Ecco il Giappone in quattro mosse

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Pianeta Giappone. Un astro su un’orbita lontana, ancora poco conosciuto ai più. Ma tutto da esplorare. Anche perché resta a oggi fuori dai grandi flussi turistici: attira soltanto 10 milioni di visitatori all’anno, un’inezia per un grande Paese, confrontato con gli 80 milioni della Francia o i 60 dell’Italia. Eppure l’arcipelago del Sol Levante riserva tante sorprese, soprattutto al visitatore che voglia uscire dal clichè templi laccati-ciliegi in fiore-selezione di sushi.

Giappone

Prendiamo Tokyo. Certo, si farà tappa al quartiere di Asakusa, con le sue viuzze di altri tempi e il Senso-ji, il più antico tempio della capitale. E non ci si farà mancare una passeggiata tra le vetrine di Ginza o di Roppongi Hills. Ma un’esplorazione più sorprendente è quella delle subculture giovanili. Basta prendere la metropolitana (affollata ma ordinata e facile da navigare grazie alle indicazioni in inglese) e scendere a Omotesando, il grande viale alberato paragonato agli Champs-Elysees parigini. Qui un pubblico di professionisti eleganti sfila tra le boutique dei migliori nomi del fashion occidentale. Eppure, avviandosi verso la fine, il panorama comincia a cambiare: al semaforo pedonale, la ragazza che traballa su zeppe inverosimili, tutta infiocchettata di bianco e rosa confetto, segnala che si sta entrando in un altro territorio. E’ Harajuku e la sua arteria pulsante, Takeshita Dori, il regno dei teenager trendy nelle loro manifestazioni più estreme. Camminando lungo questi 400 metri sembra di finire in un anime, un cartone giapponese popolato dalle fantasie più stravaganti: colori sgargianti, copricapi bizzarri, calzature impossibili. Nessuno è uguale a un altro, eppure tutti seguono un codice: è il regno del cosplay, il «costume play» a imitazione dei manga. Salutare venirci con i figli adolescenti, per un bagno di umiltà stilistica fuori dalla solita divisa Abercrombie/Hollister.

Poi si può fare come Scarlett Johannson in Lost in Translation, che si lascia alle spalle la confusione (sentimentale) e prende lo Shinkansen, il treno proiettile, diretta a Kyoto. In poco più di due ore si arriva nella capitale culturale del Giappone (che per oltre mille anni è stata anche la capitale politica). Tutto ciò che comunemente associamo alla tradizione nipponica, dalla cerimonia del tè al teatro Kabuki al buddismo Zen, ha preso la mosse da qui. Ambasciatore di tutto questo è il sindaco della città, Daisaku Kadokawa, un personaggio che gira sempre in kimono (ce l’ha anche stampato sul biglietto da visita) e che si esalta a descrivere i valori comuni con l’Italia, specialmente con Firenze, il cui gemellaggio con Kyoto celebrerà i cinquant’anni nel 2015. La città è punteggiata di templi buddisti e santuari shintoisti, dal Padiglione d’oro raccontato da Yukio Mishima alla foresta di archi rossi del Fushimi Inari al giardino di pietre del Ryoan-ji. Ma anche qui, se si vuole sbirciare l’anima più nascosta, bisogna fare qualcos’altro: magari assistere a una cerimonia del tè. Una possibilità è andare da Fukujuen, una specie di Fortnum & Mason londinese in formato ridotto. La sorpresa è all’ultimo piano, dove è allestita una stanza del tè. Si entra attraverso una piccola porticina scorrevole, costretti a inchinarsi in segno di umiltà, e ci si accoccola davanti al tokonoma, la nicchia con calligrafia, fiore e incenso che richiama l’altare Zen. Una giovane e graziosa maestra di cerimonie (ma già con quindici anni di esperienza alle spalle) esegue una danza di gesti stilizzati fino all’estenuazione, in un concentrato di eleganza e raccoglimento. Per apprezzarne appieno i significati, ci si può lasciar guidare da «Lo zen e la cerimonia del tè» di Kazuko Okakura. Anche se, dopo aver gustato la bevanda verde, la prosa del mondo riprende il sopravvento e ci si dirige alla cassa per pagare.

Oltre Kyoto, per chi avesse ancora giorni a disposizione, riserva emozioni forti Hiroshima, la città del bombardamento atomico. Oggi è stata interamente ricostruita, a eccezione della Cupola della Bomba-A, l’edificio semidistrutto che si trovava più o meno sotto l’epicentro dell’esplosione: una struttura calcinata, di ferro e cemento, che è ancora adesso un memento terribile sugli orrori della guerra. Poco distante si rende omaggio al toccante monumento a Sadako, la ragazzina che voleva piegare mille gru di carta prima di morire, raccontata ne «Il gran sole di Hiroshima» di Karl Bruckner. Anche qui è consigliabile portarci i ragazzi, magari dopo aver letto il libro. Nello stesso parco si visita il Museo della Pace, che racconta la storia di quel 6 agosto 1945. La raccolta di vestiti bruciacchiati, quaderni scolastici sgualciti, oggetti personali contorti, è qualcosa che stringe allo stomaco. Ma ancora più toccante è andare al vicino Memoriale alle Vittime e ascoltare la testimonianza diretta di uno dei sopravvissuti al bombardamento: quegli scampati, ormai ottantenni o più, tengono conferenze in cui raccontano la loro terrificante esperienza (si può contattare il Memoriale via internet per ottenere informazioni).

Per congedarsi dal Giappone con l’animo rasserenato, l’ultima tappa può essere l’isola di Miyajima, di fronte a Hiroshima. La si raggiunge con un traghetto veloce, ma è consigliabile fermarcisi un giorno, magari soggiornando in un ryokan, una locanda tradizionale dove si dorme sui futon e si consuma una cena kaiseki, in una successione infinita di piccole deliziose portate. Il migliore è Iwaso, ma ci sono anche alternative più economiche. Oppure si può prendere una stanza al Grand Hotel Aki, sulla costa antistante, per guardare la mattina dal balcone il levarsi del sole alle spalle dei monti dell’isola. L’attrattiva principale di Miyajima è il santuario shintoista di Itsukushima, che risale al VI secolo dopo Cristo (la struttura attuale è del XVI secolo). Circondato da frotte di cerbiatti selvatici, il tempio sorge sulla riva del mare e i suoi colori rosso-arancio si stagliano sul blu delle acque. Di fronte, quasi a fluttuare su di esse, O-Torii, il grande portale che è diventato uno dei simboli del Giappone. Lo spettacolo serale, quando colonne e tetti spioventi si illuminano, è di quelli che non si dimenticano.

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