portate. Il migliore è Iwaso, ma ci sono anche alternative più economiche. Oppure si può prendere una stanza al Grand Hotel Aki, sulla costa antistante, per guardare la mattina dal balcone il levarsi del sole alle spalle dei monti dell’isola. L’attrattiva principale di Miyajima è il santuario shintoista di Itsukushima, che risale al VI secolo dopo Cristo (la struttura attuale è del XVI secolo). Circondato da frotte di cerbiatti selvatici, il tempio sorge sulla riva del mare e i suoi colori rosso-arancio si stagliano sul blu delle acque. Di fronte, quasi a fluttuare su di esse, O-Torii, il grande portale che è diventato uno dei simboli del Giappone. Lo spettacolo serale, quando colonne e tetti spioventi si illuminano, è di quelli che non si dimenticano.

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Perché le copertine dei libri sull’Africa sono tutte uguali?

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Devo ammettere che la mia passione per i viaggi, non mi ha spinto mai a scoprire il continente Africano, sebbene il fascino di quest’ultimo sia innegabile. Ma questa notizia mi ha colpito particolarmente per la bizzarria del contenuto e per il comportamento stereotipato che spesso si utilizza per invogliare all’acquisto. Mi viene da pensare, senza falsa retorica, che l’Africa dovrebbe balzare all’attenzione di tutti, non per il patrimonio paesaggistico e culturale, noto a tutti e di indiscusso appeal, ma per le annose ed immutabili problematiche sociali ed economiche che continuano a farne, ahimè, un Mondo terzo!

Africa

L’Africa è un continente estremamente vario e complesso. Eppure, quando se ne parla si ricorre a stereotipi. Se avete mai avuto l’ambizione di scrivere un romanzo sull’Africa, allora le probabilità che il vostro editore metta un’acacia sulla copertina è molto alta. Con tanto di tramonto tinto d’arancione come sfondo e, magari, pure la silhouette di un grosso elefante. Che si tratti di Nigeria, Sud Africa, Mozambico, Botswana o Zambia questo albero con stipole spinose, a foglie bipennate con moltissime foglioline, è quasi sempre in copertina. E poco importa se le pagine raccontano una storia d’amore, d’avventura, di guerra. Simon Stevens, della Columbia University di New York, ha messo in evidenza il particolare fenomeno attraverso un curioso collage di 36 titoli differenti sull’Africa. Il motivo del cliché? Spesso la «colpa» è dei responsabili del marketing. «Senza acacia in copertina, un libro sull’Africa non si vende», la giustificazione. «La maggior parte delle copertine dei libri sull’Africa sembrano disegnate da qualcuno la cui principale idea del Continente pare arrivi dal ”Re Leone”», riassume il blog africasacountry.com.

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Giro del mondo in 53 giorni, con il treno!

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Otto settimane in giro per il mondo. 53 giorni di viaggio. Tutti in treno. O quasi. Da Londra agli Stati Uniti attraverso Cina e poi Russia tramite la Mongolia. Con ingresso in Europa, tappe in alcune delle città più affascinanti del Vecchio continente, e rientro nella capitale britannica. Un viaggio monumentale, ai limiti dell’incredibile, a bordo di alcuni dei più bei convogli come il Tsar’s Gold Private (da Pechino a Mosca tramite la Mongolia), il Venice Simplon Orient-Express, che va da Venezia fino in Inghilterra toccando tuttavia anche altre otto destinazioni europee, e il British Orient Express Pullman. Convogli extralusso per esperienze esclusive da viaggio nel tempo, prima che nello spazio. Il primo, in particolare, quello reso celeberrimo dal romanzo di Agatha Christie, è il treno d’epoca più originale del mondo con carrozze restaurate degli anni Venti. L’ultimo, invece, ne completa il percorso fra Parigi e Londra.

