Che bello vivere a Nashville – 40 anni dopo, il mito si rinnova

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L’ultima volta che Nashville era stata così popolare, Richard Nixon aveva appena abbandonato la Casa Bianca. Correva il 1974, quasi quarant’anni fa, e Robert Altman si era lasciato convincere ad esplorare le potenzialità di una sceneggiatura ambientata in questa singolare città del Tennessee: conservatrice, sonnolenta e un po’ razzista, da una parte; ma anche liberal, eccitante e piena di musica, dall’altra.

Nashville

Alla fine il fascino di Nashville aveva sedotto il regista, che camminando per le sue strade e incontrando la gente, si era deciso a girare il film forse più famoso della sua carriera. Il mondo così si era accorto che nel cuore del sud americano c’era questa curiosa mecca della musica country, dove giovani di talento, impresari senza scrupoli e anche politici venivano a ritagliarsi la loro fetta di sogno americano. Un mito era nato, dietro la faccia levigata di Keith Carradine e le note di “I’m Easy”, anche se i veri musicisti country che popolavano la città avevano preso quella pellicola quasi come un’offesa. Carrellata sul futuro, quarant’anni dopo. Cosa è restato in piedi di quel mito? Dal 1975 ad oggi, quasi l’oblio. Nashville è rimasta nell’immaginario collettivo come era nel film di Altman, mentre il resto del sud si sviluppava, con Atlanta, Dallas, Houston, Miami, Austin, San Antonio, Phoenix e persino Charlotte, lanciate molto più velocemente nel futuro.

Senonché, l’America ad un certo punto ha deciso di ridare un’altra occhiata a questa città, e cosa ha trovato? La musica country è ancora qua, glorificata anche da una nuova serie televisiva della Abc, che naturalmente si chiama “Nashville” e racconta la rivalità tra due donne cantanti. La popolazione è cresciuta, fino a 600.000 abitanti nel comune e 1,6 milioni nell’area metropolitana, e l’economia è andata di pari passo. Il resto del paese, il resto del sud che aveva fatto il passo più lungo della gamba, ha subito la crisi economica come un colpo basso: Nashville, invece, alla fine del 2012 aveva la disoccupazione oltre due punti sotto la media nazionale. Grazie all’industria della musica, certo, ma anche quella della sanità, le assicurazioni, le automobili, l’editoria religiosa, l’istruzione di alto livello, guidata dalla Vanderbilt University. E’ ancora una strana città meridionale, dove gli hippie e i musicisti capelloni camminano per il centro insieme ai fedeli cristiani della destra religiosa; è ancora, insieme, liberal e conservatrice, e ciò fa parte del fascino che sta attirando sempre più giovani e immigrati. Un posto a dimensione d’uomo, come si diceva un tempo, pieno di carattere.

Un po’ l’hanno aiutata le celebrità che non si sono mai allontanate, tipo la coppia reale del cantante Keith Urban e Nicole Kidman. Un po’ è stata la noia per le grandi aree urbane cresciute troppo, tipo Atlanta. Un po’ la saggezza dei politici come il sindaco Karl Dean, che ha investito 623 milioni in un grande centro congressi dentro la città, offrendo agevolazioni fiscali a chiunque volesse trasferirsi da queste parti. Risultato: Nashville si è ritrovata di colpo in testa a tutte le classifiche sulla qualità della vita. Un sondaggio Gallup l’ha inserita ai primi cinque posti delle regioni americane dove la crescita economica è più facile; le associazioni degli imprenditori l’hanno qualificata come una delle migliori città per le start up tecnologiche; e i critici i sono appassionati ai suoi ristoranti. Il tutto è stato riassunto dalla rivista GQ in una parola: “Nowville”. Il posto in assoluto, quello dove trovarsi ora, è diventato Nashville, anche per lo snob New York Times che le ha dedicato uno speciale.

Troppa fretta? Gloria passeggera? Anche la gente del posto, sindaco compreso, ammette che c’è ancora molto da lavorare: rafforzare le infrastrutture, garantire servizi migliori, potenziare le scuole, superare una volta per tutte le tensioni razziali. Chi rinasce dopo quarant’anni di oblio, però, finisce per convincersi di essere immortale.

www.lastampa.it

Una risposta

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