Quando la ferrovia sfidò il buonsenso!

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Il «Times» aveva definito balzana l’idea di Charles Pearson per ridurre il traffico, ma dovette ricredersi. Oggi «The Tube» conta 11 linee con 270 stazioni: la sua mappa, inventata da Harry Beck nel 1931, è diventata una vera icona pop con molte varianti (compresa quella dell’Olimpiade).

Tube

L’illuminazione a gas nei vagoni di prima classe consentiva di leggere il giornale, faceva notare il «Times», il giorno dopo l’inaugurazione, avvenuta il 10 gennaio 1863. Nessuno dei passeggeri aveva però intenzione di distrarsi. Erano curiosi di sperimentare il nuovo mezzo di trasporto: per questo in 40 mila avevano comprato il biglietto. Alle sei del pomeriggio, dopo 12 ore di attività, molto affollamento ma nessun incidente. Charles Pearson, visionario avvocato che da trent’anni si batteva per la metropolitana londinese, aveva vinto la scommessa. Morto poche settimane prima dell’inaugurazione, non riuscì a godersi il trionfo. Nessuno si prese la briga di ricordare ai cronisti entusiasti che il «Times» aveva in precedenza liquidato l’idea come «un insulto al buon senso». Tanto valeva immaginare macchine volanti.

Nei primi 50 anni dell’Ottocento la popolazione di Londra era raddoppiata, toccando i due milioni e mezzo di abitanti. Da qui il problema del traffico cittadino, che la prima ferrovia sotterranea al mondo avrebbe dovuto risolvere liberando le congestionate strade del centro (dove allora vivevano ammassati i poveri). Parigi inaugurò la sua metropolitana solo nel 1900, New York ancora più tardi, nel 1904. Oggi che la città sul Tamigi ha superato gli otto milioni di abitanti, The Tube trasporta ogni anno un miliardo di passeggeri. Undici linee e 270 stazioni, con il diritto al rimborso del biglietto se i ritardi superano i 15 minuti. Il primo attentato della sua storia avvenne nel 1883: i terroristi erano irlandesi. Gli ultimi li ricordiamo bene: il 7 luglio 2005, di matrice islamica, fecero 55 morti e settecento feriti.

A bordo della metropolitana viaggiava il dandy Oscar Wilde, tra Sloane Square e il suo ufficio da direttore della rivista «The Woman’s World». «Su Charles Darwin e Charles Dickens non abbiamo certezze, e neppure su Jack lo Squartatore», scrive Peter Ackroyd in London Under (uscito da Chatto & Windus, dei sotterranei racconta anche le fogne), precisando che la metropolitana di Londra fu costruita quando ancora l’Italia non esisteva, e la Germania neppure. La mappa tracciata nel 1931, che fruttò al disegnatore Harry Beck l’equivalente di 175 sterline attuali, è una delle icone pop più celebri, situata in un punto intermedio tra i quadri di Mondrian e un circuito elettrico (Beck lavorava al reparto segnaletica). Lo storico Eric Hobsbawm non ha dubbi: si tratta della «più originale opera d’avanguardia tra le due guerre». Riappare nella saga di Harry Potter come cicatrice sul ginocchio di Albus Silente.

Tutte le altre metropolitane del mondo hanno copiato il diagramma di Beck, semplice e geniale: niente curve, solo angoli retti o di 45 gradi, e nessun rispetto per le distanze: un disegno più realistico avrebbe la forma di un grande delfino, con le stazioni accalcate al centro e distanti in periferia. Come capita ai grandi e riconoscibili capolavori del design, fa da canovaccio per molte variazioni sul tema. È stata ridisegnata in occasione dell’Olimpiade, con i nomi dei campioni sportivi, da Pietro Mennea a Usain Bolt, da Mark Spitz a Roger Federer, che sostituiscono le stazioni. Ne esiste una versione che riproduce la Londra multietnica dalle 300 lingue; una con una ricca raccolta di insulti; una con i nomi delle stazioni anagrammati; una sentimentale, a imitazione di certe mappe settecentesche con il lago della tenerezza e la collina dell’indifferenza; una culturale, dove ogni linea è dedicata a una celebrità scientifica o artistica (sui nomi attuali delle stazioni, si esercitano numerosi volumetti che fanno risalire Elephant & Castle a una storpiatura cockney di «Infanta di Castiglia» e Gospel Oaks a una quercia un tempo luogo di preghiera).