Un po’ d’aereo, a dire il vero, c’è. Non se ne poteva proprio fare a meno. È quello che porterà i passeggeri da Londra a New York e poi, una volta conclusa la prima, lunga tranche da venti giorni negli Stati Uniti, da San Francisco a Shanghai. Inevitabile. Ma tutto il resto è rigorosamente sui binari. A mettere a punto la singolare offerta di viaggio è stata un’agenzia britannica, la Great Rail Journeys: una traversata di tre continenti, quasi tutta in prima classe, per proiettarti all’epoca d’oro delle ferrovie. Quando il treno era l’aereo di oggi e la vacanza – per chi poteva permetterselo, ovviamente – si svolgeva in parte in carrozza.

Non un record ma quasi. O meglio: di proposte così coraggiose non si ha notizia. “Abbiamo alcuni viaggi molto lunghi fra le nostre offerte – ha detto Julian Appleyard del tour oeprator inglese alla Bbc – ma non abbiamo mai organizzato una circumnavigazione totale”. Oltre cinquanta giorni, insomma, alla modica cifra di 22.000 sterline, circa 26mila euro a testa, centesimo più centesimo meno. Partenza 18 maggio 2015. C’è quindi ancora un po’ di tempo per prenotare il proprio posto per l’itinerario che porterà i visitatori a New York in aereo e impiegherà una ventina di giorni snodandosi lungo il Nord America. Con tappe a Washington, Chicago, Denver e poi verso alcuni percorsi classici su ferro come la Royal Gorge route in Colorado, la parte più nota e affascinante della Denver and Rio Grande Western Railroad che attraversa il Grand Canyon dell’Arkansas, o la linea Durango & Silverton costruita fra 1881 e 1882 per collegare persone e merci alle miniere di oro e argento della San Juan Mountains. Panorami inimitabili. C’è anche la possibilità di variare sul tema e visitare il Grand Canyon, in Arizona, Los Angeles e arrivare in barca fino a San Francisco. Da dove si decollerà di nuovo, destinazione Cina. Ma occhio: secondo Appleyard i posti disponibili saranno appena 25, “per mantenere l’esperienza il più esclusiva possibile”.

Da quel momento in poi non ci saranno più altri mezzi di trasporto coinvolti. Nel senso che il viaggio proseguirà esclusivamente su rotaie: prima a Xian, patria dell’Esercito di terracotta nella provincia dello Shaanxi, poi verso la capitale cinese Pechino e infine tagliando la Russia attraverso la Mongolia. Senza dimenticare un assaggio di Transiberiana – inevitabile in un viaggio di questo tipo – per raggiungere Mosca. Conclude il giro del mondo la parte europea con soste a Varsavia, Praga, Vienna, Innsbruck e Venezia. Da dove i viaggiatori rientreranno a Londra.

“È chiaramente il più lungo e costoso viaggio che abbiamo mai organizzato – ha aggiunto il responsabile dell’agenzia londinese – è dunque destinato a persone in salute e, considerando i 53 giorni, che abbiano molto tempo da spendere”. È vero: è il più lungo attualmente sul mercato anche se non mancano delle alternative appena più comode. Sebbene per i prezzi ci si muova sempre intorno alle 20mila sterline. È il caso di un’altra compagnia – la gallese Ffestiniog Travel – che offre lo stesso tipo di itinerario ma in 40 giorni e al contrario, cioè partendo dal Canada. Tutti in carrozza.

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Cento anni a Grand Central

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Il primo febbraio 1913 oltre 150 mila persone si riunirono sulla 42esima strada di New York per partecipare all’inaugurazione della nuova stazione di Grand Central Terminal, a Midtown Manhattan, che avvenne ufficialmente alle 12.01. Davanti a loro c’era una massiccia struttura in stile Beaux-Arts, lo stesso che pochi anni prima era stato usato anche per la celebre Gare d’Orsay di Parigi (oggi il Museo d’Orsay). All’interno, l’enorme atrio principale, alto 38 metri e largo ottanta. Il giorno dopo l’inaugurazione, il New York Times dedicò all’evento uno speciale di otto pagine (che il giornale ha ripubblicato qui in PDF per l’occasione).

