Perché ha senso iscriversi a Filosofia

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«Quando mi chiedono “a cosa serve” una laurea in filosofia, rispondo: “a non fare domande come queste”. E se dico che faccio il filosofo – che è quello che faccio, filosofo e storico della filosofia – per molti è come se dicessi che faccio l’astronauta: la reazione è tra l’incredulità e la supponenza. Perché questo luogo comune che sia una materia inutile, oltre che sbagliato, è duro a morire. E non per caso: oggi chi mette in discussione il sistema è una figura scomoda».

Dopo l’intervento di Marco, laureato in Filosofia, che su un blog ha raccontato le difficoltà di «non avere la laurea giusta» a contestare il cliché della «facoltà inutile» è Diego Fusaro, ricercatore e docente di Storia della filosofia all’università «Vita e Salute – San Raffaele» di Milano. Classe 1983, torinese, a 16 anni ha creato il più cliccato sito di filosofia in Italia, Filosofico.net, che oggi conta 4mila visite al giorno. E da allora ha fondato una piccola casa editrice, I cento talleri; si è laureato (in Filosofia); è diventato ricercatore (ben prima dell’età media della categoria, 45 anni); ha scritto nove libri. L’ultimo, Minima Mercatalia (Bompiani, 512 pagg., 13,90 €), riguarda proprio «il rapporto tra la filosofia e la nostra società capitalista. Che scoraggia l’esercizio della filosofia. Già al liceo i professori cercano di indirizzarti a facoltà più pratiche, come Ingegneria ed Economia, che insegnano a riprodurre il mondo così com’è, e non a metterlo in discussione».E magari, suggerisce il detestato luogo comune, servono di più a trovare lavoro.

«Mah. Dipende da molti fattori. Al San Raffaele, dove insegno, l’85% dei laureati in Filosofia trova un impiego entro il primo anno: editoria, giornalismo, qualcuno resta nell’accademia. Ma una laurea in filosofia porta anche a lavorare in azienda. Per metterla a frutto in pieno, però, servono vari fattori».

I più importanti? «Scegliere un buon ateneo, con professori noti, che scrivano libri, articoli e partecipino al dibattito contemporaneo: vuol dire che il pensiero che ti insegnano è concreto, calato nella realtà. Questo aiuta poi a trovare la seconda delle condizioni favorevoli: un buon maestro. Nella mia carriera i maestri sono stati importanti: Pierpaolo Portinaro, Andrea Tagliapietra, Costanzo Preve, Gianni Vattimo. E conosco anche giovani studiosi molto dotati che però fanno fatica, non avendo un mentore con cui collaborare. L’ambiente accademico è più esclusivo che inclusivo. Infine, e soprattutto, ci vuole una vocazione. Io dalla prima ora di filosofia a scuola ho saputo che non avrei fatto altro. Ho letto una pagina di Platone e mi sono detto: “ma è stupendo, devo farlo conoscere a tutti”, e ho fondato Filosofico.net. La passione ti fa dedicare molte energie al lavoro, che diventa non una fatica ma una conquista continua. In tedesco “professione” si dice “Beruf”, che vuol dire anche “chiamata”. Ecco, per un filosofo lo è».

A proposito: quanto conta sapere le lingue? «Ugo di San Vittore, nel Medioevo, diceva: impara tutto, vedrai che poi nulla è superfluo. Ma direi che soprattutto il tedesco e il francese sono fondamentali. Invece sono contrario al luogo comune che “bisogna sapere l’inglese” a tutti i costi. Può servire. Ma vedere un italiano e un francese che cercano di capirsi parlando questa infarinatura di “global english” che ci insegnano a scuola è di una tristezza…»

Quindi a chi ti chiede «faccio bene a iscrivermi a Filosofia» che dici? «Dico senz’altro di sì. È un atto di coraggio, di dissenso verso il nostro mondo nichilista, che seppellisce valori, credenze e tutti i cardini della civiltà a favore della merce. Ognuno di noi, potenzialmente, è un filosofo, quindi può metterlo in discussione. Può decidere di non accontentarsi delle (poche) possibilità di emancipazione che il sistema gli offre, e di cercare le proprie, rifiutando il sistema. Ed è questo, più del collocamento sul lavoro, che la rende una strada difficile».

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