Quando morì Michelangelo

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Cosa rimane di Michelangelo quando chiudo gli occhi? Innanzitutto la propensione al kolossal, la sua grandiosità prehollywoodiana, l’uomo che ha consegnato al mondo sculture ciclopiche, che ha disegnato piazze, cupole, tombe, che ha affrescato — da solo — i mille metri quadri della Cappella Sistina (dipingendo, tra l’altro, corpi su vasta scala da una distanza di pochi centimetri senza poter mai controllare dal basso il risultato, a causa della piattaforma che lui stesso aveva ideato per lavorare). Inevitabilmente, anche trattandosi dell’artista più indifferente ai paesaggi che sia mai esistito, Michelangelo viene visto in campo lungo.
Allora qui mi vorrei costringere al dettaglio, immaginarmi su quel letto di morte a quasi ottantanove anni mentre scorro i momenti salienti della mia vita. Tre giorni prima ero ancora a picchiar duro di mazzuolo e subbia sulla Pietà Rondanini e ora sono qui accanto al fuoco a farmi umettare le labbra dal fido Tommaso. Se è lecito giocare con la fantasia e immedesimarsi in un genio, quali sarebbero i miei highlights nei panni di Michelangelo?
1. Per l’appunto, l’incontro con Tommaso de Cavalieri. «Chi mi difenderà dal tuo bel volto?» scrive Michelangelo nelle sue Rime. Ma è un timore dissolto in una relazione devota e ininterrotta. La mattina in cui Tommaso lo riceve in casa al posto del padre, per un progetto che non si realizzerà mai, Michelangelo ha già quasi sessant’anni (e la barba biforcuta del ritratto stampato sulla banconota da diecimila lire): innamorarsi di questo ragazzo potrebbe essere l’errore più grande, invece sarà la sua fortuna.
2. Il giorno del pugno. Michelangelo e Piero Torrigiano, soli nella Cappella Brancacci, intenti a copiare la Cacciata del Masaccio. Uno ha quindici anni, l’altro diciotto, ma non sono ragazzi come si potrebbe credere. Lottano silenziosamente per un posto nel futuro. La rivalità è cresciuta a corte, dove Michelangelo diventa presto il prediletto di Lorenzo il Magnifico, anche grazie alla leggendaria Testa di fauno poi andata perduta. Dall’ennesimo scambio di battute sprezzanti sui rispettivi disegni scatta la rissa. Entrambi sanno che è una resa dei conti. Torrigiano gli frattura il setto nasale, il dolore più acuto, il giorno di cui Michelangelo porterà il segno per tutta la vita. Ogni volta che si guarderà allo specchio quel naso schiacciato gli ricorderà la sua superiorità. Il pugno di Torrigiano è un’esperienza istruttiva, d’ora in poi gli sarà più facile riconoscere l’invidia degli altri.
3. A proposito di consapevolezza, il giorno in cui, poco più che ventenne, parte per Carrara a scegliersi il blocco di marmo per la Pietà e poi decide di acquistarne altri ancora. Ma quanti ne dovete fare, maestro? Ne farò quanti che ne avrò voglia. La convinzione nei propri mezzi (anche considerate le ristrettezze economiche del momento), ma soprattutto la possibilità di un artista libero dalle committenze (lui!, l’uomo che impazzirà dietro ai capricci delle corti).
4. Non la scopertura del «Gigante», ma il giorno in cui, destata ormai unanime meraviglia tra i fiorentini, viene nominata una commissione apposita da Piero de Medici per decidere la collocazione della statua. Era apparso sin dall’inizio come un incarico importante, ma nessuno avrebbe potuto pensare che il David, terminato in soli tre anni, sarebbe diventato il simbolo della città. A stabilirne la dimora in Piazza della Signoria saranno uomini del calibro del Ghirlandaio, del Pollaiolo, del Botticelli, del Perugino, di Filippo Lippi e di un certo Leonardo da Vinci. Tutti riuniti intorno a un tavolo, si direbbe oggi, per discutere di lui. Una bella soddisfazione per il ritorno a Firenze di uno scultore che, a meno di trent’anni, è già il più conteso d’Italia (ovvero, nel XVI secolo, del mondo).
5. Il giorno in cui gli salta in mente di inscrivere il gruppo di Dio e degli angeli nella sagoma di un cervello umano (fateci caso). Questo mi ha sempre colpito della Creazione di Adamo: non tanto la vita trasmessa, il contatto, la scossa di quegli indici protesi, ma il fatto che nella religiosità tormentata di Michelangelo Dio apparisse in forma d’Intelletto (Nous), ipostasi neoplatonica di qualità cerebrali che l’uomo riceve in dono. Sedici giornate a farsi gocciolare i colori in faccia, solo per questo affresco.
6. Il giorno in cui escogita di nascondersi nella pelle cenciosa di Bartolomeo. Siamo nel primo anello del Giudizio, venticinque anni dopo le acrobazie per gli affreschi della volta. Il santo scorticato tiene in pugno il residuo materiale di ciò che è stato da terrestre e, impresso lì sopra, ecco il ritratto anamorfico dell’autore. Qualcosa che tiene insieme le «tuniche di pelle» della Genesi e Gatto Silvestro uscito dalla lavatrice (ma quanto teatro di ricerca usa ora appendere o impugnare drappi su cui proiettare immagini?).
7. Il giorno in cui gli portano la prima edizione del Vasari. Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, 1550. Certo, ci sono alcune inesattezze (all’epoca i due non si frequentano ancora), ma vedersi descritto e commentato, unico vivente, a conclusione di un catalogo che si apre con Cimabue, be’, non dev’essere stata una brutta sensazione.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma voglio immaginare che Michelangelo riesca a ricavare degli highlighst anche nel futuro. E così, ancora ignaro di come il nipote trafugherà la sua salma dalla chiesa dei Santi Apostoli a Roma per portarla a Firenze su un carretto (e, se possibile, ancora più ignaro di essere il sigillo di quel prodotto di esportazione che verrà chiamato Rinascimento), veda quaggiù nel XXI secolo le sculture di Marc Quinn, ad esempio, e vi si riconosca immediatamente come modello ispiratore. Feti giganteschi trattenuti nel marmo da cui prendono vita, come i Prigioni. Una donna focomelica incinta, sempre in marmo, alta otto metri. Inorridirebbe Michelangelo? Credo di no. In fondo, la cosiddetta «umanità eroica» era nient’altro che il corpo ideale, senza le imperfezioni della vita, senza i dispetti della natura. L’arte classica, plastico equilibrio di spirito e materia, non è meno presente in queste opere di quanto non sia nel Mosè o nel David: qui è stata solo spinta alle sue estreme conseguenze (del resto, anche la tornitura dei muscoli compiuta da Michelangelo a me fa pensare più alle spiagge californiane che al Discobolo di Mirone). Alison Lapper, artista ritratta fedelmente da Quinn in quella statua di dimensioni inferiori solo al Colosso di Rodi, non rappresenta la possibile esemplificazione di un «non finito» in tempi moderni, essendo al contrario la compiuta definizione di un corpo anomalo, arditamente e orgogliosamente diverso, espressione di una mente libera e matura. Qui nessuno è rimasto imprigionato, qui è già stato «levato» tutto, resta solo la limpida bellezza della verità.

Mauro Cavacich – www.corriere.it

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