Grand Central Station Celebrates 90 Years

Grand Central Terminal, chiamato anche Grand Central Station (ma è un errore, come ricorda un indovinello nel film di Spike Lee Inside Man) o semplicemente Grand Central, è una stazione ferroviaria nel centro di Manhattan, la più importante nella città di New York. Ma è anche un simbolo della città e una delle sue mete turistiche più visitate, diventato famoso in tutto il mondo anche grazie ai numerosi registi che hanno deciso di ambientarvi alcune scene per i loro film (Intrigo internazionaleCarlito’s Way e Superman, per citarne solo qualcuno).

La struttura è celebre per il soffitto dell’atrio principale, dipinto con il firmamento e rimasto coperto per decenni da uno strato nero, a causa del fumo delle sigarette fumate qualche metro più sotto; per le scalinate di marmo, modellate su quelle dell’Opera di Parigi; e per il grande orologio in cima al banco delle informazioni, anche questo nell’atrio principale, che ha le quattro facce di opale ed è valutato intorno ai 10 milioni di dollari. Attrazioni turistiche e film a parte, un momento molto famoso della sua storia recente è stato quando il gruppo di artisti newyorkesi ImprovEverywhere ha “congelato” il salone principale il 31 gennaio 2008, il giorno prima del 95esimo compleanno della stazione.

Grand Central Terminal è la stazione con il maggior numero di piattaforme di arrivo dei treni nel mondo, ben 44 su due piani, e una delle più affollate, con circa 700 mila persone che ci transitano ogni giorno (è aperta dalle 5.30 alle due di notte); circa 10 mila sono visitatori e gente che va a fare acquisti nell’ottantina di negozi e ristoranti della struttura.

Il centenario della stazione, che ha una sezione del sito ufficiale dedicato, verrà celebrato con una lunga serie di eventi lungo tutto il corso del 2013. Oggi, per esempio, oltre a concerti e letture pubbliche nella stazione, alcuni negozi e ristoranti cambieranno i loro prezzi con quelli del 1913. Grand Central ha una pagina Facebook e un account Twitter molto attivo, che utilizza per postare informazioni sul centenario e fotografie.

Disastri e magnati
Ma che cos’ha di particolare Grand Central, al di là dell’architettura e dei flash mob? Nella sua storia ci sono molte cose interessanti. L’enorme area su cui sorge tuttora, circa 200.000 metri quadrati d’estensione, venne comprata da Cornelius Vanderbilt (1794 – 1877) insieme alla New York Central Railroad intorno al 1860, durante le sue feroci battaglie per il controllo del traffico ferroviario tra New York e Chicago. Vanderbilt è uno dei personaggi più famosi della storia americana: il prototipo del self-made man, figlio di genitori poveri, che costruì un impero commerciale nelle spedizioni e nelle ferrovie fino a essere, al momento della sua morte, l’uomo più ricco d’America.

Inizialmente dal Grand Central Depot – costruito nel 1871 da Vanderbilt, al costo di 6,4 milioni di dollari – non passavano molti passeggeri: la struttura iniziale serviva solo come deposito e stazione di passaggio. Ma la zona di Midtown, a Manhattan, andò incontro a una rapidissima espansione edilizia negli ultimi decenni dell’Ottocento, intorno alla stazione, che divenne così importante da diventare un terminal, cioè una stazione in cui i treni veri e propri terminano la corsa. I Vanderbilt sono ancora presenti a Grand Central, ad esempio in tutti gli orologi della stazione, che portano una piccola ghianda di ottone: un riferimento al simbolo della famiglia.

La costruzione del nuovo Terminal, iniziato nel 1903, ha però la sua origine in una strage. L’epoca dei treni a vapore non era ancora terminata, anche se in diverse zone non erano più in uso: circolavano ancora nel tunnel di Park Avenue, però, e l’8 gennaio 1902 un treno si scontrò nella galleria piena di fumo uccidendo 15 persone e ferendone 38. Ci fu una reazione molto forte dell’opinione pubblica, che chiese che si passasse immediatamente ai treni elettrici. Una settimana dopo il disastro venne annunciato un piano per espandere il tunnel di Park Avenue e allargare la stazione Grand Central.