Il London Underground Film Office esamina migliaia di richieste ogni anno, esigendo da chiunque il pagamento anticipato, secondo tariffa: 500 sterline per un paio di giorni, a orari ristretti, più un supplemento per entrare nella cabina di guida. L’ultimo film con una lunga scena in metropolitana è Skyfall, il meraviglioso 007 — sulla via della rottamazione assieme a M di Judy Dench — diretto da Sam Mendes. James Bond insegue da un treno all’altro l’ex agente dei servizi segreti Raoul Silva, l’attore Javier Bardem con i capelli ossigenati. Il cattivo ruba una divisa da controllore per mimetizzarsi, il deragliamento è stato girato negli studi di Pinewood: una trentina di set, necessari per la Temple Station e le fogne circostanti.

Uno dei primi film ambientati in metropolitana — che cominciò a chiamarsi The Tube quando le linee divennero completamente sotterranee e sempre più profonde, le prime erano scavate appena sotto il livello stradale e poi ricoperte — fu Underground di Anthony Asquith, nel 1928. Muto e in bianco e nero, girato senza bisogno di ricostruire alcunché, racconta di due uomini innamorati della stessa fanciulla: il buono è impiegato alla metropolitana, il cattivo fa l’operaio alla centrale che fornisce ai treni l’elettricità. Le locomotive che prima funzionavano a vapore, con gravi problemi di smaltimento fumi, adottarono la più pulita energia a partire dal 1890. Grazie al finanziere (e avventuriero) Charles Yerkes, che negli Stati Uniti si era fatto qualche anno di prigione per corruzione, e nel Vecchio Continente ricostruì una fortuna.

Alfred Hitchcock appare per un attimo in metropolitana, mentre legge un libro infastidito da un moccioso, nel suo primo film sonoro Blackmail (1929, titolo italiano Ricatto). Nel 1998, Sliding Doors di Peter Howitt mette in scena una storia di destini alternati in un vagone della metropolitana: la porta scorrevole che resta aperta o si chiude cambia la vita a Gwyneth Paltrow. C’è la metropolitana in Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, e in altri horror meno blasonati come Creep di Christopher Smith: nel tunnel, i cannibali discendenti da un gruppo di manovali intrappolati mentre costruivano la stazione di Russel Square.

Il grande romanzo della metropolitana londinese è firmato Barbara Vine, nom de plume — per i libri «seri», avrebbe detto Simenon, vale a dire quelli senza Maigret — di Ruth Rendell (il suo Maigret si chiama Ispettore Wexford). Titolo: King’s Solomon Carpet, con riferimento al tappeto volante di Re Salomone. Sia il popolare e futurista H. G. Wells, nel romanzo quasi autobiografico Tono-Bungay, sia il raffinato Henry James, in Una vita londinese, usano la metropolitana come sfondo per un intermezzo romantico. George Gissing ne raccontò le stazioni come un inferno (ugualmente infernale, nel suo romanzo New Grub Street, è il mondo dell’editoria e del giornalismo).

Sulla Circle Line, che non ha capolinea, viaggiano per ore Ludo e sua madre Sibylla, nel romanzo L’ultimo samurai di Helen DeWitt: il riscaldamento è gratis, c’è molto tempo per leggere. La pensavano allo stesso modo le persone — almeno 170 mila, calcolano gli storici — che si rifugiarono nella metropolitana per sfuggire alle bombe tedesche nel 1940. All’inizio le autorità cercarono di dissuadere la popolazione. Poi accettarono la realtà, e fornirono cibo, servizi igienici, perfino scuole serali. Del resto anche il governo si era rifugiato sotto terra (come l’MI6 nell’ultimo Bond movie), nelle gallerie erano stati trasportati i marmi del British Museum e i quadri della Tate Gallery. Identificato dal cerchio rosso — detto Roundel — a partire dal 1908, l’Underground londinese vanta anche un giornale: «The Swiss Cottager», stampato durante la guerra alla stazione Swiss Cottage, che prese il nome da una taverna costruita nel 1840 a forma di chalet.

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