«Io, medico in un campo rifugiati dove i miracoli non esistono»

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Roberto Scaini di Medici Senza Frontiere racconta una notte di lavoro nel campo rifugiati di Batil in Sud Sudan.

Più di 170.000 rifugiati hanno oltrepassato il confine del Sud Kordofan e del Blu Nile, Stati del Sudan, per raggiungere i cinque campi che si trovano in aree remote e inaccessibili del Sud Sudan. Molti dei rifugiati, dopo settimane di cammino, sono arrivati debilitati nei campi, dove le condizioni di salute sono peggiorate, diventando disastrose. Nel campo di Batil, il tasso di mortalità registrato a luglio superava di oltre il doppio le soglie di emergenza, la metà dei bambini al di sotto dei due anni era malnutrita e Medici Senza Frontiere (MSF) ha dichiarato ad agosto che la situazione sanitaria era catastrofica. Fin da quando sono arrivati i primi rifugiati a novembre 2011, MSF è stato il principale fornitore di assistenza medica nei campi. Visto il peggioramento della situazione, l’équipe di MSF ha intensificato la risposta all’emergenza, concentrandosi sulle attività salva-vita più urgenti. L’intervento ha aiutato a ridurre significativamente il numero di morti nel campo di Batil. Tuttavia si tratta ancora di un’emergenza, in quanto i rifugiati dipendono totalmente dall’assistenza umanitaria.

LA TESTIMONIANZA – La notte è il momento critico nell’ospedale da campo. Iniziamo con un giro nei reparti, in modo che il medico del turno diurno possa presentarmi la situazione dei pazienti. La scorsa notte abbiamo cominciato con un uomo del reparto di degenza appena ricoverato per un sospetto di meningite. Gli abbiamo fatto una puntura lombare, prendendo un campione del liquido spinale e il risultato era torbido, il che significava che dovevamo inviare il campione al laboratorio per analisi più approfondite. Era davvero in condizioni critiche. Assistenza no-stop. L’altro posto su cui dovevo essere aggiornato è il reparto di terapia intensiva per i pazienti gravemente malnutriti. La scorsa notte tutti i pazienti erano stabili, eccetto una bambina gravemente disidratata, con continua diarrea. Le abbiamo dovuto dare un liquido speciale per reintegrare ciò che perdeva attraverso la diarrea e il vomito e l’abbiamo pesata ogni ora perché le stavamo dando moltissimi liquidi, ma dovevamo essere sicuri di non appesantirla troppo, perché può essere molto pericoloso. Questi bambini sono così deboli che dobbiamo somministrare loro i liquidi molto lentamente. Bisogna farlo con molta attenzione durante tutta la notte: dare i liquidi, controllare il peso, aspettare, dare i liquidi e controllare di nuovo il peso… I pazienti instabili diventano spesso critici durante la notte e questo può essere difficile. Bisogna essere completamente concentrati sui casi più critici: se si lascia troppo a lungo un paziente debole, può diventare gravemente instabile e morire. In un certo senso entri molto di più in contatto con i tuoi pazienti e con il personale medico durante il turno di notte. Per me è un momento piuttosto strano, magico. Tutto diventa calmo dopo la fretta e il rumore del giorno. Si sentono solo il generatore e la pioggia e riesci a fermarti per un minuto e bere un caffè con i tuoi colleghi sudanesi o sud-sudanesi. Tra un’emergenza e l’altra riesci a fare una pausa per pensare. Emergenze improvvise. Ci sono sempre pazienti molto malati e che possono passare dall’essere stabili all’essere gravi nel giro di pochi secondi. L’altro giorno, una bambina che stavamo trattando per una grave malaria cerebrale ha iniziato ad avere le convulsioni. Ci sono volute due ore di intensa attività. Quando un bambino ha un attacco, ciò può portare all’inibizione della respirazione, quindi bisogna bloccare la crisi immediatamente, poiché la mancanza di ossigeno può portare al danno cerebrale. Abbiamo seguito il protocollo abituale, ma alla fine lei ha smesso di respirare. Abbiamo dovuto iniziare la respirazione manuale, ma è stato molto difficile perché le convulsioni erano fortissime, tremava e si contorceva sul letto. Decisioni difficili. Ho dovuto prendere una decisione difficile, perché il farmaco che ferma le convulsioni ha come effetto collaterale la diminuzione della respirazione. Dovevamo fermare le convulsioni, quindi dovevamo continuare a darle il farmaco, nonostante ciò avesse un effetto negativo sulla respirazione. Dopo 25 minuti siamo riusciti a bloccare la crisi, ma era stato un attacco molto lungo e il rischio di danno cerebrale era elevato. Durante tutto il tempo della crisi abbiamo praticato una costante ventilazione manuale perché se ci si ferma per 2 o 3 minuti il paziente può morire. Una piccola vita. Ad un certo punto ho iniziato a pensare che questa bambina aveva 8 anni, la stessa età di mia figlia. Credo che questo mi abbia aiutato a continuare. Ho praticato la ventilazione sulla bambina per 40-45 minuti. Ero esausto. Poi all’improvviso il suo torace ha iniziato a muoversi. Mi sono fermato e lei ha iniziato a respirare! Quindi ho continuato a supportare la sua respirazione per un po’ e a poco a poco è andata avanti da sola. È rimasta incosciente per il resto della notte. Ma finalmente era stabile. La sera seguente, quando sono tornato alle 6, era seduta e beveva. Si è fermata e mi ha sorriso. Doveva avermi riconosciuto dalla notte precedente. L’ho esaminata velocemente e sì, la sua vita era stata salvata! E senza danni cerebrali. Non credo nei miracoli, ma certe volte la fortuna è dalla nostra parte.

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