Entro la fine dell’anno arrivarono i nuovi piani di massima: la vecchia stazione sarebbe stata demolita e al suo posto se ne sarebbe costruita una nuova, a due livelli, interamente servita da treni elettrici. Passando all’elettricità si sarebbe eliminato il fumo e il vapore che rendevano i treni e le ferrovie cittadine decisamente ingombranti e pericolose, e treni senza vapore erano la premessa per costruire due livelli di banchine uno sopra l’altro.

L’idea più importante – non originale però, come sa chi ha letto la storia della metropolitana di Londra, che ha appena compiuto 150 anni – fu probabilmente quella di costruire le banchine di arrivo sottoterra, invece che adiacenti all’edificio della stazione. Anche i binari che conducevano alla stazione vennero spostati sottoterra e davanti alla stazione, al posto di un “muro” di 14 isolati costituito dalla ferrovia e su cui aleggiavano i fumi dei treni, si aprì il nuovo e largo Park Avenue come lo conosciamo adesso, cambiando l’urbanistica della zona e rendendola ben più ricercata per gli investimenti immobiliari. Grand Central diventò in pochi anni la stazione più trafficata degli Stati Uniti.

Durante la Seconda guerra mondiale, i sotterranei della stazione, profondi una sessantina di metri, diventarono una specie di appendice dell’apparato di sicurezza americano: Franklin Delano Roosevelt ci fece costruire un binario segreto, il numero 61, su cui era parcheggiato permanentemente – e lo è tuttora, pesando 142 tonnellate – un vagone con cui avrebbe potuto lasciare la città in caso di pericolo (venne usato solo una volta, nel 1944, ma dalla stazione all’Astoria). Il binario era collegato a una zona sotto l’hotel Waldorf Astoria. Nei sotterranei della stazione c’è anche l’M42, il punto più profondo accessibile sotto Manhattan, la cui esistenza è stata negata dai proprietari di Grand Central fino alla fine degli anni Ottanta.

Il misterioso spazio M42, che non compare neppure nei progetti originali, era semplicemente il luogo in cui si trovavano gli enormi generatori elettrici che fornivano l’energia ai 63 binari della stazione. Vista l’importanza decisiva della stazione come snodo di passaggio per l’esercito statunitense diretto in Europa, si decise di tenere segreta il più possibile il luogo dove si trovavano i generatori.

Il momento più difficile per Grand Central arrivò dopo la guerra. Verso la fine degli anni Sessanta la stazione era decisamente un postaccio, dato che le autostrade e il trasporto aereo facevano parecchia concorrenza ai treni. Grand Central divenne un luogo di rifugio per centinaia di senzatetto, un luogo sporco e in stato di semi-abbandono. Si pensò quindi di demolirla – come avvenne per il vecchio edificio di Pennsylvania Station nel 1963 – ma nell’agosto del 1967 una nuova commissione per la conservazione dei monumenti storici della città dichiarò Grand Central un edificio storico, salvandolo dalla demolizione.

Per diverso tempo, comunque, Grand Central continuò ad essere un posto dove non era molto piacevole stare: questo finché la Metropolitan Transportation Authority prese in gestione la stazione, nel 1994, avviando un enorme progetto di restauro della durata di 12 anni che ha rimesso a nuovo la stazione, al costo di oltre 160 milioni di dollari, per farla tornare più o meno come doveva essere stata il 1 febbraio di cento anni fa. Un ultimo dato: la stazione è gestita dalla MTA ma è una proprietà privata. Il suo proprietario è il 52enne Andrew S. Penson, un investitore immobiliare di Manhattan che la rilevò nel 2006. MTA paga a Penson 2,24 milioni di dollari l’anno in affitto, con un contratto che scade il 28 febbraio 2274 ma ha un’opzione per l’acquisto della struttura e dei binari nel 2017.

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Quei 22 milioni a Hong Kong…

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Le capitali mondiali del turismo: ora e sempre più in Asia. Lo conferma l’annuale Top 100 Cities Destination Rankings, edito da Euromonitor International, che misura gli arrivi internazionali (cioè di turisti di Paesi di nazionalità diversa da quella della località che li ospita) in tutto il mondo, relativi al 2011. Hong Kong e Singapore si confermano al primo e secondo posto, rispettivamente con 21,8 e 19,8 milioni di arrivi, entrambe con incrementi notevoli, rispettivamente 8,8 e 8,7 per cento rispetto al 2010. Terza, a sua volta una riconferma, Londra, ma a 15,1 milioni e con un progresso limitato al 2,1 per cento, insidiata, oltretutto, da Kuala Lumpur (13,3 milioni e più 16 per cento). E se forse – causa Giochi Olimpici – non sarà il 2012, non ancora censibile su così vasta scala, l’anno del sorpasso, il destino sembra inevitabile, perché la top ten pullula di “tigri” e “dragoni: Macao (5a a 12,9 milioni, più 8,4) precede Bangkok (12,4 milioni, più 12,5) e la sorprendente Antalya, Turchia, che straccia Istanbul (sono rispettivamente 7ma a 12,0 milioni, più 13,3 e 10ma a 9,8 milioni, ma con un più 20,2). A completare questa élite, la prima destinazione cinese, che non è Pechino né Shanghai, ma Shenzhen, 8a con 10,9 milioni di visitatori e un più 6,3 per cento; e, 9a, New York, a 10,0 milioni con un modesto incremento del 3,5 per cento.
In un mondo dove l’Occidente si contrae quando i Paesi emergenti semmai rallentano la propria crescita, e va avanti a passo lento quando l’Oriente vola, è ovviamente il turista asiatico a dettare legge. Parigi è solo dodicesima (8,4 milioni), Roma, che perde 4 posizioni rispetto al 2010, è 18ma con poco meno di 6 milioni di ospiti stranieri, ma con un più 4,4 per cento che non è male, per gli standard di crescita medi del blocco Europa-Nord America. Prima della Città Eterna ci sono anche l’altra sorpresa cinese Guangzhou, Dubai, (“finalmente”) Shanghai, Miami, La Mecca e Pattaya (Thailandia).

A livello di destinazioni europee, Barcellona è 20ma, Budapest 24ma, davanti ad Amsterdam. Praga 29ma, precede Berlino e Vienna. Nelle prime 100 destinazioni mondiali compaiono anche le 2 città d’arte italiane ante litteram e la capitale economica. Proprio Milano ottiene il risultato migliore, con 2,07 milioni di arrivi, il 66mo posto, una sola posizione persa e un 4,8 per cento in più rispetto al 2010. Poi c’è Venezia (76ma, ma in questo caso con 2 posizioni guadagnate, pari a 1,83 milioni, più 4,7 per cento) e poco distante Firenze (78ma, una posizione meglio dell’anno prima, per 1,81 milioni e un incremento del 4,5).
Dati in parte sorprendenti, in realtà diretta conseguenza del trend economico-demografico mondiale. Numeri che, osservati da dentro, sono ancora più interessanti. Perché se Hong Kong (dove i turisti cinesi contano ancora come stranieri), attinge il 50 per cento del suo bacino di utenza, appunto, dalla vicina “madrepatria di fatto”, 4 ospiti di Singapore su 10 vengono dalla Malaysia. E la stessa ex colonia britannica può vantare incrementi a doppio zero nei flussi turistici provenienti da Indonesia, Corea del Sud, Malaysia, Thailandia, e dalla stessa citta-stato che le contende il primato. Non è solo il gigante da 1,5 miliardi di abitanti, in altre parole, a muovere le acque e risultati clamorosi. Come quello ottenuto dal Vietnam, con Hanoi e Ho Chi Minh City entrambe in crescita del 40 per cento. Ancora, ad un occhio europeo desterà sorpresa trovare, appunto, Shenzhen e Guangzhou, sentite nominare a stento,  davanti a Shanghai e Pechino. In realtà, i conti tornano: si tratta di metropoli dell’ultima ora, cresciute a dismisura, e non a caso, attorno a Hong Kong e Macao, con le quali “confinano”. E i milioni di turisti che attirano non sono né di provenienza europea, né cinese (in questo caso i discendenti di Mao e Confucio contano come “interni”), ma quelli in arrivo dal resto dell’Asia, oltre agli stessi abitanti di Hong Kong e Macao, che magari decidono di trascorrere un weekend low cost: come gli inglesi che attraversano la Manica, o qualche italiano del Nord che va a sciare a Livigno dove benzina, sigarette e alcol costano meno.

Altri dati, a dimostrazione di un turismo in grande divenire. Le località balneari più gettonate si trovano tutte in Asia (Miami non può essere considerata esclusivamente una destinazione “sole e mare”). A cominciare da Antalya, appunto, che non sarà Asia nel senso in cui siamo abituati a pensare il Grande Oriente (è poco lontana da Cipro), ma ha saputo attirare i primi turisti russi e ora si permette di surclassare Istanbul, da sempre considerata una delle più belle città del pianeta. In un ipotetico podio di destinazioni estive, la città turca precede Pattaya e Phuket, entrambe in Thailandia, entrambe frequentate da europei e italiani, ma, ovviamente, non solo.

All’Occidente, per continuare a restare nell’élite del turismo mondiale, non resta, e non resterà, che attirare i turisti dei nuovi mercati. L’Italia sembra aver già cominciato a farlo “Roma in particolare ha registrato un buon progresso – spiega Angelo Rossini, Travel and Tourism Analyst presso Euromonitor International. – In parte, questo è dovuto al ritorno di flussi tradizionali, americani e giapponesi in particolare, in parte al primo sviluppo di una forma di turismo organizzato dalla Russia, ma anche dalla Cina”. “L’Italia e l’Europa in generale – dice ancora Rossini – sembrano aver tratto beneficio dalla nascita del turismo low cost. Il moltiplicarsi dell’offerta di voli diretti economici, di offerte alberghiere allettanti, il tutto anche grazie al fenomeno della prenotazione online, ha innescato il fenomeno dei “city breaks”, con effetti positivi in particolare per le città del Vecchio Continente”. E per favorire i flussi turistici provenienti dai Paesi emergenti, Europa e Nordamerica dovranno in qualche modo allentare la morsa dei visti e dei controlli. Sia Londra che Washington hanno cominciato a farlo, almeno per specifici Paesi, come Cina e Brasile.

Al di là dei meccanismi macroeconomici, le località vincenti hanno ancora una volta dimostrato la loro capacità di proporsi come destinazioni allettanti. Hong Kong ha saputo creare una serie di eventi a tema capaci di attirare i turisti asiatici, Singapore sta valorizzando grandi kermesse, non ultimo il Gp di Formula 1, e contemporaneamente crea attrazioni e parchi a tema a ritmi forsennati; Londra, anche senza le Olimpiadi, i cui risultati si vedranno tra un anno, resta un concentrato di grandi eventi, oltreché una delle località meglio raggiungibili al mondo, nonostante la collocazione isolana e l'(apparente?) omologa natura dei suoi abitanti.

Euromonitor International, azienda leader nel settore dell’analisi di marketing strategico ricava queste classifiche dai dati statistici ufficiali dei diversi Paesi (e città), incrociandoli con quelli del traffico aereo e dei flussi alberghieri. Secondo gli analisti della società, con quartere generale a Londra e locazioni strategiche nei grandi hub mondiali, il 2012 registrerà incrementi almeno pari a quello (7 per cento medio per le località top 100) visto nel 2011. Ma, crisi e recessione permanenti, saranno soprattutto Asia-Pacifico, Medio Oriente, Africa e America Latina a guidare la crescita. E per incoraggiare il turismo nel prossimo quadrienno – concludono gli analisti – una politica di allentamento della stretta dei visti sarebbe quanto mai auspicabile.

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Che bello vivere a Nashville – 40 anni dopo, il mito si rinnova

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L’ultima volta che Nashville era stata così popolare, Richard Nixon aveva appena abbandonato la Casa Bianca. Correva il 1974, quasi quarant’anni fa, e Robert Altman si era lasciato convincere ad esplorare le potenzialità di una sceneggiatura ambientata in questa singolare città del Tennessee: conservatrice, sonnolenta e un po’ razzista, da una parte; ma anche liberal, eccitante e piena di musica, dall’altra.

Nashville

Alla fine il fascino di Nashville aveva sedotto il regista, che camminando per le sue strade e incontrando la gente, si era deciso a girare il film forse più famoso della sua carriera. Il mondo così si era accorto che nel cuore del sud americano c’era questa curiosa mecca della musica country, dove giovani di talento, impresari senza scrupoli e anche politici venivano a ritagliarsi la loro fetta di sogno americano. Un mito era nato, dietro la faccia levigata di Keith Carradine e le note di “I’m Easy”, anche se i veri musicisti country che popolavano la città avevano preso quella pellicola quasi come un’offesa. Carrellata sul futuro, quarant’anni dopo. Cosa è restato in piedi di quel mito? Dal 1975 ad oggi, quasi l’oblio. Nashville è rimasta nell’immaginario collettivo come era nel film di Altman, mentre il resto del sud si sviluppava, con Atlanta, Dallas, Houston, Miami, Austin, San Antonio, Phoenix e persino Charlotte, lanciate molto più velocemente nel futuro.

Senonché, l’America ad un certo punto ha deciso di ridare un’altra occhiata a questa città, e cosa ha trovato? La musica country è ancora qua, glorificata anche da una nuova serie televisiva della Abc, che naturalmente si chiama “Nashville” e racconta la rivalità tra due donne cantanti. La popolazione è cresciuta, fino a 600.000 abitanti nel comune e 1,6 milioni nell’area metropolitana, e l’economia è andata di pari passo. Il resto del paese, il resto del sud che aveva fatto il passo più lungo della gamba, ha subito la crisi economica come un colpo basso: Nashville, invece, alla fine del 2012 aveva la disoccupazione oltre due punti sotto la media nazionale. Grazie all’industria della musica, certo, ma anche quella della sanità, le assicurazioni, le automobili, l’editoria religiosa, l’istruzione di alto livello, guidata dalla Vanderbilt University. E’ ancora una strana città meridionale, dove gli hippie e i musicisti capelloni camminano per il centro insieme ai fedeli cristiani della destra religiosa; è ancora, insieme, liberal e conservatrice, e ciò fa parte del fascino che sta attirando sempre più giovani e immigrati. Un posto a dimensione d’uomo, come si diceva un tempo, pieno di carattere.

Un po’ l’hanno aiutata le celebrità che non si sono mai allontanate, tipo la coppia reale del cantante Keith Urban e Nicole Kidman. Un po’ è stata la noia per le grandi aree urbane cresciute troppo, tipo Atlanta. Un po’ la saggezza dei politici come il sindaco Karl Dean, che ha investito 623 milioni in un grande centro congressi dentro la città, offrendo agevolazioni fiscali a chiunque volesse trasferirsi da queste parti. Risultato: Nashville si è ritrovata di colpo in testa a tutte le classifiche sulla qualità della vita. Un sondaggio Gallup l’ha inserita ai primi cinque posti delle regioni americane dove la crescita economica è più facile; le associazioni degli imprenditori l’hanno qualificata come una delle migliori città per le start up tecnologiche; e i critici i sono appassionati ai suoi ristoranti. Il tutto è stato riassunto dalla rivista GQ in una parola: “Nowville”. Il posto in assoluto, quello dove trovarsi ora, è diventato Nashville, anche per lo snob New York Times che le ha dedicato uno speciale.

Troppa fretta? Gloria passeggera? Anche la gente del posto, sindaco compreso, ammette che c’è ancora molto da lavorare: rafforzare le infrastrutture, garantire servizi migliori, potenziare le scuole, superare una volta per tutte le tensioni razziali. Chi rinasce dopo quarant’anni di oblio, però, finisce per convincersi di essere immortale.

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